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Siamo nel cuore dell’Avvento e la Chiesa si veste di rosa, un colore che non si trova nell’arcobaleno perché, in realtà, non esiste. È una tonalità artificiale che si ottiene “annacquando” il rosso con il bianco, in altre parole, indebolendo il significato violento della passione, per aprire a spazi di gioia.

La gioia in sé è l’essenza del messaggio cristiano e la condizione ottimale del credente. Un modo di essere, indipendente da fattori esterni, che caratterizza uno stato d’animo pronto a tutto, anche all’infelicità.

Da ragazzo mi chiedevo sempre come si potesse vivere nella gioia in questo mondo.

Oggi ci svegliamo e al TG sentiamo solo brutte notizie: apriamo gli occhi a dieci giorni dal Natale e sentiamo che in Europa soffiano venti di guerra; scendiamo di casa per andare ad un funerale, dove vedremo solo facce tristi; torniamo a casa e apprendiamo dal Papa della situazione drammatica in Congo; pensiamo a domani e un’altra settimana ci aspetta, con il suo carico di stress, alimentato, paradossalmente, anche dall’imminenza delle feste.

Per fortuna è la domenica della gioia! Sembra il gioco dei pazzi e ad alimentare la confusione, in effetti, se ci pensate, ci si mette anche la pagina di vangelo che si ascolta in chiesa. Protagonista indiretto è ancora Giovanni, ma la situazione è capovolta. Se la settimana scorsa era lui che presentava Gesù, oggi è Cristo che parla del battista. Altro che gioia, il momento è drammatico. Giovanni Battista è in carcere, inizia a vacillare, ha dei dubbi, si chiede se la persona da lui indicata come “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” è Gesù o se devono attendere un altro messia, manda a chiederglielo dalla prigione e lui sfoga con le folle:

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta».

Mi piace leggere in questa reazione un’aggressione all’apatia del cattolico della domenica, che si sposta verso il deserto, ma non fa nulla per contrastare l’aridità. Come se Gesù mi stesse dicendo che partecipare ad uno sciopero non serve a nulla se mi fermo ad ascoltare il leader della piazza che denuncia l’ingiustizia, senza impegnarmi successivamente perché le cose possano cambiare.

Cosa siete venuti a vedere in chiesa? Il prete vestito di rosa perché oggi è la domenica della gioia? Allora, cosa siete venuti a vedere? Il presepe allestito per quest’anno? Ben venga, ma in questa chiesa, come nelle vostre case, c’è qualcosa di più grande del presepe … la gioia legata alla possibilità che un bimbo cresciuto possa cambiarvi la vita nel momento in cui porrete quel neonato nella mangiatoia del vostro cuore.

È triste, allora, il vangelo di oggi, ma non esclude che si possa accogliere nella gioia. Non dobbiamo confondere, quindi, la gioia con la felicità. Quest’ultima dipende dagli eventi esterni e noi non potremo mai essere felici finché ci saranno barboni per strada, anziani soli in casa, detenuti che festeggeranno il Natale in carcere e noi in attesa che qualcuno ritorni nella nostra vita.

Non bisogna andare per forza in India per ritrovare se stessi nella città della gioia. Oggi si celebra il giubileo dei detenuti e il carcere non è un luogo migliore rispetto alle baraccopoli di Calcutta.

Come anche, in questo giorno, proprio perché si parla di coloro che, come Giovanni Battista, sono in carcere, la Chiesa beatifica 50 volontari uccisi dai nazisti per aver portato conforto religioso ai deportati. Erano un gruppo di giovani tra i 20 e 35 anni, che insieme ad altri volontari anonimi, si prestarono per andare ad assistere un milione e cinquecentomila operai francesi, ormai privi di punti di riferimento religiosi, creando degli spazi di gioia nei campi di concentramento.

Dove si innesta la gioia nella sofferenza? La conclusione di Gesù è fortissima. Giovanni Battista è il più grande tra “i nati da donna” e non esiste, dunque, persona migliore di lui sulla terra. Eppure, «il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Eccola la gioia! La Chiesa è madre e come tale comprende cosa significa attendere un figlio. C’è solo da sperare, affidandosi alla fede, affinché sia autentica l’esperienza dell’amore.

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Riflettere su Maria concepita senza peccato originale, mai come in questi tempi, significa approfondire il ruolo della donna nella storia della salvezza e la sua straordinaria dignità nella Chiesa e nella società.

Le letture proposte dalla liturgia, per il giorno dell’Immacolata, ricordano che la donna è stata creata a immagine e somiglianza di Dio, con una dignità intrinseca e una libertà di scelta che la rendono coprotagonista della storia.

Attraversando i secoli e i millenni, da Adamo ed Eva alla Chiesa di Leone XIV, appare evidente come il contributo della donna sia stato fondamentale e insostituibile. È indiscutibile, infatti, che scavando nella cultura patriarcale è possibile ritrovare il senso di una donna che, se non ci fosse stata, la storia sarebbe andata diversamente.

È un dato di fatto che nelle realtà ecclesiali sono spesso le donne a guidare il cammino di crescita integrale, attraverso gli itinerari di catechesi, la preparazione ai sacramenti e la formazione umana e cristiana dei bambini, dei giovani e degli adulti.

Essendo, purtroppo, la Chiesa composta da esseri umani, è anche il riflesso della società e, quindi, come per gli insegnanti nella scuola, avere un ruolo educativo, dal quale dipende lo spessore spirituale della comunità credente, non è abbastanza per qualcuno. Allora, ben venga accogliere il contributo che una sensibilità femminile può apportare nella gestione quotidiana della comunità, rendendo visibile la maternità della Chiesa anche nei ruoli di responsabilità dove è possibile dare spazio al ministero regale.

Come abbiamo visto in quest’ultima settimana, a creare problema è l’accesso al sacramento dell’Ordine, in particolare al suo primo grado: il diaconato permanente. Qualche esperto direbbe che stiamo su due piani diversi e che la questione si sposta dalla prospettiva pastorale a quella sacramentale.

Intanto, però, come ha ricordato anche papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, bisogna anche stare attenti a non identificare troppo la potestà sacramentale con il potere. Già Bergoglio, nel 2013, poneva la questione in termini di sfida e chiamava in causa gli addetti ai lavori: “Qui si presenta una grande sfida per i pastori e per i teologi, che potrebbero aiutare a meglio riconoscere ciò che questo implica rispetto al possibile ruolo della donna lì dove si prendono decisioni importanti, nei diversi ambiti della Chiesa.

In altre parole, la dignità di ogni donna nella Chiesa non è misurata dalla possibilità di accedere all’Ordine sacro. Il momentaneo diniego all’accesso al diaconato femminile (o la necessità di ulteriore studio teologico) non toglie assolutamente nulla alla dignità fondamentale della donna e ai ruoli di responsabilità che essa può pretendere nell’azione di governo.

Basti pensare che Maria, in cielo, celebra in Cristo il banchetto eterno, partecipando in pieno al ministero sacerdotale del Figlio e questo, in un luogo ‘serio’ come il Paradiso, non crea certamente scandalo. Il punto da approfondire, infatti, secondo me, è proprio quello del sacerdozio comune di tutti i fedeli.

Del resto, come vi ho fatto notare altre volte, paradossalmente, dalla stirpe sacerdotale arriva Maria, mentre Giuseppe era discendente della stirpe regale.

Contemplando l’Immacolata, quindi, ringraziamo il Signore per il dono della dignità femminile. Questo contributo è linfa vitale per la fede personale e l’azione della Chiesa, poiché dietro ogni cristiano c’è una grande donna.

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È il tempo dell’attesa per chi guarda verso il futuro aspettando di celebrare il natale.

Tutti gli anni, nelle prime domeniche di dicembre, ribadiamo sempre lo stesso concetto: la prima fase dell’avvento ci proietta in avanti, verso ciò che non ancora è accaduto.

Come cristiani siamo profeticamente chiamati a penetrare con lo sguardo il presente per cercare di cogliere qualche elemento che ci aiuti a comprendere dove stiamo andando. È il successo del sognatore che, alla Martin Luther King, immagina per i propri figli un mondo senza violenza, dove tutti possano vivere pacificamente insieme.

Mi piace pensare che, da bravo pastore cristiano, Martin conoscesse le scritture e si fosse lasciato ispirare dal profeta Isaia, in particolare dalla pagina che la Chiesa propone per la seconda domenica di Avvento. Sogna, il profeta, come il pastore e descrive un mondo diverso, dove il lupo andrà a vivere insieme all’agnello, il leopardo dormirà con il capretto, il vitello e il leone mangeranno insieme, la mucca e l’orsa andranno a passeggiare come vecchie amiche, il leone mangerà la paglia e non un essere vivente suo simile. Sogna, il ragazzo, un mondo più a misura dei piccoli, dove il lattante potrà giocare nella tana dei serpenti e il bambino toccare con mano il serpente velenoso.

Immagini che rasenterebbero la poesia, se non fosse per il fatto che sono portatrici di un messaggio forte, contro chi alimenta la violenza.

Circa 700 anni dopo, toccherà a Giovanni battista stimolare le coscienze, questa volta con un discorso più crudo, da persona che veste di peli di cammello e mangia le cavallette con il miele selvatico. Raccoglie gli abitanti di Gerusalemme, del regno di Giuda e delle aree interne lungo il fiume, per invitarli alla conversione integrale e non solo parziale.

Mi colpisce che, come sottolinea l’evangelista, queste persone, dopo aver confessato i loro peccati e aver aderito alla proposta di cambiamento, continuano ad essere trattati male da Giovanni che insiste, chiamandoli “razza di vipere”. Il dichiarare il senso di appartenenza non basta, bisogna fare “frutti degni della propria conversione”. È troppo facile nascondersi dietro un’etichetta, professarsi cattolici, frequentare la Chiesa, senza un’azione concreta che accompagni queste prese di posizione.

Al momento giusto Giovanni si mette da parte e indica Gesù come il salvatore. La Chiesa sarà uno strumento che egli ci fornirà per uscircene nel migliore dei modi. Dal mandato sono trascorsi più di duemila anni e, oggi, papa Leo ribadisce che la Chiesa non può stare in silenzio difronte alle ingiustizie.

Siamo alla vigilia dell’Immacolata e, quindi, riflettendo su questi aspetti, mi viene in mente l’allestimento del presepe. Penso alla sua rappresentazione, alla Betlemme attualizzata nei secoli e giunta fino ai giorni nostri, alla recita dei pastori napoletani e mi chiedo se sono loro a rappresentarci o, al contrario, siamo noi a recitare quella parte, perché tutto sommato, non solo si è sempre fatto così, ma è anche questa la mia vita!

Intanto il messaggio è chiaro: il Figlio di Dio si incarna nella storia attuale, nella nostra vita, sia che siamo pizzaioli, fabbri o pescivendoli, sia che ci attiviamo come dipendenti o liberi professionisti.

Vi parlo di questo per lanciare un’iniziativa che abbiamo pensato con i ragazzi del percorso di cresima: il concorso dei presepi. Chi lo gradisce, durante le feste di Natale, riceverà la visita dei ragazzi del paese che verranno ad apprezzare i vostri presepi.

Io, personalmente, ho già allestito il presepe con la sola immaginazione e più che di un sogno, si tratta solo della mia personale interpretazione della realtà. Ripercorro il motivo della canzone di Natale diffusa tra i giovani francescani di 40 anni fa e descrivo la mia scena …

Ecco la stalla nel bosco, con il bue, l’asinello e l’assistente sociale che accorre già; bambole di pezza, con il suono elettrico della chitarra, a raccontare un pezzo di cultura italiana a noi lontana; droni che volano, tra angeli inermi, con bombe che cadono a Kiev, a Gaza e in questi giorni in Sudan; le nostre case, violate dal pastori ignoti che entrano leggeri dalla finestra, per uscirne con i sacchi pieni; nel frattempo c’è sempre chi dorme e non si accorge di nulla, mentre in pochi restano meravigliati per un evento ordinario, che solo l’incontro tra cielo e terra poteva rendere straordinario.

Questo è il mio presepe, che continuerò ad arricchire di nuovi elementi durante l’avvento. Nel frattempo chi vuole può “divertirsi” a rappresentare il proprio mondo, illuminandolo di quella luce che simbolicamente abbiamo acceso all’inizio della celebrazione, ma che, ancora una volta, è solo una rappresentazione simbolica di una realtà che già si è realizzata, ma non è ancora salvata: la tua vita!

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Nel giorno dedicato alla commemorazione dei defunti, nella nostra mente appaiono numerosi i volti di persone che non ci sono più e, nel nostro cuore, l’assenza pesa.

Qualche giorno fa ho ricevuto un messaggio di una persona che mi informava che il papà sta per morire e che desiderava salutarmi. Sono entrato in un’altra dimensione e in stato di “trans” ho rivisto i 15 anni di frequentazione con questo giovane, più o meno della mia età. Anni di confronti e scontri, risate e pianti, momenti di svago e di lavoro. Un intreccio di scambi, come quando vivi su due diversi piani di una stessa casa, avendo la possibilità l’uno di sentire ogni passo e l’altro di ascoltare ogni esternazione emotiva.

E così ho compreso cosa significa commemorare: rivedere un film dove il defunto è il co-protagonista del racconto che stai scrivendo oggi. Perché il 2 novembre non dovremmo andare al cimitero per onorare degli spettatori passivi della nostra vita, ma per ricordare i co-protagonisti della nostra storia personale, familiare e comunitaria.

Chi se n’è andato ha abbandonato la scena, ma continua a recitare attraverso di noi. Ogni tratto della nostra personalità porta con sé una traccia indelebile del suo passaggio.

Eppure, lo sguardo di fede va oltre la semplice nostalgia. La parte sulla resurrezione di Cristo ci assicura che la morte non è l’ultima scena.

Condivido delle intenzioni particolari, che la nostra piccola comunità può comprendere fino in fondo:

  • preghiamo per i bambini che non ci sono più e per i loro genitori che oggi piangono sulle loro tombe;
  • preghiamo per i genitori che sono andati via prima del tempo e per i loro figli, ancora piccoli, che oggi girano per il cimitero;
  • preghiamo per chi non ha lasciato questo mondo, ma la nostra vita personale, provocando una morte apparente;
  • preghiamo per i nostri co-protagonisti defunti, affinché la luce eterna risplenda su di loro e ritorni a noi, per farci vivere un lieto fine, degno della migliore storia che potevamo scrivere, la nostra.

Oggi, quindi, non piangiamo per un finale drammatico, ma affidiamo i cari defunti al Regista della Vita. Nel farlo, noi stessi siamo spinti a vivere, con rinnovato impegno, la parte del copione che ci riguarda.

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1° novembre, Tutti i Santi, non è il giorno del ricordo dei nomi scritti nel calendario, ma la festa dei santi ignoti, di quelle innumerevoli persone che, pur non essendo state innalzate agli onori degli altari con la canonizzazione ufficiale della Chiesa, hanno vissuto l’esistenza terrena in una santità quotidiana, applicando radicalmente la logica evangelica dell’amore incondizionato per il prossimo.

Questa solennità si rinnova ogni anno perché si rinnova costantemente l’esercito silenzioso e sconosciuto dei beati. Basti pensare ai cristiani che, anche solo nell’ultimo anno, sono stati barbaramente uccisi in odio alla loro fede, specialmente in luoghi di conflitto e persecuzione. La Nigeria, ad esempio, continua a piangere le vittime innocenti – tra cui neonati, bambini, madri e padri – massacrate da miliziani armati perché cristiani. Solo qualche giorno fa, infatti, abbiamo appreso dell’ennesimo attentato ad una chiesa cristiana. Questi sono i martiri che testimoniano con il sangue l’amore estremo, ma che spesso rimangono cifre anonime nelle cronache globali, santi senza nome, che resteranno tali e, per questo, festeggiati il primo giorno di novembre.

Ma i santi ignoti sono anche tutti coloro che sono strappati alla vita in modo prematuro e innocente, le cui esistenze, pur brevi, hanno rappresentato un lampo di purezza evangelica, di carità silenziosa e di accettazione del dolore.

Oggi, camminando per il cimitero, mi sono soffermato sulle tombe dei bambini, per una profonda riflessione sulla fede.

Voi sapete che la Chiesa opera con prudenza quando deve proclamare un santo. Una canonizzazione è, in tal senso, una dichiarazione infallibile che quella persona è nel Regno dei Cieli e, per questo, può essere venerata. A rigore di dottrina, quindi, non è permesso pregare i defunti se non i Santi canonizzati. Ma è altrettanto vero che, nell’immaginario collettivo, un bambino che muore vola dritto in Paradiso, poiché la sua innocenza è una garanzia di beatitudine che supera ogni umana incertezza, perché, come abbiamo ascoltato anche oggi dalle parole di Gesù, sono “beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”.

Penso che le tombe dei bambini dovrebbero essere custodite come quelle dei Santi. A loro possiamo e dobbiamo rivolgerci, perché sono gli intercessori a noi più vicini.

È stato un dispiacere scovare una di queste piccole lapidi trascurata. Qualcuno potrebbe dire che i genitori non ci sono più. Sarà anche vero, ma noi siamo qui, comunità credente, incapace di prendersi cura dei suoi figli, prima e dopo la morte!

La festa dei santi ignoti, diventa la festa dei bambini che non ci sono più e l’occasione per curare questi luoghi d’incontro con il mistero.

La festa di Ognissanti, quindi, non è solo una commemorazione del passato, ma anche un’attualizzazione di un futuro che è reso presente nello sguardo di un fanciullo. Penso alle foto di quei bimbi che non ci sono più, i cui sepolcri dovrebbero risplendere per la certezza della loro santità, ma anche a quei genitori andati via troppo presto, lasciando i piccoli a piangere sulle loro tombe. Questi sono i santi ignoti e oggi è la loro festa.

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Mi piace chiamare questa domenica, ultima del mese missionario, come la domenica delle 2P (“due pi”): Preghiera e Povertà. Un binomio fortissimo, che suona quasi come uno slogan da inserire su un “manifesto elettorale” di qualche fallito che aspira al trono e cerca consenso tra le alte sfere della gerarchia ecclesiale.

Nella prima lettura apprendiamo che la vera preghiera, che attraversa le nubi e arriva all’Altissimo, è quella generata dal cuore dei poveri. Una povertà che nasce da una condizione di fragilità indipendente dalla mancanza di ricchezza economica e che dipende dalla condizione di precarietà indotta dal contesto sociale di riferimento, che rende la tua anima ultima, perché vedova, orfana, oppressa. Privata della parte di te che ti completa, lasciata sola troppo presto ad affrontare il mondo, schiacciata dalle convenzioni e dalle aspettative e dal giudizio degli altri.

È la storia della coppia che sale al tempio a pregare, raccontata da Gesù “per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”.

Bisogna conoscere il contesto culturale dell’epoca per comprendere fino in fondo la parabola riportata da Luca.

Oggi diremmo che i farisei sono un gruppo di ultracattolici, radicati nel fondamentalismo di matrice religiosa, apparentemente fondato su principi etici per giustificare il formalismo che l’accompagna. Mi verrebbe da dire, con un termine napoletanamente intraducibile, che si parla dell’indole “bizzoca” di tante persone di Chiesa, che sarebbe riduttivo esprimere con il bigottismo.

I pubblicani, invece, suonavano all’orecchio del popolo, come gli attuali esattori delle agenzie che acquistano dall’ente pubblico un credito, anticipando il dovuto, per poi aggredire il debitore con minacce giuridiche e non solo. Insomma, brutta gente, che ha tradito le proprie origini e si è alleato con il nemico, per soldi, forte del principio che “l’ambasciatore non porta pena”.

Questi sono i protagonisti della storia, entrambi credenti che frequentano il culto e conoscono le usanze, al punto che, quando entrano nel luogo sacro, sanno che, la prima cosa da fare, è porre la loro coscienza al cospetto di Dio. Solo che il fariseo non riesce a vedere i suoi limiti, ritiene di non aver commesso peccati, perché non ruba, è giusto, non tradisce la moglie, fa i digiuni settimanali e paga pure le tasse. Non è, insomma, come il suo involontario compagno di preghiera, traditore del popolo, peccatore pubblico, che osa entrare in Chiesa.

Sarà l’atmosfera che si respira in questi giorni, ma l’atteggiamento del fariseo mi fa pensare al modo di comunicare dei politici impegnati in campagna elettorale, di qualsiasi estrazione, senza alcuna preferenza di tendenza. Invece di essere propositivi, spiegando come pensano di apportare il loro contributo alla collettività, si limitano a guardare all’avversario, con argomentazioni che non sanno neanche più di demagogico, come quando si faceva a gara a chi la sparava più grossa.

La condanna di Gesù è chiara, ma ancora più esplicito è l’esempio che ci pone con il traditore che si riconosce peccatore e, per questo, va in chiesa. Perché la Chiesa, secondo l’immagine che ci ha lasciato papa Francesco, è un ospedale da campo e, quindi, un presidio di prossimità per chi è ferito.

A tal proposito, avete sentito che la Chiesa nazionale ha reso pubblico il documento di sintesi del cammino sinodale in Italia. Leggendo le conclusioni e, soprattutto, osservando le reazioni dei farisei da tastiera, ancora una volta mi piace calare il vangelo di oggi nell’attualità, in questo caso ecclesiale.

Innanzitutto, prendiamo atto che, giustamente, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Se vi ricordate, alla vigilia dell’apertura del Sinodo, ci siamo divertiti a giocare con i pronostici, prevedendo che, tutto sommato, la Chiesa, a meno che non fosse in una profonda crisi di identità, conosceva la sua natura e sapeva che doveva riproporsi al mondo contemporaneo. Non a caso era partita nel modo giusto, ponendosi in ascolto. E anche qui potevamo immaginare quali sarebbero state le questioni conclusive.

E così, ecco che ci abbiamo messo quattro anni per tornare al punto di partenza e risalire sull’onda mediatica che pone in evidenza le questioni di sempre: la ridefinizione della donna nella Chiesa, l’accoglienza della comunità LGBT, la dimensione sinodale della comunità ecclesiale.

Ritornano i farisei al tempio che, guardandosi intorno, scovano i pubblicani di turno, a loro dire traditori del popolo cristiano, che si riconoscono peccatori perché, forse, fino a non molto tempo fa, hanno espresso qualche pregiudizio e, ora, sono pentiti.

Mi chiedo se lo sdegno che stanno manifestando i fondamentalisti cattolici sui social è convinto o strumentale. Nella migliore delle ipotesi non hanno ancora letto il documento e, quindi, manifestano la loro superficialità. Diversamente, se sono consapevoli di quello che dicono, allora siamo difronte all’ignoranza funzionale, che oltre a non comprendere quello che legge, si attacca come un tumore galoppante alle cellule sane.

Perché, mi spiegate cosa c’è di strano a dire che non bisogna opporsi alle fobie? La Chiesa si sarebbe allontanata da Cristo e dal vangelo perché chiede ai vescovi di non opporsi alle iniziative che contrastano ogni forma di violenza e discriminazione, comprese quelle contro l’omofobia e la transfobia. Parliamo di prese di posizione che cercano di contenere l’aggressività di chi ha paura (fobia) della diversità.

Il pretesto è lo spettacolo del gay pride, per qualcuno volutamente provocatorio, che, secondo loro, riceverebbe l’avallo della Chiesa italiana. Per fortuna è stato spiegato che si tratta dell’adesione della Chiesa alle giornate contro gli abusi, innanzitutto tramite la preghiera.

Allora il punto è proprio questo: siamo noi che generiamo i nuovi poveri, ogni qualvolta etichettiamo chi la pensa diversamente da noi, favorendo l’emarginazione e prendendo le distanze.

Ritorniamo, così, al punto di partenza: la preghiera dei poveri. Concludo con un’immagine. All’ingresso della galleria di Napoli, in un angolo sporco dei gradini d’accesso, giace una donna con accanto il suo cane. Lasciate che la chiami con l’unico nome che rende la sua condizione, non per mortificarla, ma per scuotere le nostre coscienze: una barbona! Chiede l’elemosina, ma senza dare fastidio. Accanto a lei un cartoncino con una scritta a pennarello informa che i soldi servono per acquistare le crocchette al suo amico fedele. Ecco la preghiera dei poveri che ci interpella e che ha bisogno di noi per poter uscire dalla nebbia e arrivare al Cielo.

 

A. G.

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Domenica 19 ottobre, anche oggi la Chiesa è in festa e, ancora una volta, ha più motivi per festeggiare. Dovremmo essere felici, ma siamo troppo distratti per comprenderlo.

Celebriamo la Giornata Mondiale Missionaria, dopo aver pregato dall’inizio del mese per le missioni, ancora una volta accompagnati da Maria Migrante, l’icona che da tre anni vi propongo come modello di Madre che, guarda dalla finestra ciò che accade e prega per i suoi figli in giro per il mondo.

Insiste Maria, come la vedova con il giudice, perché sia fatta giustizia. Guarda verso il Figlio, intercedendo verso il Padre, perché si possa risvegliare in noi lo Spirito.

Insiste la vecchietta, sfida l’uomo disonesto, usando la sua disonestà a suo favore. Non teme Dio chi non ha riguardo per alcuno, ma non è peggiore di chi avrà la possibilità di incontrare il Figlio dell’uomo, quando questi verrà sulla terra e farà fatica a trovare la fede.

Da sempre mi colpisce questo legame tra fede e giustizia, riconosciuto da Gesù in ben due beatitudini su nove: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”, sembra essere il motivo di tanta perseveranza nella vittima che si rivolge al giudice e viene nutrita; “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”, diventa, poi, la chiave di lettura per comprendere che avere fede e, quindi, credere nel regno dei cieli, è la strada migliore per sopravvivere alle ingiustizie.

Il motivo per il quale Gesù racconta questa storia è chiaro, lo esplicita l’evangelista all’inizio: per far comprendere della “necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. Perché c’è la possibilità che dopo aver pregato per una vita, si possa perdere la fede. Ne sanno qualcosa quelli che non hanno avuto risposte alle loro suppliche e si sono allontanati. Come, anche, lo può comprendere chi fa fatica a riemergere, dopo aver toccato il fondo.

Il grande Mosè non è da meno. Non ce la fa a pregare sempre e, quando si stanca, il popolo soccombe. Sembra quasi un meccanicismo: alzo le mani verso il cielo e il popolo prevale, le abbasso e il nemico ha il sopravvento. E così, chi gli sta accanto capisce e lo aiuta, sostenendogli le braccia.

Anche nella preghiera, da soli, non possiamo farcela. Dobbiamo sostenerci gli uni con gli altri, soprattutto nelle difficoltà. Penso alla recita del Rosario e concludo che è proprio così. Proprio voi, diversamente giovani, avete bisogno di venire in chiesa per recitare il Rosario insieme e supportarvi nella preghiera. Potreste recitarlo a casa, da sole, di solito lo recitate pure, ma soprattutto con l’iniziativa di questi giorni, mi state dimostrando che c’è bisogno di un sostegno.

Mi fa piacere, infatti, apprendere che molte famiglie della nostra comunità si sono prenotate per ricevere la statuetta di Maria a casa, per qualche giorno. Sembra quasi la pietra che hanno fornito a Mosè per aiutarlo a pregare. Non c’è niente da fare, abbiamo bisogno di sostegni, fosse pure una statuetta, ma senza una “protesi” si fa più fatica.

La salvezza che arriva dal Vesuvio

Penso, allora, a Bartolo Longo, un altro motivo per festeggiare oggi, soprattutto noi che di questa regione dovremmo farne un motivo di vanto, mentre invece siamo troppo presi dall’identità sannita. Eppure i sanniti hanno combattuto contro i romani, non contro i napoletani, perché fate così?

Bartolo, una figura che, mi auguro, con la sua canonizzazione, possa essere recuperata. Non era campano, ma all’ombra del Vesuvio si è fermato e una piccola edicola della Madonna gli ha fatto da sostegno, perché potesse dare giustizia alla sua fede.

Stavo leggendo qualcosa su questo evento, perché la figura di Bartolo Longo mi ha sempre colpito. Fin da ragazzi andavamo a Pompei e ci chiedevamo perché non ci tenessero a farlo santo. Non se ne parlava e, in effetti, se ci pensate, è passato un po’ in sordina. Eppure il Rosario lo recitiamo tutti i giorni e l’icona della Madonna di Pompei è in tutte le chiese.

Anche dai media cattolici prendo atto che la figura e il messaggio di Bartolo non è stata compresa fino in fondo e, forse, proprio per questo, la devozione a Maria si è diffusa, ma non è cresciuta l’adesione alla Chiesa. Il TG conferma che è stato canonizzato il fondatore del santuario di Pompei. Lo trovo limitante e per nulla educativo sul piano della testimonianza cristiana.

Come ho avuto già modo di raccontarvi, se andiamo a Pompei e giriamo per gli spazi adiacenti al tempio, abbiamo modo di ammirare la mostra fotografica che racconta l’opera di Bartolo Longo. È così evidente che, mentre si alzava la chiesa, mattone su mattone, accanto prendeva forma l’opera completa, con gli orfanotrofi, le scuole, gli spazi per insegnare un mestiere ad uomini e donne, i luoghi per accogliere i poveri. Trovo davvero riduttivo indicare il santuario come l’opera di Bartolo e circoscrivere la santità di quest’uomo alla sua costruzione.

L’educazione all’affettività

Con Bartolo Longo vengono canonizzati altri testimoni, uomini e donne, seguaci di Gesù, figli delle missioni, perché provenienti da tutti i continenti. Ve li citerei anche tutti, ma resterebbero nomi impronunciabili, che dimenticheremmo in un attimo. Ci basti sapere che provengono da tutti i continenti, sono uomini e donne, religiosi e laici, missionari martiri e operatori di carità. Tra questi, però, uno lo voglio nominare, perché mi ha colpito in modo particolare.

Un ragazzo di nome Peter, nato in un villaggio di un isolotto della Papua Nuova Guinea, in una tribù che vedeva, in quegli anni, arrivare i primi missionari. I genitori accolgono il Vangelo, si convertono, sono tra i primi battezzati di quelle zone. Peter, ormai cresciuto si sposa e riceve il sacramento del matrimonio. Diventa catechista di quelle prime cellule cristiane, punto di riferimento lì dove, in quelle zone, i sacerdoti non riuscivano ad arrivare ovunque. Viene arrestato per il “suo” insegnamento contro la poligamia. Era troppo per quella gente. Condannato a morte, lo finiscono con una siringa di veleno.

A breve riprenderanno gli itinerari di educazione alla fede. Cari catechisti, qualcuno per prendere seriamente questa missione è morto ammazzato. Non siamo a quei livelli, ma essere attaccati, anche da chi si professa cattolico, perché si prova a trattare temi “sensibili”, è una possibilità concreta. Se poi, si parla di educare all’amore, all’affettività, alla sessualità, la censura diventa paradossale, poiché non esiste argomento che non si possa trattare con i bambini, naturalmente con gli strumenti e i linguaggi giusti, questa è pedagogia.

Dovremmo provare a scontrarci con le nostre incoerenze e formarci al pensiero critico, soprattutto in questo momento storico, dove l’accesso alla disinformazione è “garantito”. In particolare, per quanto riguarda le nostre comunità e la catechesi, finché non lo vieteranno per legge, come accaduto in Papua Nuova Guinea, proviamo ad educare i piccoli delle nostre parrocchie alla morale della vita fisica. Potrebbe aiutare a prevenire violenze di genere, bullismo, problemi di salute mentale e aiutare a costruire relazioni sane e positive. È un problema di comunicazione, perché quando si ama, si comunica sempre; ma quando si comunica, non sempre si ama.

L’opzione preferenziale per i poveri

La giornata di oggi ricorda che siamo noi la pietra che attende chi è impegnato altrove per continuare la sua missione. Pensavo come gli eventi marcano l’unico percorso della Chiesa che, al di là del papa più o meno simpatico, passa attraverso un’unica strada che attraversa la storia e che, tracciata da Gesù, ha bisogno della manutenzione ordinaria degli “operai dell’ultim’ora”.

Così, vi faccio notare una situazione che si è venuta a creare e che a me piace tanto. Domenica scorsa vi ho accennato dell’Esortazione di papa Leo, primo documento ufficiale da lui firmato, che detta un po’ la linea programmatica da seguire, l’idea di Chiesa del nuovo pontefice. Oggi, per la giornata mondiale missionaria, ci confrontiamo ancora una volta con Francesco, poiché il messaggio per questa giornata è firmato da lui. Ebbene, cosa apprendiamo? Che l’idea di Chiesa dei due Pastori è la stessa e continua a parlare la lingua dei poveri.

La missione parte dall’attenzione per il nostro contesto di prossimità e, quindi, per ciò che è più vicino a noi, spazio, comunità, persona. Ci aspetteremmo, infatti, un focus sui Paesi tradizionalmente indicati come terre di missione ed, invece, Francesco si preoccupa per l’occidente, indicandola come la destinataria della missione. A tal proposito, nel messaggio per la GMM, esprime questo concetto che voglio riportare completo, perché ci aiuti a riflettere e ad agire:

“Animate da una speranza così grande, le comunità cristiane possono essere segni di nuova umanità in un mondo che, nelle aree più “sviluppate”, mostra sintomi gravi di crisi dell’umano: diffuso senso di smarrimento, solitudine e abbandono degli anziani, difficoltà di trovare la disponibilità al soccorso di chi ci vive accanto. Sta venendo meno, nelle nazioni più avanzate tecnologicamente, la prossimità: siamo tutti interconnessi, ma non siamo in relazione. L’efficientismo e l’attaccamento alle cose e alle ambizioni ci inducono ad essere centrati su noi stessi e incapaci di altruismo. Il Vangelo, vissuto nella comunità, può restituirci un’umanità integra, sana, redenta”.

Ecco le nuove forme di povertà e le attuali terre di missione dove rendersi presenti. A maggior ragione se si pensa che la strategia di aiutare gli ultimi a casa loro è fallita da tempo e la Chiesa l’ha compreso in anticipo, perché per prima ci aveva provato. La missione è qui, perché qualcuno è riuscito a sopravvivere alle tempeste di sabbia, a superare le onde oscure, a saltare i muri del pianto. Dobbiamo darci da fare, prima che sia troppo tardi e si alzi verso il cielo l’ultimo volo.

A. G.

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In occasione del mese di ottobre, che vede la comunità ecclesiale impegnata nella preghiera e nella sensibilizzazione a favore dell’impegno missionario, accompagnata dalla protezione della Vergine Maria, la parrocchia di Campolattaro, nell’anno straordinario del giubileo, organizza un tour per le case delle famiglie che desiderano ricevere la statua della Madonna pellegrina e riunirsi in preghiera.

Un’occasione preziosa di condivisione, per affidare a Maria, la Madre di Gesù e della Chiesa, le intenzioni personali e rafforzare i legami di fraternità.

Le famiglie che desiderano ospitare la statua della Madonna Pellegrina possono comunicarlo al parroco o ai collaboratori.

Durante la permanenza, si invita a riunirsi in preghiera con parenti, vicini e amici, recitando insieme il Santo Rosario.

Che la preghiera alla Vergine Maria, supporto per le missioni, porti pace, speranza e benedizione a tutte le persone di Campolattaro.

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Si avvicina la stagione della raccolta delle olive, un momento cruciale in queste zone dell’entroterra sannita, che vede impegnate tante famiglie e lavoratori che, per l’occasione, si prendono i giorni di ferie a lavoro.

Un’attività, tra l’altro, capace di riattivare anche i pensionati dandogli una carica da “braccio di ferro”, visto l’impegno e la fatica che ci vuole, senza neanche consumare spinaci … ma un salutare “pane e puparuoli” per la pausa pranzo.

Si fa festa a lavoro, si interrompe la noia da pensionato quotidiano, qualcuno fa anche festa a scuola e … si salta la messa la domenica, perché si sa, se non corri la domenica in campagna, quando ci vai, visto che durante la settimana il tempo non è buono?

In effetti c’è questo comandamento un po’ “strano”, che ricorda di santificare le feste, ma senza impegno, perché poi se si lavora, giustamente, non è festa, … quindi non c’è nulla da santificare.

Scegliere di saltare la Messa, dottrinalmente parlando, si sa che è peccato mortale, perché si viola il terzo comandamento. Inutile dire che li trasgrediamo un po’ tutti gli altri nove, ma, per quanto riguarda il cattolico che, in questo periodo, va a messa la domenica solo se piove a “zeffunno”, mi viene da pensare che commette un doppio peccato, rivelando molto di più di una debolezza spirituale, dal momento che manifesta una imbarazzante mancanza di capacità organizzativa … anche se si sa muore sotto la pioggia!

“Padre, è uscita la buona giornata, Dio capirà.” Eccolo un miracolo eucaristico mancato! Quanti quintali di olive si raccolgono in un’ora? Forse se si riuscisse a capire che essere cattolici significa passare continuamente dal vangelo alla vita e dalla vita al vangelo, il problema organizzativo sarebbe risolto con la stessa efficienza che si usa per stendere le reti, “scotoliare” le piante e … portare le “cascette” al frantoio.

Perché se la Messa fosse davvero sentita come “fonte e culmine” della nostra settimana, non ci sarebbero scuse, ma soluzioni per salvare capre e cavoli, o forse è il caso di dire Gesù nell’orto degli ulivi?

Ho interrogato qualche chierichetto alle prime armi e le ha trovate da sole alcune soluzioni:

  1. Se la domenica volete svegliarvi alle 5 del mattino per andare a lavorare nei campi, potete andare il sabato a Messa, basta organizzarsi per chiudere la raccolta giusto un attimo prima e venire di sera … pure senza farsi la doccia, tanto Dio apprezza chi lavora nella vigna (e nell’uliveto) del Signore. Si passano giornate a scuotere i rami, se si dedica mezz’ora a scuotere l’anima non perdi il raccolto, ma ti raccogli.
  2. Di solito si raccoglie in gruppo, con i familiari, gli amici, i conoscenti … non potete fare i turni? “Tu vai alla Messa delle 8:30, a papà, io resto qui e non ti bestemmio addosso se manchi per un’ora. Poi andrò io a quella delle 11 e tu fai il bravo e continui sotto il sole.” È un meccanismo che utilizzano i lavoratori per non fermare l’attività a ora di pranzo, si potrebbe estendere al banchetto eucaristico … ribadendo che puoi anche venire “che panni da fatica” visto che dopo devi riprendere, quindi nessuno si offende e chi lo fa … è fetente!
  3. Se, poi, la compulsione del raccoglitore seriale fosse così patologica da non poter essere frenata, allora, niente paura, se ne parla con il parroco che, come al solito, deve risolvere tutto lui. E in questo caso sapete che fa? Celebra una messa per i casi più gravi. I parroci sono tutti d’accordo su questo e celebrerebbero volentieri, ma è più facile giustificarsi in nome della salute, perché lavorerai anche per giorni, dalla mattina alla sera, senza fermarti soprattutto di domenica, ma vuoi mettere, anche se l’olio è liquido, ci sarà sempre l’amico che ti dirà “almeno sai che ti mangi”.

Concludiamo con una preghiera … nun se po mai sape’ … Signore assisti i nostri amici raccoglitori di olive, che se si fanno male sarebbe l’ennesimo peccato mortale!

 

Uniti sotto la pioggia

Il parroco

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Per i ragazzi dai 12 ai 20 anni (scuole medie e superiori), un percorso in preparazione alla maturità della fede e della vita, girando per le strade di quel mondo che a tutti dovrebbe essere presentato prima di esservi assorbiti da grandi.

Per eventuali informazioni ed adesioni rivolgersi presso la segreteria dell’oratorio o ad Antonio Mancini.

Forza, fatevi coraggio, perché … chiù ne simmo e chiù belli parimmo!

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