News della Comunità

archive

Home Category : News della Comunità

Exemple

Intervista pubblicata su Il Tammaro

Il noto giornalista RAI si racconta in vista dell’incontro pubblico del 27 agosto a Campolattaro: il legame indissolubile con il suo paese natale, le difficoltà dell’emigrazione a Genova, il “cerchio della vita” che si chiude in Africa e la sua visione dell’informazione come strumento di democrazia e prossimità.

 

Tarcisio Mazzeo, volto noto del servizio pubblico televisivo e voce conosciuta della radio italiana, ritorna nel Sannio, a casa sua, in occasione dell’incontro pubblico che lo vedrà protagonista giovedì 27 agosto, alle ore 19, a Campolattaro. In un’intensa conversazione, originariamente rilasciata ai microfoni di Radio Speranza, il giornalista ha ripercorso le tappe fondamentali della sua vita e della sua straordinaria carriera, offrendo spunti di profonda riflessione sul senso di comunità, il ruolo sociale dell’informazione e le prospettive di riscatto per le aree interne della Campania.

Di seguito vi proponiamo l’intervista integrale, organizzata per aree tematiche, che testimonia un legame viscerale con la propria terra d’origine e un modo di fare giornalismo che mette al centro l’essere umano.

Le Radici nel Sannio e l’infanzia a Campolattaro

D.: Tarcisio, lei oggi è un giornalista affermato e un volto noto della RAI, ma le sue origini sono qui. Cosa rappresenta per lei Campolattaro e qual è il legame che la unisce ancora oggi al Sannio?

Tarcisio Mazzeo: È un legame fortissimo, sono le mie radici. Le radici sono qualcosa che non si recide mai e che non si perde mai. Sono nato a Campolattaro, dove ho frequentato la scuola elementare fino all’età di 8 anni. Mio padre allora era procaccia postale e, allo stesso tempo, gestiva una bottega di barbiere in cui faceva anche il calzolaio. Eravamo una famiglia numerosa, io sono il quarto di sette fratelli. Nel 1965, alla fine della mia terza elementare, ci trasferimmo a Genova, dove mio padre aveva assunto servizio come impiegato a tempo pieno presso le Poste, compiendo poi lì tutto il suo percorso professionale.

D.: Della sua infanzia a Campolattaro, prima del trasferimento, cosa porta ancora nel cuore, in particolare riguardo all’educazione e ai valori umani e cristiani ricevuti?

Tarcisio Mazzeo: Mi porto dietro tutto. Ho dei ricordi assolutamente forti, importanti e sempre presenti. Ho fatto la prima comunione a Campolattaro e ricordo con affetto l’insegnamento delle suore all’asilo. Nel palazzo dell’asilo c’era un piccolissimo teatrino che in seguito sarebbe risultato decisivo per la mia vita. Al piano superiore, ricordo la presenza di un pianoforte con suor Maria Letizia. Inoltre, porto nel cuore la sorella maggiore di mia madre, una suora stimmatina che reputavo la mia “zia suora”; pur non risiedendo a Campolattaro, veniva a trovarci periodicamente e con lei abbiamo mantenuto rapporti molto saldi. Mio padre è stato anche presidente dell’Azione Cattolica di Campolattaro. Tutto questo contesto è stato assolutamente determinante per la formazione mia e dei miei fratelli, e l’ho ritrovato intatto nelle scelte che ho compiuto successivamente come giornalista, persino nella selezione degli argomenti da seguire nel mio lavoro.

Il “doppio shock” dell’emigrazione a Genova

D.: Dal cuore dell’Alto Tammaro alle colline della Liguria, davanti al mare. Com’è stato questo trasferimento a Genova? Ha inciso sulla sua crescita?

Tarcisio Mazzeo: Genova mi ha dato opportunità enormi, ma l’inizio non è stato affatto semplice. Spesso penso che ciò che oggi accade agli immigrati che arrivano da noi, all’epoca succedeva a noi meridionali. Diventare genovese partendo da Campolattaro fu un processo intenso, impegnativo e accompagnato da una certa sofferenza. Un ricordo molto forte riguarda mio padre: ci chiese espressamente di smettere di parlare in dialetto a casa. Dovevamo imparare a parlare bene l’italiano per non fare brutta figura. In casa si smise totalmente di usarlo, l’unica eccezione era mia madre che, con la tipica autonomia materna, continuò a parlare in dialetto. Per noi figli fu una grande privazione. Anche a scuola l’impatto fu duro: a Campolattaro ero tra i primi della classe, ma a Genova passai bruscamente dal 10 in italiano e matematica a una stentata sufficienza, il 6.

Una carriera partita con la boxe, “Tutto il Calcio” e l’incontro con tre Papi

D.: Eppure Genova è stata anche il trampolino di lancio per la sua prestigiosa carriera giornalistica. Come ha iniziato?

Tarcisio Mazzeo: La Liguria mi ha offerto la mia grande occasione attraverso un giornale storico che oggi purtroppo non esiste più: Il Lavoro. Una testata gloriosa che in passato era stata diretta anche da Sandro Pertini. Un giorno mi presentai in redazione dicendo semplicemente che volevo fare il giornalista e che sapevo scrivere bene. Poiché avevo una grande passione per il pugilato, alla domanda su cosa sapessi fare risposi che avevo una competenza: “Mi occupo di boxe”. Cominciai così, scrivendo un articolo dopo l’altro sulla boxe. I capiredattore notarono la qualità del mio lavoro e iniziarono ad affidarmi la cronaca, permettendomi di allargare i miei orizzonti.

D.: Lei è noto al grande pubblico soprattutto come voce dello sport e di Tutto il calcio minuto per minuto. Come si concilia lo sport con il senso del servizio pubblico?

Tarcisio Mazzeo: Diventare radiocronista di Tutto il calcio minuto per minuto ha rappresentato la realizzazione di un sogno gigantesco. Ma lo sport, per come lo intendo io, è soprattutto il racconto della vita: la fatica delle persone, la scelta di qualcosa di pulito e sano attraverso il sacrificio e la determinazione. Chi ha dentro questi valori li trasferisce inevitabilmente nel proprio lavoro. Al di là dello sport, la mia carriera mi ha dato la possibilità di occuparmi di problemi sociali profondi, di povertà, di lavoro, di cronaca nera e di politica. Ho avuto persino il privilegio di incontrare tre Papi e di curare la cronaca diretta dell’intronizzazione di Papa Benedetto XVI.

Il “cerchio della vita” che si chiude in Africa

D.: Ascoltandola si percepisce che la sua vita sia guidata da una sorta di filo invisibile. C’è un episodio particolare in cui ha sentito che il suo percorso personale e professionale si ricongiungeva alle sue origini?

Tarcisio Mazzeo: C’è una storia straordinaria che considero un vero e proprio punto di svolta e che racconterò in dettaglio durante l’incontro con i miei concittadini. Tutto comincia in quel piccolo teatrino dell’asilo a Campolattaro, dove si accedeva tramite una scaletta. Un giorno, dei missionari proiettarono per noi bambini un filmato tremolante con immagini dell’Africa. Fu il mio primo incontro con la realtà missionaria.

Anni dopo, avevo ormai 16 o 17 anni, mi trovavo in un oratorio a Genova, nella parrocchia di San Tommaso. Un sabato pomeriggio arrivarono delle persone per proiettare un documentario e, con mia enorme sorpresa, sullo schermo apparve esattamente lo stesso filmato che avevo visto da bambino a Campolattaro.

Il cerchio si è chiuso definitivamente nel 1999, durante il mio primo viaggio giornalistico in Africa, nella Repubblica Centrafricana, dove operano i Carmelitani Scalzi di Arenzano e i frati Cappuccini. Appena uscito dall’aeroporto, sono salito su una jeep e ci siamo fermati in un piccolo villaggio circondato da bambini incuriositi. Nel momento in cui sono sceso e ho posato i piedi sulla terra rossa, ho avvertito un brivido: era la stessa identica terra rossa che avevo visto in quel filmato tremolante, prima a Campolattaro e poi a Genova. Lì ho capito che un percorso iniziato nel piccolo oratorio del mio paese natale stava compiendo la sua parabola. Da allora ho fatto molte altre esperienze in Africa, in Brasile e nelle Filippine.

Il Giornalismo come prossimità e strumento di democrazia

D.: Oggi assistiamo spesso a un’informazione amplificata, che tende a dividere o a spaventare per fare notizia. Come può il giornalismo ritrovare una dimensione di prossimità e solidarietà?

Tarcisio Mazzeo: Credo che il buon giornalismo lo faccia già ogni volta che si limita a fare il proprio mestiere: raccontare la vita, le persone e le situazioni difficili così come sono, senza amplificarle o spettacolarizzarle. Il compito dell’informazione non è spaventare, entusiasmare o impressionare, bensì fornire ai cittadini una “cassetta degli attrezzi”. Noi consegniamo questi strumenti di conoscenza affinché le persone, con la propria intelligenza e sensibilità, possano decidere come usarli per orientare le proprie scelte, dalle piccole decisioni quotidiane alle grandi scelte di vita. Il giornalista deve essere un testimone: colui che ha gli occhi per vedere per conto di tutti, le orecchie per ascoltare per conto di tutti e la bocca per parlare per conto di tutti, portando alla luce ciò che gli altri non possono raggiungere direttamente.

D.: Questo legame tra informazione e territorio è particolarmente sentito dalle testate locali come la nostra o come Radio Speranza. Qual è il valore sociopolitico di questa capillarità?

Tarcisio Mazzeo: Ho sempre vissuto il mio lavoro come uno strumento per sviluppare consapevolezza. Per me, la qualità e la quantità di giornalismo presente in un Paese misurano con precisione matematica il suo tasso di democrazia e di libertà sostanziale. L’informazione è il primo, fondamentale passo verso la conoscenza, e la conoscenza è l’unico motore per la crescita di una comunità. Ma per fare questo non si può rimanere seduti dietro una scrivania, né limitarsi a fare telefonate o a guardare i social. Il giornalista deve stare in mezzo alla gente, andare sul posto e stabilire un contatto umano, perché le persone hanno bisogno di questo confronto diretto per esprimere i propri bisogni reali.

Il futuro dell’Alto Tammaro: cultura, comunità e nuova umanità

D.: Torniamo al Sannio. Le aree interne campane soffrono di uno spopolamento drammatico e di una grave crisi culturale. Ritiene che si possa invertire questa rotta?

Tarcisio Mazzeo: È una sfida complessa, ma ci sono segnali importanti. Seguendo le vicende di Campolattaro, ad esempio attraverso i social, ho visto nascere bellissime realtà: l’Orto Botanico del Sannio, la formula dell’albergo diffuso e cartelloni culturali estivi che hanno portato nel nostro paese musicisti di musica classica di altissimo livello. Forse queste iniziative non risolveranno da sole il problema demografico, ma di certo contribuiscono a maturare un’idea forte di paese e di comunità, riempiendola di significati e contenuti. Una comunità ha bisogno di queste occasioni per svilupparsi, per avere la misura della propria esistenza e la voglia di arricchirla. Per tutelare le nostre radici servono amore, rispetto per la storia e, soprattutto, conoscenza: senza la conoscenza non può esserci l’amore né la disponibilità a impegnarsi per il proprio territorio.

D.: Accanto a chi parte, però, ci sono anche persone che arrivano da contesti lontani. Come si inserisce il fenomeno migratorio in questa dinamica?

Tarcisio Mazzeo: Dobbiamo fare i conti con la realtà: c’è una “nuova umanità” che sta prendendo il posto di chi se n’è andato. Parlo dei migranti, persone che arrivano oggi esattamente come siamo arrivati noi a Genova nel 1965. Non si tratta di retorica, ma del naturale movimento di generazioni e popolazioni che da sempre caratterizza la storia dell’umanità. È pur vero che non abbiamo ancora trovato la chiave per costruire un rapporto che soddisfi pienamente tutti, ed è per questo che considero la gestione di questa convivenza uno dei compiti strategici più importanti che la mia generazione lascia in eredità a quelle successive.

Un suggerimento ai giovani e l’invito al territorio

D.: In conclusione, Tarcisio, cosa si sente di dire a un giovane che oggi vive a Campolattaro o nell’Alto Tammaro e si interroga se valga davvero la pena investire e scommettere sul proprio territorio?

Tarcisio Mazzeo: Mi sento di dare lo stesso suggerimento che a suo tempo diedi ai miei figli. Io ho avuto la fortuna di poter scegliere la mia strada e ho sempre detto loro: “scegliete la vostra vita in modo autonomo, proprio come ho fatto io, ma fatelo con consapevolezza”. Il mio obiettivo come padre era crescerli in modo che, a 14 o 15 anni, non mi rispondessero con un semplice “boh” davanti alle scelte importanti. La vita è fatta di opportunità, che richiedono fatica, costruzione, ma che partono sempre dalla conoscenza e dalla capacità di crederci fino in fondo. Questo è il mio augurio per i giovani della valle del Tammaro.

D.: Grazie di cuore, Tarcisio. Campolattaro e l’intera valle l’aspettano.

Tarcisio Mazzeo: Sono io che ringrazio voi, Campolattaro e la valle del Tammaro. È meraviglioso sentirsi vicini alle proprie radici, che ciò avvenga leggendo una pagina social, navigando sul sito iltammaro.it o attraverso una telefonata. Sentire la voce delle persone ha un valore immenso che dobbiamo fare in modo di preservare il più a lungo possibile.

 

L’appuntamento: La cittadinanza è invitata a partecipare all’incontro pubblico con Tarcisio Mazzeo, che si terrà giovedì 27 agosto, alle ore 19, a Campolattaro. Un’occasione preziosa per ascoltare dal vivo le sue testimonianze e confrontarsi sul futuro delle aree interne.

Read More →
Exemple

 Benevento, 4 agosto 2026

* Memoria di San Giovanni Maria Vianney

Carissimi confratelli nel Sacerdozio,

in questo giorno in cui facciamo memoria di San Giovanni Maria Vianney, patrono dei parroci, desidero anzitutto esprimere a ciascuno di voi la mia profonda gratitudine per il vostro generoso e quotidiano ministero. Il Curato d’Ars amava ripetere: «Il Sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù». È proprio da questo Cuore che attingiamo la forza di farci vicini alla nostra gente, specialmente nei momenti di gioia e in quelli di prova.

Questi mesi estivi rappresentano giorni di meritato riposo e di serenità per molte nostre famiglie. Le nostre piazze e le comunità parrocchiali si animano di feste, musica e tradizioni. La festa è un dono prezioso, un’occasione per rinfrancare lo spirito e ritrovare il senso profondo dello stare insieme.

Tuttavia, proprio mentre godiamo di questi momenti di pace, il nostro pensiero e la nostra preghiera vanno ai nostri fratelli e sorelle colpiti duramente dall’ultimo terremoto di Pozzuoli. Tanti di loro hanno perso la casa, la serenità e le certezze di una vita; anche diverse chiese, tra cui la Cattedrale, sono purtroppo inagibili. Chi soffre vicino a noi fa parte della nostra stessa famiglia ecclesiale.

La Caritas Diocesana di Pozzuoli si è immediatamente attivata sul campo per portare il primo soccorso, ma da sola non può farcela. Quale momento più bello e proficuo delle nostre feste, parrocchiali e civili, per tendere la mano e trasformare la gioia in solidarietà?

Rivolgo pertanto un accorato invito a voi parroci, alle confraternite, ai comitati festa, alle associazioni e a tutti i fedeli della nostra Arcidiocesi di Benevento:

  • nelle prossime feste e sagre, dedichiamo un momento di preghiera e di pensiero alle popolazioni colpite;

  • destiniamo una quota dei fondi già raccolti dalle parrocchie e dai comitati per l’organizzazione delle feste direttamente ai soccorsi gestiti dalla Caritas di Pozzuoli.

Anche un piccolo contributo, se offerto con il cuore dall’intera comunità sannita, può diventare una grande luce per chi oggi vive nel buio del bisogno.

I contributi raccolti potranno essere versati tramite bonifico bancario:

Intestazione: Caritas Diocesana di Benevento

IBAN: IT89Q0501803400000011602885

Causale: Emergenza Terremoto Pozzuoli

Inoltre, colgo l’occasione per ricordarvi che la colletta straordinaria in corso per i terremotati del Venezuela avrà come data termine il 14 agosto. Vi prego di versare le offerte raccolte sul medesimo conto della Caritas Diocesana che, a sua volta, provvederà a inoltrare l’intera cifra a Caritas Italiana.

Affidando il vostro ministero e le vostre comunità all’intercessione di San Giovanni Maria Vianney e della Vergine Maria, Madonna delle Grazie, vi saluto fraternamente e auguro a tutti una santa e serena estate.

+Michele Autuoro

Arcivescovo Metropolita

Read More →
Exemple

Il messaggio di papa Leone XIV per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebra domenica 17/05/2026, nel giorno della solennità dell’Acensione di Gesù Cristo al Cielo.

 

Custodire voci e volti umani

Cari fratelli e sorelle!

Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno.

Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola – questa comunicazione che Dio fa di sé stesso – l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente (cfr 1 Gv 1,1-3), perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio.

Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, [1] ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri.

La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane.

La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi.  Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi.

Non rinunciare al proprio pensiero

Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale.

A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.

Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative.

Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine.

La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce.

Essere o fingere: simulazione delle relazioni e della realtà

Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone.

La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia.

Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono. La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.

Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione.

A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza.

Una possibile alleanza

Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno 2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto.

La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati.

Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilitàcooperazione e educazione.

Innanzitutto la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati.  Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo.

Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli.

Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti.

La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Le imprese dei media e della comunicazione non possono a loro volta permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità. La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi. I contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità.

Tutti siamo chiamati a cooperare. Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. È necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.

A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione.

Proprio per questo è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA, che alcune istituzioni civili stanno già promuovendo. Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito. Questa alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in iniziative più ampie di educazione permanente, raggiungendo anche gli anziani e i membri emarginati della società, che spesso si sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici.

L’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti – che potrebbero essere imprecise o errate – fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione. È importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA.

Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.

Nel proporre queste riflessioni, ringrazio quanti stanno operando per le finalità qui prospettate e benedico di cuore tutti coloro che lavorano per il bene comune con i mezzi di comunicazione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2026, memoria di San Francesco di Sales.

LEONE PP. XIV

______________________________

[1] “Il fatto di essere creato a immagine di Dio significa che all’uomo, fin dal momento della sua creazione, è stato impresso un carattere regale […]. Dio è amore e fonte di amore: il divino Creatore ha messo anche questo tratto sul nostro volto, affinché mediante l’amore – riflesso dell’amore divino – l’essere umano riconosca e manifesti la dignità della sua natura e la somiglianza col suo Creatore” (cfr S. Gregorio di Nissa, La creazione dell’uomoPG 44, 137).

Read More →
Exemple

La comunità di Campolattaro ha accolto con gioia la nomina ad arcivescovo di Benevento di S. E. Michele Autuoro. Nell’attesa della sua venuta tra noi, iniziamo a conoscerlo. Di seguito la sua prima lettera e una breve biografia pastorale.

 

Al Popolo di Dio che è nell’Arcidiocesi di Benevento

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, pace a voi.

Con il cuore colmo di gratitudine al Signore Risorto, che incessantemente ama, custodisce e guida la Sua Chiesa, mi rivolgo per la prima volta a voi, amato Popolo di Dio che è in Benevento.

Con profonda riconoscenza filiale verso il Santo Padre, Papa Leone XIV, che mi ha chiamato a essere vostro Pastore, accolgo con trepidazione e fiducia la missione che mi viene affidata.

Vengo a voi nella gioia del Vangelo e con l’animo dell’umile servo della Vigna del Signore, desideroso di spendere la mia vita per voi e con voi, al servizio di Cristo e della Sua Chiesa.

Giungo in mezzo a voi in punta di piedi, per conoscere, amare e servire questa Chiesa particolare, Sposa di Cristo, che il Successore di Pietro mi affida perché me ne prenda cura con cuore di padre e di pastore.

Avverto tutta la povertà dei miei limiti e l’inadeguatezza della mia persona dinanzi all’altezza del ministero ricevuto; tuttavia, confido pienamente nella misericordia del Signore e nella forza dello Spirito Santo, che sostiene coloro che Egli chiama.

Guidati dalla luce del Vangelo e camminando insieme, ciascuno secondo i doni ricevuti, continueremo a prendere il largo e a gettare le reti sulla Parola del Signore.

Pur nel tempo complesso e segnato da profondi cambiamenti che stiamo vivendo – quel “cambiamento d’epoca” che Papa Francesco ci ha spesso richiamato – non dobbiamo lasciarci vincere dalla paura o dallo scoraggiamento.

La Chiesa vive per annunciare Cristo, per continuare la Sua missione di salvezza e per testimoniare al mondo la speranza che non delude. Mi consola e mi incoraggia sapermi successore dell’amato martire San Gennaro, primo Vescovo di questa Chiesa. Affido alla sua intercessione il mio ministero episcopale, certo che sosterrà i miei passi nei momenti di fatica e di incertezza.

Ho accolto inoltre come segno provvidenziale il fatto che la comunicazione della mia nomina mi sia stata data dal Nunzio Apostolico proprio nel giorno in cui, nella Chiesa di Napoli, si celebra la memoria della traslazione delle reliquie del Santo Martire.

Desidero rivolgere un deferente e fraterno saluto a Sua Eccellenza Monsignor Felice Accrocca, che con dedizione pastorale ha guidato questa amata Chiesa, condividendo le speranze, le sofferenze e le sfide dell’intera comunità del territorio, specialmente quelle segnate dallo spopolamento e dalle difficoltà delle aree interne.

Un particolare pensiero di gratitudine desidero esprimere a Monsignor Francesco Iampietro, Amministratore Diocesano, che in questi mesi accompagna con generosa dedizione il cammino della diocesi.

Saluto con affetto i presbiteri, primi collaboratori del Vescovo, i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi e tutti i fedeli laici. A ciascuno giunga la mia vicinanza spirituale nell’attesa gioiosa di iniziare insieme un comune cammino di fede, di comunione e di testimonianza evangelica. Avrei previsto di iniziare il mio servizio la sera di Domenica 28 Giugno.

Rivolgo altresì il mio rispettoso saluto alle Autorità civili e militari e a tutte le istituzioni della società civile che operano al servizio del bene comune. Nella distinzione dei ruoli e delle responsabilità, desidero assicurare sin d’ora piena disponibilità alla collaborazione per la promozione della dignità della persona umana e per il bene dell’intera comunità.

Con particolare affetto abbraccio le famiglie, i giovani e i bambini, dono prezioso per la Chiesa e speranza del nostro futuro.

Una speciale carezza spirituale desidero riservare ai malati, agli anziani, ai poveri, a coloro che soffrono nel corpo e nello spirito e a quanti vivono situazioni di solitudine, fragilità ed emarginazione.

Affido il mio ministero episcopale alla materna protezione di Maria Santissima delle Grazie e all’intercessione di San Bartolomeo Apostolo, patroni della Chiesa Beneventana, affinché ci ottengano dal Signore il dono di essere autentici discepoli missionari del Vangelo.

Ho già iniziato a pregare per voi; vi chiedo, con semplicità di pregare per me e di benedirmi, perché possa essere per tutti voi un pastore secondo il Cuore di Cristo.

Nell’attesa di incontrarvi e di condividere con voi il cammino della fede, vi benedico di cuore.

+ Michele Autuoro

 

Breve biografia

S. E. Michele Autuoro è nato il 27 dicembre 1966 a Procida (NA). Ha studiato nel Seminario Arcivescovile di Napoli Card. Alessio Ascalesi ed è stato ordinato presbitero per l’Arcidiocesi partenopea il 19 maggio 1991.

Ha svolto i seguenti incarichi pastorali:

  • vicario parrocchiale della parrocchia di Santa Maria dei Vergini (1991-1993);

  • assistente diocesano ACR (1991-1994);

  • educatore del Seminario maggiore arcivescovile di Capodimonte (1993-2000);

  • parroco della parrocchia di S. Maria delle Grazie e S. Leonardo a Procida (2000-2009);

  • direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano (2007-2013);

  • parroco della parrocchia di S. Maria della Mercede in Sant’Orsola a Chiaia (2009-2012);

  • direttore dell’Ufficio Nazionale per la cooperazione missionaria tra le chiese della CEI e della Fondazione Missio;

  • direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie;

  • membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Pontificia Domus Missionalis;

  • presidente della Fondazione CUM in Verona (2013 – 2018);

  • parroco della parrocchia di San Marco di Palazzo in Santa Maria degli Angeli e della parrocchia Immacolata a Pizzofalcone (2018 – 2019);

  • rettore del Seminario Arcivescovile di Napoli Card. Alessio Ascalesi (2019 – 2022);

  • nominato Vescovo titolare di Passo Corese e Ausiliare di Napoli il 27 settembre 2021, ordinazione episcopale il 31 ottobre 2021;

  • presidente della commissione episcopale per l’Evangelizzazione dei popoli e la cooperazione missionaria tra le chiese della CEI e presidente della Fondazione Missio (2023);

  • Assistente del Delegato per i Seminari d’Italia (2023).

Il 13 maggio 2026 è stato nominato Arcivescovo Metropolita di Benevento

 

Read More →
Exemple

Pubblichiamo il Messaggio per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, che si celebrerà il 1° febbraio 2026 sul tema “Prima i bambini!”.

Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli;
perché io vi dico che i loro angeli in cielo
vedono continuamente la faccia del Padre mio. (Mt 18,10)

L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura.
A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta.
Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi.

Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati.

Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli “a bassa intensità”, di cui quasi nessuno parla.

Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.

Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale.

Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge.

Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro.

Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.

Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica.

Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente.

Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli.

Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti.

Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere.

Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene.

In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste.
A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166).

Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze.

Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie.

Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti.

Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”.
Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.

Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo.
La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.

 

Il Consiglio Episcopale Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana

Read More →
Exemple

Quest’anno, la seconda domenica del Tempo ordinario coincide con l’inizio della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. In questi giorni siamo invitati a riflettere sulla vocazione all’unità, forse proprio perché spirituale anche sociale e politica, del popolo cristiano sparso nel mondo.

Nel Vangelo che ascoltiamo, Giovanni Battista testimonia che lo Spirito Santo è disceso su Gesù, manifestando il segreto del Dio dei cristiani, ossia il suo essere uno e trino, in forza dell’Amore. Dovrebbe essere questo il fondamento dell’unità dei cristiani: non una semplice unione umana, ma un connubio che scaturisce dalla comunione.

La discesa dello Spirito Santo è la radice dell’unità che dobbiamo vivere tra di noi, come credenti in Cristo, e che deve nutrire anche le relazioni con le altre culture, in questo caso diverse dalla tradizione cattolica.

In particolare, quest’anno, l’impegno per l’unità dei cristiani si inserisce in un contesto segnato da conflitti per loro natura divisivi, che coinvolgendo popoli e nazioni occidentali, provocando le diverse confessioni.

Pensate, ad esempio, alla crisi tra Russia e l’Ucraina, due nazioni guidate da capi che dovrebbero ricordarsi di essere cristiani ortodossi e, quindi, come tali, fedeli di Cristo orientati all’unità.

Stesso discorso per la recente tensione tra gli USA e la Danimarca, due Paesi legati a confessioni cristiane di matrice protestante, che potrebbero ritrovare, nella religione comune, un motivo di dialogo e apertura.

L’unità dei cristiani, quindi, non è soltanto una questione dottrinale, ma anche un impegno per la pace, perché uniti, come popoli credenti, potremmo essere testimoni credibili, che provano a costruire ponti tra nazioni, superare le barriere culturali e lavorare per la giustizia e la pace.

In un mondo dove i venti di guerra sembrano sempre più forti e dove le divisioni sembrano crescere, i cristiani sono chiamati a testimoniare pace.

Ad unire i cristiani nel mondo, inoltre, è anche il martirio. Quando, infatti, sentiamo parlare, attraverso i giusti canali d’informazione, della persecuzione dei cristiani in alcune zone dell’Africa, ci rendiamo conto che non si tratta solo di cattolici, ma anche di appartenenti ad altre confessioni protestanti.

Il sangue versato è un segno doloroso di quella comunione profonda che unisce tutti i cristiani a Cristo, invitando a non fermarsi alle differenze confessionali, ma a cercare insieme quella pace che solo Cristo può donare.

In questo momento storico, dunque, l’unità tra cristiani non è solo un ideale religioso, ma una necessità urgente. Forse vale la pena partire dalla ricerca dell’unità tra di noi, per poi arrivare a costruire l’unità nel mondo. La divisione e le guerre tra popoli che si dicono cristiani, sono la prova più evidente della debolezza della fede personale, non comunitaria.

Chiediamo, dunque, allo Spirito Santo di guidarci verso questa unità, di donarci il coraggio di superare le divisioni, di imparare a guardare l’altro non come un nemico o un estraneo, ma come un fratello.

Che la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani diventi un momento di profonda riflessione e di impegno per la pace, affinché, uniti, possiamo diventare strumenti di riconciliazione, di dialogo e di speranza, in un mondo che ha tanto bisogno di testimonianze di amore e di pace.

Read More →
Exemple

La domenica dopo l’Epifania la Chiesa ricorda il Battesimo di Gesù, nel fiume Giordano, ad opera di Giovanni Battista. Una ricorrenza che chiude il tempo di Natale e dovrebbe aprire all’ordinarietà della vita, forse più complessa e impegnativa proprio perché impegnata a fare i conti con il quotidiano.

Non si tratta di una ripresa, ma di una nuova partenza. Il battesimo questo segna: l’inizio di un cammino per l’umanità, l’adesione ad un nuovo stile di appartenenza e/o il rinnovo di una presenza per ogni battezzato. In altre parole, ora tocca a noi. Abbiamo festeggiato, ci siamo divertiti, siamo anche ingrassati e adesso è arrivato il momento di fare sul serio.

Non un ritorno al passato, ma l’inizio di una nuova era. Dopo l’annuncio di ieri, per la Chiesa beneventana, il battesimo di Gesù assume un risvolto particolare, poiché chiude un capitolo importante per il nostro territorio e apre a prospettive, al momento sconosciute, con l’unica certezza che ci riguardano e, quindi, non possiamo ignorarle.

Sembra quasi che, dopo il tempo di Natale, siamo tornati all’Avvento, alla fase dell’attesa, non prima, però, di soffermarci sul giorno del ringraziamento. Perché la notizia del giorno riguarda una partenza e non un arrivo. Ciò che ci interessa, in questa fase, è che il vescovo Felice se ne va, cosa accadrà dopo, chi lo sostituirà, non è il focus di questo momento.

Se la comunità di Campolattaro ha da ringraziare o meno, questo lo dovete dire voi. Un’attenzione da parte di Accrocca nei confronti della nostra parrocchia c’è stata, sicuramente prima che arrivasse il nuovo parroco e, dal mio punto di vista, anche in questi ultimi tre anni e mezzo.

A parte la sua presenza il 30 maggio del 2022, nel giorno del mio ingresso, il momento più importante credo sia stato il 10 novembre 2022, quando Felice venne ad inaugurare l’apertura del Centro d’Ascolto, dopo aver condiviso le finalità con lui e con la caritas diocesana.

Le attenzioni di un vescovo nei confronti di una parrocchia, però, non possono misurarsi solo contando le visite. Si rischierebbe di limitare molto un rapporto che, invece, è costante e passa attraverso i confronti con il parroco, ma anche con i membri della comunità più attivi e presenti alle iniziative diocesane. Perché, con piacere, dobbiamo riconoscere che la comunità di Campolattaro è stata sempre presente alle iniziative diocesane, alimentando un senso di appartenenza alla Chiesa locale e di vicinanza al suo vescovo, non scontato di questi tempi.

Un ringraziamento ad Accrocca, inoltre, credo che sia doveroso rispetto all’attenzione che ha posto per le aree interne del Sannio e, quindi anche per i paesi della valle del Tammaro. Non si è mai sentito parlare dell’entroterra come in questi ultimi anni, arrivando a creare una mobilitazione che ha coinvolto i vescovi di tutta Italia e che ha visto il coinvolgimento delle massime cariche istituzionali, dal presidente del Consiglio a Mattarella.

Le iniziative che stiamo provando a portare avanti, con spirito ecclesiale, non ancora del tutto comprese dagli enti locali, sono tutte in linea con una possibile programmazione ispirata alla pastorale delle aree interne, come suggerito dal vescovo, attraverso una proposta adeguata ai segni dei tempi e alle esigenze del territorio.

I motivi per ringraziare Felice Accrocca, quindi, sono tanti, forse quante le volte che lo abbiamo nominato durante la messa, quindi ad ogni celebrazione quotidiana. A questi si aggiungono i miei ringraziamenti personali, che ho condiviso in forma privata, perché, in effetti, il rapporto tra vescovo e prete dovrebbe essere filiale e, tutto sommato, il vescovo Felice è stato come un padre.

Read More →
Exemple

La Chiesa apre l’anno celebrando Maria, Madre di Dio. Potrebbe sembrare un argomento distante dalla vita quotidiana, ma, in realtà, la maternità della natura divina di Gesù ha un risvolto pratico nella vita quotidiana di ogni credente e di una comunità.

 

Maria Madre di Dio permette di guardare al futuro con speranza e con rinnovata fiducia, mentre siamo tutti segnati da sfide e incertezze, in un tempo storico così ricco di interrogativi e cambiamenti.

 

Dai protagonisti del dibattito pubblico ci arriva l’invito alla pace, peccato, però, che ognuno pensa di arrivarci a modo proprio, anche facendo la guerra.

 

Una bella lezione credo che sia arrivata dal presidente Mattarella, nel suo discorso di fine anno, dove ha richiamato l’importanza della coesione sociale, della solidarietà e della costruzione di un futuro di pace e di giustizia. Ci piace pensare che il presidente si sia ispirato al messaggio di papa Leone XIII che, per la Giornata Mondiale della Pace, invita a costruire una pace disarmata e disarmante. Prende atto, il pontefice, che bisogna andare controcorrente rispetto a chi pensa che per costruire la pace bisogna preparare la guerra. Un modo di vedere le cose che non è tanto diverso dalla strategia del terrore, poiché fonda sulla corsa agli armamenti, alimentando una gara a chi ha più testate nucleari e, quindi, fa più paura.

 

Quando si parla di pace, naturalmente, non si vuole intendere solo l’assenza di guerra. Sarebbe interessante, ad esempio, se tutti imparassimo a disarmare il linguaggio, perché non è una novità che si può uccidere con la parola, per poi disarmare anche il modo di porsi, l’atteggiamento ostile, la chiusura. Si tratterebbe di bonificare quel campo minato che ci separa dall’altro, per renderlo più prossimo a noi e, quindi, poterlo accogliere senza il pericolo che la relazione salti in aria, lasciando le parti intossicate.

 

Il papa, nel suo discorso, parla di memoria come strumento per costruire la pace. Il ricordo, la narrazione … penso ancora alle parole di Mattarella che, ricordandoci gli 80 anni di Repubblica (1946-2026), ha toccato brevemente alcuni passaggi significativi, forse con la speranza, ancora una volta, che la storia ci faccia da maestra di vita.

 

Maria, Madre di Dio, madre del bambino Gesù che, anche nel vangelo di oggi, ritroviamo nella stalla di Betlemme, ricorda che il cammino di pace inizia dal piccolo, dal periferico, dall’incontro con la persona nella quale ti imbatti, che non sei andata a cercarti e che, gratuitamente, diventa destinataria di un gesto di accoglienza, perdono e condivisione.

 

Un incontro fortuito, come quello del primo dell’anno. Non la prima persona alla quale avete pensato quando vi siete svegliati questa mattina, ma la prima che avete incontrato, chi era? Ve la siete cercata? Forse si, forse no. Così deve essere per tutto il cammino che, a proposito, anche se il giubileo è terminato, continua senza sosta.

 

Luce è andata via, ieri sera l’abbiamo salutata definitivamente, ma il pellegrinaggio della speranza non è terminato. Siete andati al cinema a vedere Buen camino? Vi raccomando, il messaggio è forte, la vita continua, anche quando crediamo di aver raggiunto un obiettivo importante, notiamo che ci manca qualcosa, fosse pure la persona che è rimasta indietro o quella che, invece, andando più veloce, è avanti … ad ogni modo siamo soli!

 

In questo contesto, non possiamo dimenticare che il 2026 è un anno francescano straordinario, poiché si celebrano gli 800 anni dalla morte di Francesco d’Assisi, il patrono d’Italia, guardate caso, proprio nell’ottantesimo compleanno della repubblica italiana.

 

Francesco, Maria e altri hanno scelto la via della pace che passa attraverso il dialogo, la cura dei poveri, il rispetto della natura, la ricerca di un equilibrio rispettoso dell’uomo e dell’ambiente.

 

Il primo giorno dell’anno, inoltre, guardiamo anche alla comunità di Campolattaro, che, come ogni anno, vive il mese di gennaio con devozione, in vista dei festeggiamenti per il patrono principale, san Sebastiano, il 20 gennaio.

 

Questo nuovo anno, infatti, porta con sé sfide importanti legate al territorio: la necessità del ripopolamento, la conversione dei bisogni personali legati al lavoro, la cura dell’ambiente, etc.

Non dimentichiamo che ogni sfida è anche una possibilità per riscoprire la personale vocazione cristiana ed essere segno di speranza per il territorio.

 

Maria è madre di Colui che l’ha creata, perché ha detto “sì” alla volontà di Dio, pur restando donna libera. L’obbedienza non “c’azzecca”, è “n’ata cosa”.

 

In questo primo giorno dell’anno, allora, preghiamo affinché la pace del Signore, che Maria ha accolto nel suo cuore, possa entrare sempre più nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità. Che il 2026 sia la continuazione di un percorso rinnovato, nel tempo trascorso, anche grazie al giubileo, trasformando i pericoli in opportunità di pace.

Read More →
Exemple

Il Tempo di Natale, che inizia con la veglia del 24 notte e termina la domenica dopo l’Epifania, ha ancora senso se siamo in grado di trasmetterne il suo significato più autentico, oltre la retorica del “contratto a tempo determinato” che ci vorrebbe tutti più buoni durante le feste.

Come comunità parrocchiale, parte di una Chiesa che universalmente celebra la nascita di Gesù, ci confrontiamo con un evento che, certamente, guardando al passato, ha cambiato il corso della storia, ma, vivendo il presente, è anche soggetto all’influenza dei fatti quotidiani che coinvolgono direttamente e/o indirettamente le famiglie, il territorio, il mondo intero.

A partire da quel momento così intimo che si vive a mezzanotte nelle case, quando, chi ancora ci crede, depone il bambino Gesù nel presepe, rappresentando simbolicamente l’importanza dell’incarnazione di Dio nella storia. Un gesto che, innanzitutto, invita a riscoprire il vero significato della famiglia e, in secondo piano, della società umana.

La veglia notturna e il messaggio di un bambino

Il fascino della veglia notturna, tra richiami alla tradizione e soliti dubbi, ha aperto la riflessione sul mistero della nascita di un bambino. Come ha ricordato papa Leo, non si concepisce un figlio per mettere pace, ma per vivere un’esperienza d’amore. L’arrivo di un bimbo è un dono che porta con sé il segno dell’amore, della fiducia e della speranza, anche nei momenti più critici, ma attenzione a non strumentalizzare quella nascita per una possibile tregua del conflitto, poiché oltre il diritto di una coppia ad avere un figlio, esiste il diritto di un bambino a venire al mondo attraverso un atto d’amore.

Il giorno di Natale, inoltre, la comunità di Campolattaro ha preso atto che un bimbo che nasce, porta gioia anche (o forse sarebbe meglio dire soprattutto) alla parte più sofferente della famiglia: gli anziani. Il 25 mattina è stato bello vedere come, per la prima volta, alla S. Messa presso la casa di riposo, ha partecipato un nutrito gruppo di persone. Forse eravamo troppi! Per questa volta, va bene così. Come comunità abbiamo il privilegio di aver adottato una trentina di anziani da altri paesi. Sono soli, la maggior parte trascorre ogni ricorrenza lontana dai loro parenti, teniamolo presente. Per loro, come per i poveri delle mense solidali di questi giorni, o è Natale tutti i giorni o non può essere Natale una volta all’anno.

La vendetta di santo Stefano

Il giorno di santo Stefano è stato un momento di riflessione su una forma di martirio nascosto: quello dei cristiani perseguitati nel mondo. Paradossalmente, a ricordarcelo, gli eventi di cronaca di queste ore, che ci aiutano a non ignorare le sofferenze che colpiscono tanti piccoli, come quelli che vivono in contesti di guerra come Gaza, ma anche in Nigeria, dove il terrorismo continua a perseguitare famiglie innocenti. L’infanzia di Gesù, a tal proposito, ricorda anche la triste realtà che, a volte, un bambino non è accolto con gioia e speranza, ma diventa vittima della violenza e dell’odio. È nostro compito, come comunità cristiana, rispondere con solidarietà e amore a queste sofferenze, come segno di fede, anche supportando iniziative che guardano all’accoglienza dei minori a rischio. Chi ha la responsabilità di creare le condizioni giuste e non si adopera in tal senso, rischia di trasformare questo tempo nell’ipocrita messa in scena di una famiglia per bene.

La pienezza dell’amore in una famiglia “irregolare”

Così, la domenica dopo il 25 dicembre, ci siamo soffermati sulla sacra famiglia come “anomalo” modello per le nostre famiglie: Giuseppe, Maria e Gesù Bambino. Un esempio imperfetto secondo rigidi schemi culturali. Che modello è una famiglia composta da una quindicenne incinta fuori dal matrimonio, con un bambino che non è del futuro marito, tra l’altro molto più grande di lei? Forse un esempio che rompe gli schemi, ma soprattutto un autentico sistema relazionale, che incarna il modo giusto di amarsi, in maniera sincera, con l’unico interesse di volere il bene dell’altro/a.

Da questo punto di vista, Giuseppe è il padre per adozione, che si prende cura della sua famiglia, ricordandoci che siamo figli di chi ci cresce (il Padre?), oltre che di chi ci genera. Egli trova il modo di difendere la sua famiglia, fugge in Egitto per evitare la strage degli innocenti, un’immagine che rimanda alle famiglie costrette a fuggire dalle guerre, come le madri con i loro figli che, oltre a cavalcare il mare sui barconi, negli ultimi tempi arrivano dalle città dell’Ucraina.

Il rinnovo delle promesse e la partenza di Luce

Nel giorno della festa della Sacra Famiglia, la nostra comunità parrocchiale ha avuto l’opportunità di rinnovare le promesse matrimoniali e battesimali. È stato un momento suggestivo, che ha visto i coniugi di Campolattaro formare spontaneamente un cerchio attorno all’altare, in segno di unità e di impegno, per rinnovare, davanti a Dio e alla comunità, l’impegno a vivere la famiglia come luogo di amore, accoglienza e speranza.

In questo giorno, abbiamo anche celebrato il battesimo della piccola Elena, a conferma che esistono ancora famiglie che si impegnano a trasmettere la fede, ma anche comunità corresponsabili nell’educazione alla vita.

La domenica che ha seguito il 25 dicembre, è stata anche l’occasione per salutare Luce, la mascotte che ci ha accompagnato durante l’anno del Giubileo. Luce ha partecipato ad ogni celebrazione della nostra comunità, testimone silenziosa del messaggio di speranza che voleva portarci quest’anno. Con la fine del Giubileo, Luce ci lascia, ma il suo messaggio resta. La giovane pellegrina, che rappresenta tutti noi, prosegue il suo viaggio per le strade del mondo, pellegrina di speranza.

Un ringraziamento per l’anno trascorso

L’anno si conclude con la celebrazione del Te Deum. Il 31 sera ringraziamo Dio e continuiamo a celebrare la vita, anche nella sua prospettiva eterna, ricordando le persone della comunità che ci hanno lasciato in questo anno.

Il Natale invita, quindi, a riflettere sul significato profondo di una vita che viene al mondo, sulla famiglia umana che l’accoglie e la protegge, sulla prospettiva eterna.

In un mondo segnato dalla divisione, dalla sofferenza e dalla violenza, possiamo trovare nel modello della sacra famiglia e nell’esempio di Giuseppe, Maria e Gesù Bambino, l’icona della famiglia del nostro tempo.

Che la nascita di Gesù, simbolo di un Amore che prende corpo, aiuti a riscoprire l’importanza della mia famiglia come luogo privilegiato dove l’umano può fare l’amore con il divino.

Read More →
Exemple

Con decreto dirigenziale n. 296 del 23/12/2025 sono stati prorogati i termini per l’Avvio dei tirocini di inclusione sociale GOL al 31 gennaio 2026 e la conclusione prevista al 31 luglio 2026.

L’indennità mensile è di € 500,00 conferite direttamente al tirocinante dalla Regione Campania.

Per quanto riguarda l’inserimento nelle attività socio-educative promosse dall’Oratorio e dal Centro d’Ascolto di Campolattaro, c’è la possibilità di svolgere un tirocinio nei contesti formativi al momento attivi grazie anche alla collaborazione con la cooperativa sociale Passione Educativa e con il Circolo ACLI “Tammaro”.

Si fa presente che il requisito di accesso prioritario resta la presa in carico dei servizi sociali territoriali. Di conseguenza, le persone interessate, possono chiedere informazioni presso la segreteria dell’oratorio e/o presso il centro d’ascolto, per poi essere indirizzate presso i servizi sociali del Comune di residenza.

Si sottolinea, altresì, che i progetti di inclusione per lo svolgimento delle attività dovranno prevedere data di avvio entro il 31/12/2025 e data fine il 31/07/2026 (termini obbligatori).

Per approfondimenti: Regione Campania

Read More →

Appuntamenti

Eventi in programma