Dall’oratorio di Campolattaro al giornalismo internazionale: la testimonianza di Tarcisio Mazzeo

Posted on Agosto 23, 2026

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Dall’oratorio di Campolattaro al giornalismo internazionale: la testimonianza di Tarcisio Mazzeo

Intervista pubblicata su Il Tammaro

Il noto giornalista RAI si racconta in vista dell’incontro pubblico del 27 agosto a Campolattaro: il legame indissolubile con il suo paese natale, le difficoltà dell’emigrazione a Genova, il “cerchio della vita” che si chiude in Africa e la sua visione dell’informazione come strumento di democrazia e prossimità.

 

Tarcisio Mazzeo, volto noto del servizio pubblico televisivo e voce conosciuta della radio italiana, ritorna nel Sannio, a casa sua, in occasione dell’incontro pubblico che lo vedrà protagonista giovedì 27 agosto, alle ore 19, a Campolattaro. In un’intensa conversazione, originariamente rilasciata ai microfoni di Radio Speranza, il giornalista ha ripercorso le tappe fondamentali della sua vita e della sua straordinaria carriera, offrendo spunti di profonda riflessione sul senso di comunità, il ruolo sociale dell’informazione e le prospettive di riscatto per le aree interne della Campania.

Di seguito vi proponiamo l’intervista integrale, organizzata per aree tematiche, che testimonia un legame viscerale con la propria terra d’origine e un modo di fare giornalismo che mette al centro l’essere umano.

Le Radici nel Sannio e l’infanzia a Campolattaro

D.: Tarcisio, lei oggi è un giornalista affermato e un volto noto della RAI, ma le sue origini sono qui. Cosa rappresenta per lei Campolattaro e qual è il legame che la unisce ancora oggi al Sannio?

Tarcisio Mazzeo: È un legame fortissimo, sono le mie radici. Le radici sono qualcosa che non si recide mai e che non si perde mai. Sono nato a Campolattaro, dove ho frequentato la scuola elementare fino all’età di 8 anni. Mio padre allora era procaccia postale e, allo stesso tempo, gestiva una bottega di barbiere in cui faceva anche il calzolaio. Eravamo una famiglia numerosa, io sono il quarto di sette fratelli. Nel 1965, alla fine della mia terza elementare, ci trasferimmo a Genova, dove mio padre aveva assunto servizio come impiegato a tempo pieno presso le Poste, compiendo poi lì tutto il suo percorso professionale.

D.: Della sua infanzia a Campolattaro, prima del trasferimento, cosa porta ancora nel cuore, in particolare riguardo all’educazione e ai valori umani e cristiani ricevuti?

Tarcisio Mazzeo: Mi porto dietro tutto. Ho dei ricordi assolutamente forti, importanti e sempre presenti. Ho fatto la prima comunione a Campolattaro e ricordo con affetto l’insegnamento delle suore all’asilo. Nel palazzo dell’asilo c’era un piccolissimo teatrino che in seguito sarebbe risultato decisivo per la mia vita. Al piano superiore, ricordo la presenza di un pianoforte con suor Maria Letizia. Inoltre, porto nel cuore la sorella maggiore di mia madre, una suora stimmatina che reputavo la mia “zia suora”; pur non risiedendo a Campolattaro, veniva a trovarci periodicamente e con lei abbiamo mantenuto rapporti molto saldi. Mio padre è stato anche presidente dell’Azione Cattolica di Campolattaro. Tutto questo contesto è stato assolutamente determinante per la formazione mia e dei miei fratelli, e l’ho ritrovato intatto nelle scelte che ho compiuto successivamente come giornalista, persino nella selezione degli argomenti da seguire nel mio lavoro.

Il “doppio shock” dell’emigrazione a Genova

D.: Dal cuore dell’Alto Tammaro alle colline della Liguria, davanti al mare. Com’è stato questo trasferimento a Genova? Ha inciso sulla sua crescita?

Tarcisio Mazzeo: Genova mi ha dato opportunità enormi, ma l’inizio non è stato affatto semplice. Spesso penso che ciò che oggi accade agli immigrati che arrivano da noi, all’epoca succedeva a noi meridionali. Diventare genovese partendo da Campolattaro fu un processo intenso, impegnativo e accompagnato da una certa sofferenza. Un ricordo molto forte riguarda mio padre: ci chiese espressamente di smettere di parlare in dialetto a casa. Dovevamo imparare a parlare bene l’italiano per non fare brutta figura. In casa si smise totalmente di usarlo, l’unica eccezione era mia madre che, con la tipica autonomia materna, continuò a parlare in dialetto. Per noi figli fu una grande privazione. Anche a scuola l’impatto fu duro: a Campolattaro ero tra i primi della classe, ma a Genova passai bruscamente dal 10 in italiano e matematica a una stentata sufficienza, il 6.

Una carriera partita con la boxe, “Tutto il Calcio” e l’incontro con tre Papi

D.: Eppure Genova è stata anche il trampolino di lancio per la sua prestigiosa carriera giornalistica. Come ha iniziato?

Tarcisio Mazzeo: La Liguria mi ha offerto la mia grande occasione attraverso un giornale storico che oggi purtroppo non esiste più: Il Lavoro. Una testata gloriosa che in passato era stata diretta anche da Sandro Pertini. Un giorno mi presentai in redazione dicendo semplicemente che volevo fare il giornalista e che sapevo scrivere bene. Poiché avevo una grande passione per il pugilato, alla domanda su cosa sapessi fare risposi che avevo una competenza: “Mi occupo di boxe”. Cominciai così, scrivendo un articolo dopo l’altro sulla boxe. I capiredattore notarono la qualità del mio lavoro e iniziarono ad affidarmi la cronaca, permettendomi di allargare i miei orizzonti.

D.: Lei è noto al grande pubblico soprattutto come voce dello sport e di Tutto il calcio minuto per minuto. Come si concilia lo sport con il senso del servizio pubblico?

Tarcisio Mazzeo: Diventare radiocronista di Tutto il calcio minuto per minuto ha rappresentato la realizzazione di un sogno gigantesco. Ma lo sport, per come lo intendo io, è soprattutto il racconto della vita: la fatica delle persone, la scelta di qualcosa di pulito e sano attraverso il sacrificio e la determinazione. Chi ha dentro questi valori li trasferisce inevitabilmente nel proprio lavoro. Al di là dello sport, la mia carriera mi ha dato la possibilità di occuparmi di problemi sociali profondi, di povertà, di lavoro, di cronaca nera e di politica. Ho avuto persino il privilegio di incontrare tre Papi e di curare la cronaca diretta dell’intronizzazione di Papa Benedetto XVI.

Il “cerchio della vita” che si chiude in Africa

D.: Ascoltandola si percepisce che la sua vita sia guidata da una sorta di filo invisibile. C’è un episodio particolare in cui ha sentito che il suo percorso personale e professionale si ricongiungeva alle sue origini?

Tarcisio Mazzeo: C’è una storia straordinaria che considero un vero e proprio punto di svolta e che racconterò in dettaglio durante l’incontro con i miei concittadini. Tutto comincia in quel piccolo teatrino dell’asilo a Campolattaro, dove si accedeva tramite una scaletta. Un giorno, dei missionari proiettarono per noi bambini un filmato tremolante con immagini dell’Africa. Fu il mio primo incontro con la realtà missionaria.

Anni dopo, avevo ormai 16 o 17 anni, mi trovavo in un oratorio a Genova, nella parrocchia di San Tommaso. Un sabato pomeriggio arrivarono delle persone per proiettare un documentario e, con mia enorme sorpresa, sullo schermo apparve esattamente lo stesso filmato che avevo visto da bambino a Campolattaro.

Il cerchio si è chiuso definitivamente nel 1999, durante il mio primo viaggio giornalistico in Africa, nella Repubblica Centrafricana, dove operano i Carmelitani Scalzi di Arenzano e i frati Cappuccini. Appena uscito dall’aeroporto, sono salito su una jeep e ci siamo fermati in un piccolo villaggio circondato da bambini incuriositi. Nel momento in cui sono sceso e ho posato i piedi sulla terra rossa, ho avvertito un brivido: era la stessa identica terra rossa che avevo visto in quel filmato tremolante, prima a Campolattaro e poi a Genova. Lì ho capito che un percorso iniziato nel piccolo oratorio del mio paese natale stava compiendo la sua parabola. Da allora ho fatto molte altre esperienze in Africa, in Brasile e nelle Filippine.

Il Giornalismo come prossimità e strumento di democrazia

D.: Oggi assistiamo spesso a un’informazione amplificata, che tende a dividere o a spaventare per fare notizia. Come può il giornalismo ritrovare una dimensione di prossimità e solidarietà?

Tarcisio Mazzeo: Credo che il buon giornalismo lo faccia già ogni volta che si limita a fare il proprio mestiere: raccontare la vita, le persone e le situazioni difficili così come sono, senza amplificarle o spettacolarizzarle. Il compito dell’informazione non è spaventare, entusiasmare o impressionare, bensì fornire ai cittadini una “cassetta degli attrezzi”. Noi consegniamo questi strumenti di conoscenza affinché le persone, con la propria intelligenza e sensibilità, possano decidere come usarli per orientare le proprie scelte, dalle piccole decisioni quotidiane alle grandi scelte di vita. Il giornalista deve essere un testimone: colui che ha gli occhi per vedere per conto di tutti, le orecchie per ascoltare per conto di tutti e la bocca per parlare per conto di tutti, portando alla luce ciò che gli altri non possono raggiungere direttamente.

D.: Questo legame tra informazione e territorio è particolarmente sentito dalle testate locali come la nostra o come Radio Speranza. Qual è il valore sociopolitico di questa capillarità?

Tarcisio Mazzeo: Ho sempre vissuto il mio lavoro come uno strumento per sviluppare consapevolezza. Per me, la qualità e la quantità di giornalismo presente in un Paese misurano con precisione matematica il suo tasso di democrazia e di libertà sostanziale. L’informazione è il primo, fondamentale passo verso la conoscenza, e la conoscenza è l’unico motore per la crescita di una comunità. Ma per fare questo non si può rimanere seduti dietro una scrivania, né limitarsi a fare telefonate o a guardare i social. Il giornalista deve stare in mezzo alla gente, andare sul posto e stabilire un contatto umano, perché le persone hanno bisogno di questo confronto diretto per esprimere i propri bisogni reali.

Il futuro dell’Alto Tammaro: cultura, comunità e nuova umanità

D.: Torniamo al Sannio. Le aree interne campane soffrono di uno spopolamento drammatico e di una grave crisi culturale. Ritiene che si possa invertire questa rotta?

Tarcisio Mazzeo: È una sfida complessa, ma ci sono segnali importanti. Seguendo le vicende di Campolattaro, ad esempio attraverso i social, ho visto nascere bellissime realtà: l’Orto Botanico del Sannio, la formula dell’albergo diffuso e cartelloni culturali estivi che hanno portato nel nostro paese musicisti di musica classica di altissimo livello. Forse queste iniziative non risolveranno da sole il problema demografico, ma di certo contribuiscono a maturare un’idea forte di paese e di comunità, riempiendola di significati e contenuti. Una comunità ha bisogno di queste occasioni per svilupparsi, per avere la misura della propria esistenza e la voglia di arricchirla. Per tutelare le nostre radici servono amore, rispetto per la storia e, soprattutto, conoscenza: senza la conoscenza non può esserci l’amore né la disponibilità a impegnarsi per il proprio territorio.

D.: Accanto a chi parte, però, ci sono anche persone che arrivano da contesti lontani. Come si inserisce il fenomeno migratorio in questa dinamica?

Tarcisio Mazzeo: Dobbiamo fare i conti con la realtà: c’è una “nuova umanità” che sta prendendo il posto di chi se n’è andato. Parlo dei migranti, persone che arrivano oggi esattamente come siamo arrivati noi a Genova nel 1965. Non si tratta di retorica, ma del naturale movimento di generazioni e popolazioni che da sempre caratterizza la storia dell’umanità. È pur vero che non abbiamo ancora trovato la chiave per costruire un rapporto che soddisfi pienamente tutti, ed è per questo che considero la gestione di questa convivenza uno dei compiti strategici più importanti che la mia generazione lascia in eredità a quelle successive.

Un suggerimento ai giovani e l’invito al territorio

D.: In conclusione, Tarcisio, cosa si sente di dire a un giovane che oggi vive a Campolattaro o nell’Alto Tammaro e si interroga se valga davvero la pena investire e scommettere sul proprio territorio?

Tarcisio Mazzeo: Mi sento di dare lo stesso suggerimento che a suo tempo diedi ai miei figli. Io ho avuto la fortuna di poter scegliere la mia strada e ho sempre detto loro: “scegliete la vostra vita in modo autonomo, proprio come ho fatto io, ma fatelo con consapevolezza”. Il mio obiettivo come padre era crescerli in modo che, a 14 o 15 anni, non mi rispondessero con un semplice “boh” davanti alle scelte importanti. La vita è fatta di opportunità, che richiedono fatica, costruzione, ma che partono sempre dalla conoscenza e dalla capacità di crederci fino in fondo. Questo è il mio augurio per i giovani della valle del Tammaro.

D.: Grazie di cuore, Tarcisio. Campolattaro e l’intera valle l’aspettano.

Tarcisio Mazzeo: Sono io che ringrazio voi, Campolattaro e la valle del Tammaro. È meraviglioso sentirsi vicini alle proprie radici, che ciò avvenga leggendo una pagina social, navigando sul sito iltammaro.it o attraverso una telefonata. Sentire la voce delle persone ha un valore immenso che dobbiamo fare in modo di preservare il più a lungo possibile.

 

L’appuntamento: La cittadinanza è invitata a partecipare all’incontro pubblico con Tarcisio Mazzeo, che si terrà giovedì 27 agosto, alle ore 19, a Campolattaro. Un’occasione preziosa per ascoltare dal vivo le sue testimonianze e confrontarsi sul futuro delle aree interne.