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Se Pilato cadesse dal cielo come il fantomatico Mussolini di Luca Miniero nel film “Sono tornato” (2018), avrebbe modo di toccare con mano gli sviluppi del movimento fondato da Gesù e troverebbe strane molte pratiche ispirate a lui, tra queste l’esaltazione della santa croce.

Ci pensate? Uno strumento che gli antichi romani usavano per infliggere la pena capitale ai condannati a morte, che diventa il simbolo dei cristiani nel mondo e, da questi, viene esaltato.

Come se oggi dicessimo che dobbiamo esaltare la sedia elettrica o l’iniezione letale, perché è provato che hanno ucciso diverse persone innocenti.

Troverebbe strano, Pilato, che questa croce, nei secoli, ha segnato la storia, diventando motivo di condanna per i martiri e simbolo di vittoria per gli eserciti in guerra. Come avrebbe difficoltà a capire perché, oggi, diverse persone la usano per allontanare il male, altri, invece, per evocarlo. C’è, poi, chi la indossa per moda, chi per fede, chi per indicare un’appartenenza, chi se l’è fatta tatuare sulla pelle come elemento ornamentale.

Mi immagino questo film, dove Pilato entra in una chiesa, trova Gesù inchiodato sulla croce e, ingenuamente, pensa che quelle voci insistenti sulla resurrezione, immediatamente successive alla morte di Cristo, si sono perse nei secoli. E già, perché un errore di fondo ce lo siamo trascinati dietro dal medioevo, acquisendo come rappresentazione dominante il crocifisso e non la croce.

Ma la festa che celebriamo il 14 settembre, esalta la croce, non il crocifisso. Ancora c’è chi commette questo errore e, per esempio, il venerdì santo, utilizza il crocifisso per l’adorazione della croce. La distinzione è chiara sul piano semantico: la croce è lo strumento utilizzato per uccidere; il crocifisso è una persona, colei che viene inchiodata sulla croce.

Il simbolo dei cristiani è la croce e non il crocifisso, perché una fede che si basa sulla resurrezione di Cristo non poteva assumere come icona un cadavere. Non c’è bisogno di girare un film fantasy per esprimere il disgusto di Pilato dinanzi ad un corpo sanguinante attaccato ad un legno, ma basta riprendere le argomentazioni di chi non è cresciuto in un contesto culturale occidentale fortemente segnato dal cristianesimo e, non avendo mai sentito parlare di Gesù, trova macabra questa immagine.

A dire il vero, non c’è neanche bisogno di interrogare i musulmani che, se conoscono il Corano, riconoscono in Gesù un profeta, apprezzandolo, quindi, più degli ebrei. Una volta, una signora non praticante, indifferente nei confronti del mondo cattolico, con un bambino di 7 anni entrò in chiesa e vide l’immagine di san Sebastiano con le frecce infilzate nella carne, poi guardò a Gesù sanguinante sulla croce ed esclamò: “a mio figlio non lo porterò mai in chiesa”.

Se vogliamo recuperare l’essenza profonda della fede cristiana, dobbiamo comprendere la natura della croce che, tramite Gesù, è passata da mezzo di morte a strumento di salvezza e concludere che il simbolo del cristianesimo, basato sulla resurrezione di Cristo, non può che essere una croce vuota.

Permettetemi un parallelo a mo’ di battuta. Negli anni ‘90, in Francia, si diffuse un movimento goliardico denominato “Fronte di liberazione dei nani da giardino”. Se ne parlò molto e la tendenza arrivò anche da noi. Ci si riuniva in gruppo e si faceva irruzione nei giardini delle case private che avevano i 7 nani come ornamenti, per prelevarli e portarli nei boschi. Al di là del reato di furto che si andava a configurare, il messaggio goliardico era che i nani dovevano stare nel loro ambiente naturale e non essere imprigionati nei cancelli delle ville. Noi eravamo giovani, vivevamo in città, non avevamo modo di osservare il fenomeno, anche se ne sentivamo parlare tanto. Venne il 14 settembre e, con quel pizzico di fanatismo proprio dei giovani radicati nei movimenti cattolici, ci venne spontaneo il parallelismo, immaginando, ironicamente, il Fronte di liberazione dei Gesù dalle croci.

In realtà, ci aiutò molto san Francesco d’Assisi. Sì, perché eravamo francescani e avevamo un quadro rappresentante Francesco che aiuta Gesù a scendere dalla croce (la statua di san Francesco che abbiamo alla chiesa madre rappresenta la stessa scena). Il collegamento era semplice, continuiamo questa missione visto che, dopo 2000 anni, nonostante le croci dovrebbero essere vuote perché Cristo è risorto, ancora ci sono dei poveri cristi appesi, che attendono che qualcuno li aiuti a scendere.

Quindi, il Fronte della liberazione di Cristo in croce ha senso, nella misura in cui capiamo che, nonostante le croci dovrebbero essere vuote, poiché Gesù è risorto una sola volta e per sempre, in giro ci sono ancora troppi crocifissi. Ieri ne ho visto uno all’ingresso della galleria, a Napoli. Un barbone riversato a terra, dormiva abbracciato al suo cane. Si sono fermati in tanti, qualcuno ha azzardato l’elemosina e si è vista qualche lacrima. Faccio fatica a capire chi è croce e chi è crocifisso, perché, a volte, si corre il rischio di identificarsi non con Gesù, ma con lo strumento che lo ha ucciso. È possibile che siamo noi la croce di qualcuno? Potrebbe essere che, involontariamente, inchiodiamo su di noi qualche povero cristo di turno? Se pure fosse, ricordiamoci che la croce salva.

Ad ogni modo, non si deve andare per forza in città, basta uscire dalle chiese e guardarsi attorno per capire l’attualità di quell’icona francescana. Pensate, ad esempio, a quanti crocifissi attendono di scendere dalla croce nelle carceri, negli ospedali, nel centro di accoglienza stranieri o nel Dipartimento di Salute Mentale della nostra zona, nelle comunità educative; ma anche nei nostri bar, crocifissi inchiodati alla bottiglia o alle macchinette mangiasoldi.

Nel mese di settembre festeggiamo anche padre Pio. La sua festa arriva tra poco. Ho capito la grandezza di questo frate quando ho preso atto che ai suoi rosari, recitati compulsivamente, ha fatto seguito il tentativo di liberare tanti cristi dalle loro croci, attraverso la costruzione dell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza.

Guardiamoci intorno, dove stanno i crocifissi da liberare? Vi posso assicurare che, tramite il Centro d’Ascolto, ho capito che tra di noi ce ne sono diversi. Poi ci sono quelli che, invece, la croce la portano sulle spalle, vivendo il motto “ognuno porta la sua croce”.

Anche su questo avrei qualcosa da dire. La croce non è detto che sia necessariamente un peso, visto che sopra Gesù non dovrebbe esserci più. Nel vangelo nulla è a caso. Ci sarà un motivo se il figlio del falegname muore sul legno? Ma ammesso pure che abbiamo delle croci che ci trasciniamo dietro, per alleggerirci c’è un segreto. Ad un certo punto, dobbiamo fermarci, piantare la croce e salirci sopra per prendere il volo. Così sarà alla fine della nostra vita, ma così deve essere per ogni percorso ed esperienza vissuta.

Non possiamo vivere portandoci dietro un passato che più si allontana e più diventa pesante. Ad un certo punto dobbiamo affrontarlo, attraversarlo per far sì che ci liberi, facendoci volare, non per dimenticare, ma per vedere le cose dall’alto, ossia dalla prospettiva del cielo.

 

A. G.

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“Quale, uomo può conoscere il volere di Dio?
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?”

Apre così, la prima lettura di questa XXIII domenica del tempo ordinario, un giorno di festa all’insegna di una Chiesa che prova a dimostrare di essere giovane, nonostante i capelli bianchi dei suoi protagonisti.

L’interrogazione della Sapienza è retorica, poiché è portatrice di una risposta univoca, che non lascia dubbi: nessuno. Soprattutto quando il discorso è proiettato verso quel senso della vita che, attraversando la propria esistenza, si scontra, quando meno te l’aspetti, con l’esperienza prematura della morte e pensi che se il Signore l’ha permesso ci sarà un motivo.

Perché, come dice Gesù nel vangelo di oggi, «se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Una frase pericolosa, questa, che in certi ambienti fondamentalisti, quando la sequela Christi era ancora competenza della Chiesa, ha fatto danni, ispirando, dal nostro punto di vista, l’attuale crisi vocazionale.

Un messaggio, quello di questa domenica, che si riempie di significato, se collegato alla grande festa di piazza San Pietro, alla quale vogliamo aderire con entusiasmo, celebrando insieme, in comunione con la Chiesa universale, nel giorno in cui papa Leone proclama santi due ragazzi morti prematuramente, Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati.

Carlo Acutis, il patrono di internet

La nostra comunità si è concentrata su Carlo, preparandosi a questo giorno prima proponendo un estratto della mostra, da lui ideata, sui miracoli eucaristici e, poi, con il percorso di preghiera, nella nuova cappellina a lui dedicata, iniziato con l’estate.

Il “quadro” creato a giugno, nel contesto dell’infiorata per il Corpus Domini, è lì, a formare un tutt’uno con la mostra. Ancora per poco nel corridoio centrale della chiesa di san Sebastiano, riassume il messaggio e la vita di Carlo: “l’Eucaristia è la mia autostrada per il cielo”.

Un percorso breve, un passaggio veloce come quello di una macchina di grossa cilindrata che pur permettendogli di sfrecciare sull’asfalto e di arrivare in poco tempo al traguardo, non gli ha tolto la possibilità di essere attento ai dettagli del paesaggio attraversato, ponendo attenzione ai dettagli. Quanto sono importanti i frammenti di una vita, soprattutto quando, ad un certo punto, provi a porre ogni pezzo al suo posto e ti esce fuori un’immagine che non ti aspettavi!

Carlo, dal finestrino di questa auto in corsa, ha lanciato a volo ciò che possedeva, provando a preservare l’invisibile, forse perché il mondo si accorgesse di lui e se ne prendesse carico. Penso al suo sacco a pelo, che di notte portava ai barboni per proteggerli dal freddo. Mi piace pensare che nello zainetto che vediamo sulle sue spalle ci fosse sempre qualcosa per loro, poiché non c’è bisogno che gli ultimi te li vai a cercare, se sei attento sono loro ad interpellarti quando giri per strada. Se poi, qualcuno che ami, ti insegnerà a dargli attenzione, allora quel gesto ti resterà nella mente e quei percorsi non saranno mai più come prima.

Carlo ha corso più degli altri ed è arrivato in Cielo prima di chi doveva precederlo, lasciando indietro il padre, la madre, i fratelli, … e perfino la propria vita. Un’esperienza contro natura, quella che vede una madre e un padre sopravvivere al figlio. Un’emozione fuori dal comune che, escluse due mamme in duemila anni di storia, nessuno ha mai provato e, quindi, nessuno può descrivere: vedere un figlio essere proclamato santo!

Eppure, Antonia Salzano, la mamma di Carlo, dopo aver raccontato negli ultimi 19 anni la breve vita del figlio, in piazza San Pietro sembrava quasi vestire a lutto. Sarà stato un caso o un’esigenza dettata dal cerimoniale, ma il cuore addolorato di una madre che perde il figlio precede ogni forma di onorificenza. Del resto le testimonianze di chi l’ha conosciuto vanno in questa direzione. Penso, ad esempio, all’insegnante di Carlo, che in un’intervista non ha avuto timore ad affermare che l’avrebbe preferito tra noi anziché santo in cielo. Lo avrà voluto il Signore? Sarà stata la sua volontà? Ho qualche difficoltà a crederci, ma concludo dicendo a me stesso che non ci è dato di saperlo.

Pier Giorgio Frassati, il facchino dei poveri e l’impegno politico

Per completezza rivolgiamo uno sguardo a Pier Giorgio Frassati. Se non ci fosse stato Carlo, sicuramente avrebbe avuto più spazio. Tante generazioni di giovani, nelle fila dell’Azione Cattolica, sono cresciute alla sua scuola, forse a volte ignare che la spinta all’agire nella società, nel contesto associativo, arrivava proprio da lui.

Anche Pier Giorgio è morto giovane, a soli 24 anni, non prima, però, di aver assaggiato il mondo e averlo trovato, a tratti, un tantino amaro. Nasce nel 1901 e l’inizio della sua adolescenza coincide con la prima guerra mondiale. Attento alle questioni politiche, perché sensibilmente orientato alla giustizia e alla pace, da bravo cristiano vive la Chiesa dei poveri, nella santa Torino dell’inizio ‘900, tra la solita contraddizione di una città divisa tra ricchi e poveri, diavoli e santi.

Di famiglia borghese, ripercorrendo i passi di tanti testimoni della fede che, nei secoli, si sono distinti per spirito evangelico, era sensibile alle questioni sociali che riguardavano i poveri della sua città. Fu nominato “il facchino dei poveri”, perché aiutava le famiglie rimaste senza casa a portare i carretti con i loro effetti personali.

Nel dopoguerra guardò con attenzione al crescente fermento politico e, da militante dell’Azione Cattolica, si iscrisse al nascente Partito Popolare Italiano, fondato da don Luigi Sturzo, convinto che l’impegno dei credenti in politica fosse necessario per una società più giusta. A tal proposito, ebbe modo, fin da subito, di prendere posizione contro quel movimento nazionalpopolare che portò alla nascita del partito fascista.

Il suo animo rivoluzionario lo spinse ad aderire al terz’ordine domenicano con il nome di fratello Girolamo, ispirato a Savonarola.

Ciò che mi colpisce di più, però, è stata la sua visione del sacerdozio, sicuramente legata al modo di percepirsi della Chiesa in quegli anni. Pier Giorgio, infatti, scartò la vocazione sacerdotale poiché convinto che lo stato laicale fosse l’unica condizione che gli permettesse di condividere da vicino il mondo degli operai e dei poveri. Penso che se il Concilio Vaticano II fosse stato celebrato prima e, quindi, in altre parole, se la Chiesa avesse preso consapevolezza in anticipo della sua natura, Pier Giorgio si sarebbe fatto affascinare dalla figura del ‘prete operaio’, anche se, con il senno di poi, è andato via a 24 anni, a quanto pare per una poliomielite fulminante, a due esami dalla laurea, contratta, molto probabilmente, durante la sua attività di assistenza ai poveri.

Noi cattolici, gli ultimi di una Chiesa che prova a dimostrare di essere viva

In questi ultimi mesi continuo a guardare questa Chiesa che insiste nel voler dimostrare che è viva e mi chiedo dove stiamo andando. Un povero prete finito in campagna, ormai stanco, prova a restare a galla; un’insegnante di periferia che fatica a mantenere accesa la gioia e, intanto, brucia a distanza; un oratorio che, come una stanza degli scavi di Pompei, sembra un luogo di altri tempi e attende fondi per rinnovarsi; una comunità dell’entroterra che, ormai, è in via di estinzione, perché incapace di immaginare un ripopolamento della specie primaria; infine, una Chiesa che approfitta del giubileo per provare a dire che c’è per tutti, senza alcuna pretesa di piacere a tutti, soprattutto se si parla di nuove vocazioni.

E noi cattolici? È proprio il caso di dire: “speriamo di cavarcela”.

 

A. G.

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Oggi, 24 agosto, la diocesi di Benevento celebra, in maniera solenne san Bartolomeo Apostolo. Quest’anno, capitando di domenica, poiché si tratta del patrono principale, il vescovo ricorda di sostituire il formulario con quello proprio e, quindi, diversamente dal resto del mondo cattolico, dai noi si leggono altre letture. Per questo motivo, chi è andato in chiesa, non ha trovato i foglietti della Messa, poiché, quelli che utilizziamo di solito, sono nazionali.

La pagina di Vangelo che ascoltiamo è tratta da Giovanni che racconta la chiamata di Natanaele, l’apostolo presentato a Gesù da Filippo, che gli altri tre vangeli chiamano, appunto, Bartolomeo.

Parlare degli apostoli significa guardare in faccia la Chiesa e coglierne i suoi tratti nella storia, consapevoli che, fin dalle sue origini, si è mostrata sempre santa e peccatrice.

Nel racconto della chiamata di Bartolomeo, ritroviamo l’importanza dell’intermediazione tra l’uomo e Dio, tra l’umanità e Gesù Cristo, rappresentata dalla figura di Filippo. Fateci caso, le migliori relazioni interpersonali tra il Padre e i suoi figli avvengono sempre tramite una terza persona. Così sarà, ad esempio, per la chiamata di Samuele nel tempio, ma anche Maria con l’Arcangelo Gabriele o lo stesso Gesù quando chiama Pietro.

Uno dei problemi di questa società contemporanea, infatti, dove la Chiesa sembra arrivare sempre seconda, è la mancanza di testimoni autorevoli, figure carismatiche che sappiano indirizzare il popolo verso la giustizia. A tal proposito Pietro, nella prima lettura invita a riflettere in tal senso.

Una piaga, diffusissima da queste parti, è il pregiudizio che, nel caso di Natanaele, è collegato alla brutta abitudine di classificare le persone secondo la loro provenienza: “può venire qualcosa di buono da Nazareth?”. Giudicare le persone in base alle origini, alla cultura di provenienza, al colore delle palle, alla religione, significa non accogliere la novità e, di conseguenza, chiudere con la possibilità di confrontarsi per migliorarsi. Questo atteggiamento può portare all’isolamento e alla solitudine, e può far perdere di vista il valore dell’umanità comune.

L’intermediazione è fondamentale nelle comunicazioni sociali lì dove, però, questa non è vista come sterile raccomandazione, ma sana preoccupazione che l’altro venga visto per quello che è. Su questo ci torniamo più avanti.

La giustizia di Dio non si limita a seguire la legge, poiché i “migliori” crimini nella storia dell’umanità sono stati perpetrati da legittimi governi nel pieno dei loro poteri esecutivi. Perché è legittimo, per il governo d’Israele, attaccare Gaza, o per il presidente della Russia invadere l’Ucraina. Mentre scrivo arriva la notizia del raid di Israele in Yemen, tutto legale, l’attacco non arriva dai terroristi, ma dal governo in carica. Come, in Italia, in passato era regolata per legge la deportazione degli ebrei e, oggi, è legale sopprimere una vita entro il terzo mese di gravidanza. La giustizia, invece, rispetto alla legalità, cerca di comprendere e di aiutare, piuttosto che di prevenire con la forza e condannare a morte.

Ora, poiché la Chiesa siamo noi, siamo chiamati a vivere questa giustizia, a essere strumenti di intermediazione tra l’uomo e Dio, come Filippo con Bartolomeo, accettando il rischio del fallimento, consapevoli che, al momento giusto, ci penserà Gesù a capovolgere la logica, a pensarci bene, rispondendo a tono alle provocazioni: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità».

Perché se è vero che non ti aspetti nulla di buono da Nazareth, è altrettanto vero, sembrerebbe ascoltando Gesù, che non è facile trovare un israelita onesto, trasparente, privo di falsità.

Oggi la distinzione tra Israele e popolo ebraico è fondamentale, anche se forzata. Israele sta agli ebrei come la politica sta al popolo. La prima è da giudicare, il secondo da difendere.

Torniamo su Natanaele per renderci conto che basta poco per stimolare la conversione e aiutare gli altri a riprendersi. In due battute Bartolomeo cambia visione dell’altro. Dal nulla di buono che può venire da Nazareth al “maestro, figlio di Dio e re d’Israele”.

Vi rendete conto del salto? A quel poco di buono che veniva dalla periferia, dall’entroterra, dalle montagne, gli viene riconosciuta la bontà dell’insegnamento, la provenienza da Dio e, soprattutto, l’autorevolezza su Israele. Quanto è forte, oggi, quest’ultimo aspetto, alla luce di ciò che sta accadendo in Palestina!

Ma cosa ha provocato questo repentino cambiamento in Bartolomeo? È bastato che Gesù gli dicesse di averlo visto sotto l’albero di fico, prima ancora che Filippo lo chiamasse. Questa è alta teologia e, forse, proprio per questo, profonda psicologia. Prima che la Chiesa ci chiami, il Signore già ci conosce e sa che non possiamo farcela da soli. Per cambiare, a Bartolomeo è bastato essere visto!

Perché il problema nelle relazioni è proprio la carenza di attenzioni reciproche: se oggi una coppia non funziona, è perché l’uno non vede l’altra; se un figlio esprime delle difficoltà a scuola è perché, forse, a casa non è visto dai genitori; se un lavoratore, all’improvviso, non compie più il suo dovere, forse è perché è trascurato; se un prete si perde, potrebbe essere stato abbandonato; etc. etc.

Il virus globale di questa generazione è la solitudine e la depressione è la sua conseguenza. Le persone continuano ad ammazzarsi e, ogni tanto, sentiamo che qualcuno sparisce, portandosi dietro un vissuto che, volontariamente, si cerca di nascondere, facendo finta di meravigliarsi, perché tutto sembrava normale finché non se ne parla a “Chi l’ha visto?”. Verrebbe da rispondere: nessuno … quando era in mezzo a noi, mentre ora lo vedono tutti!

San Bartolomeo, patrono della diocesi di Benevento, intercedi per noi e aiutaci a vedere la Chiesa, prima che si perda definitivamente.

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Che Gesù fosse motivo di divisione era chiaro fin dalle sue prime apparizioni pubbliche e questo non deve scandalizzare, a maggior ragione se viene confermato da lui stesso. Sicuramente, anche in questo caso, è una questione di traduzione e, se non poniamo attenzione all’intonazione, rischiamo di fraintendere. Qui Gesù non sta dicendo che è contento di “gettare fuoco”, ma semplicemente è consapevole che il suo messaggio di pace … contrasta con la pace. Usa un’immagine fortissima, immediatamente collegata ad ognuno di noi: la famiglia. Si presenta, in effetti, come uno “sfasciafamiglie”: «D’ora innanzi, se in una famiglia vi sono cinque persone, saranno divisi tre contro due e due contro tre; si divideranno padre contro figlio e figlio contro padre, madre contro figlia e figlia contro madre, suocera contro nuora e nuora contro suocera».

Una volta questo passaggio si riduceva a spiegare l’avversione dei genitori alla chiamata dei figli alla vita religiosa. Pensate Chiara e Francesco d’Assisi, fortemente ostacolati dai genitori o, anche, agli episodi che, alcuni di noi, hanno assistito, fino a qualche anno fa, di figlie rinnegate dai padri perché entrate in convento.

Oggi la situazione si è completamente capovolta e, dinanzi all’esempio degli adulti che ancora reggono la Chiesa, i figli rispondono allontanandosi da quella proposta educativa. La colpa, lungi dall’essere circoscritta ai genitori, è condivisa da tutta la comunità credente, incapace di rendere affascinante il messaggio evangelico e l’esperienza cristiana.

Se Gesù, il Figlio di Dio, la seconda persona della Trinità, Dio stesso incarnato, a malincuore divide, figuriamoci, poi, se possiamo aspettarci qualcosa di diverso dalla Chiesa. Perché è ovvio che la divisione non è solo nelle famiglie, ma anche nel mondo ecclesiale. È vero quello che dicono gli anticlericali, le religioni hanno contribuito a dividere il mondo e, noi aggiungiamo, l’istituzionalizzazione del messaggio evangelico ha contribuito a dividere la Chiesa, anche se, senza alcun dubbio, è stata la sua salvezza.

Sembrerebbe quasi che per continuare a sentirsi vivi e, quindi, stare in pace con se stessi, bisogna per forza farsi la guerra e alimentare il conflitto. Penso, in questo caso, alle piccole comunità locali, a quei paesi come il nostro, dove se non alimenti la critica davanti al bar o sul sagrato della chiesa, sembra che non hai null’altro da dire.

A proposito di questo, permettetemi di calare il discorso nella nostra comunità. Mi sembra che negli ultimi tempi si stia passando dal confronto/scontro d’opinione alla cattiveria espressa in malafede. Non mi era mai capitato di osservare persone che gioiscono nel vedere i fallimenti dell’altro, in alcuni casi contribuendo attivamente. Una volta, difronte al pericolo, una comunità, se pur divisa, si univa e provava ad uscirsene, oggi, piuttosto, si cerca di boicottare ogni iniziativa che non sia frutto di una propria intuizione. Si arriva al punto di farsi da parte, presumendo di essere indispensabili e, quindi, ricercando volutamente la disfatta. Questa non è cattiveria, ma profonda ignoranza, perché non si comprende che in gioco c’è la vita della comunità dove si vive e, di conseguenza, il benessere di tutti, a partire dalla propria famiglia.

Qualcuno dice che a dividere il paese è la politica. Credo proprio che sia il contrario. È la divisione che alberga in ognuno di noi a dividere la politica che, di per sé, come ricordano i pontefici degli ultimi tempi, è un’alta forma di carità. Del resto, se non fosse così, non riuscirei proprio a farmi mandare giù questa visione così “carismatica” dell’azione politica, presumibilmente orientata al bene comune.

La questione è molto più seria rispetto a qualche sterile bega di paese e coinvolge ognuno di noi visto che la pace, a livello internazionale come a casa nostra, è possibile solo se iniziamo a ricucire lo strappo che è dentro di noi, la divisione interiore, il conflitto che non siamo in grado di contenere e esplode rispecchiandosi sulle nostre relazioni e sulla realtà che ci circonda.

Perché se oggi, come ai tempi di Gesù, un figlio sta contro la madre, un marito abusa psicologicamente della moglie, una donna interrompe una relazione affettiva, un gruppo di amici si trasforma in un clan coalizzato contro l’avversario politico, etc. etc., è perché, fondamentalmente, si è divisi dentro e non si sta in pace con se stessi. Non si spiega diversamente. Non può essere che, se delle persone vogliono tutte le stesse cose (affetto, amore, benessere comune, crescita della comunità, sviluppo del territorio, …), poi si attaccano come se avessero obiettivi completamente divergenti. A questo punto dobbiamo pensare che siamo divisi dentro e ciò che mi circonda diventa lo specchio che riflette le mie fragilità fino a giungere alla rottura.

A proposito di divisione interiore, esiste un malessere psicologico che, lo dico provocatoriamente, secondo me, può essere alimentato anche dalla religione: il disturbo borderline di personalità. La caratteristica è proprio l’instabilità emotiva nelle relazioni interpersonali e, prima ancora, nel rapporto con se stessi. L’immaturità di fede, l’emotività spirituale disfunzionale, la pressione morale indiscriminata, possono provocare una scissione interiore e portare a scelte impulsive spropositate.

Gesù, nel brano del vangelo che abbiamo ascoltato, non dice come spegnere questo fuoco, probabilmente perché neanche è possibile. Propongo, allora, di aiutare Gesù ad accendere questo fuoco che lui vorrebbe già acceso, di compiere questo battesimo che tanto ci angoscia, perché ricucire le ferite è doloroso, ma in certi casi è l’unica strada per far rientrare il conflitto che è dentro di noi, evitando la guerra che potrebbe esplodere intorno a noi.

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I romanzi horror di una volta

La Chiesa celebrando l’assunzione di Maria ricorda al mondo l’importanza del corpo oltre qualsiasi pretesa di primato dell’anima a discapito della “carne”. Per troppi secoli l’idea che il corpo fosse la prigione dell’anima ha caratterizzato culture diverse e segnato la pratica cristiana. Pensate, ad esempio, ai santi che maltrattavano il proprio corpo con penitenze e mortificazioni, fino ad infliggersi volontariamente sofferenze atroci. Un retaggio, nelle nostre zone, l’abbiamo con i battenti di Guardia Sanframondi che, in maniera assurda dal mio punto di vista, con i riti settenari festeggiano proprio l’Assunta.

In realtà, lo sguardo di fede che ha caratterizzato e, spesso, inquinato il messaggio cristiano, necessita di essere bonificato di quei tratti da romanzo horror che si raccontava nei conventi e, purtroppo, anche al catechismo. Lo strumento per filtrare queste scorie inquinanti è la storia, intesa come quel corpo che ha accolto Dio quando si è incarnato, quel grembo materno che ha permesso al divino di assaggiare l’umano.

La storia, quindi, e non il segno leggendario. Penso a Chiara e Francesco d’Assisi, che abbiamo ricordato in settimana e ad una certa tradizione che restituisce un rapporto quasi isterico con il loro corpo. Mi spiegate come un giovane del 1200 potesse muoversi a piedi, da Nord a Sud dell’Italia (e non solo) vivendo di digiuno e penitenza. Vai a Roma, poi sali sulla Verna, dopo spostati in Puglia, ritorna ad Assisi e vai su e giù per il Subasio … naturalmente tutto a piedi.

Un altro santo uomo, Ignazio di Loyola, che proponeva percorsi per i ritiri spirituali e al quale si rifà il mese ignaziano, diceva che per vivere bene l’incontro con Dio bisognava allontanare ogni distrazione e, quindi, arrivare alla preghiera dopo aver riposato e mangiato. Anche il mondo monastico, con le loro massime latine, sembrano confermare questa attenzione al corpo: “bona vocatio, bona manducatio”.

La tua bellezza salverà il mondo

La storia non è solo narrazione, ma anche ricerca, studio, nutrimento per la fede. Perché, parafrasando Dostoevskij, è l’accoglienza della bellezza che ci salverà e non l’astrattezza di un sentimento codificato in versi.

Riflettendo sull’Assunta, in queste ore, pensavo come, in un certo senso, l’anima sta al corpo come le relazioni virtuali stanno al culto dell’immagine. Viviamo in un’epoca dove tutto sembra orientarsi al rapporto a distanza, dalla spesa su internet ai viaggi con il satellite, dalla didattica all’amicizia, dall’amore alla preghiera.

Oggi gli amici si trovano in rete, le relazioni si consumano a video, il consenso si acquisisce su instagram e, paradossalmente, però, cresce il culto del corpo e dell’apparenza a discapito di ciò che rende davvero bella la realtà, oltre qualsiasi interpretazione personale.

Capiamoci, la bellezza salverà il mondo se saremo capaci di accoglierla per quello che è: uno strumento e non un fine, un linguaggio in grado di spaziare dal bianco al nero, attraversando ogni sfumatura cromatica.

La bellezza salverà il mondo, allora, perché Gesù Cristo ci viene incontro attraverso un corpo che, proprio perché visibile, può dare prontezza dello splendore dell’anima.

La Chiesa, se volesse riprendersi, dovrebbe prima cambiare i suoi canoni di bellezza e poi incominciare ad osare. È forse questo il segreto per un’azione rinnovata.

Non so se avete sentito, in queste ore, la notizia lanciata dalle principali testate giornalistiche (non ancora dai media cattolici) che papa Leone incontrerà, ad ottobre, l’associazione Noi siamo Chiesa, con esponenti della comunità LGBT e, soprattutto, ciò che mi ha colpito di più, le donne preti. Mi piace pensare che la notizia è stata lanciata in queste ore perché il mondo cattolico, con l’Assunta, celebra la dignità del corpo. Colpisce, infatti, che i promotori abbiano sottolineato che non si tratterà di un pride, ma del loro giubileo, invitando i partecipanti a curare il loro aspetto.

L’azione credente: cosa potremmo fare?

La proposta, allora, è quella di recuperare la bellezza del corpo come linguaggio condiviso. Se il mondo cattolico vuole farsi capire, potrebbe provare a modellare, in maniera strumentale, i canoni di bellezza del mondo contemporaneo, semplicemente per avere una possibilità in più di essere visto.

Pensate, ad esempio, alla moda, ormai esplosa a dismisura, dei tatuaggi. Nulla di nuovo sotto il sole, se ne parlava anche quando eravamo ragazzi e si rimandava alle Scritture la possibile bontà del segno. Sarebbe interessante approfondire perché molti tatuaggi richiamano una simbologia religiosa e comprendere come si percepiscono coloro che li portano.

Ma pensate, anche, alla mancanza di rispetto dei corpi straziati. Celebrare Maria assunta in cielo in anima e corpo significa anche ricordare che chi violenta un corpo commette un sacrilegio. Anche in questo caso, penso che non sia un caso che proprio in queste ore viene pubblicato il report sui crimini in Italia nei primi sette mesi dell’anno e ciò che si pone in evidenza sono i dati relativi alla violenza sulle donne e il femminicidio.

Noi siamo cattolici e se crediamo nell’assunzione in anima e corpo è perché prima Maria è stata concepita, nel grembo materno, senza peccato originale. Concepita, non solo venuta alla luce. Per poter morire e, nel caso di Maria, per poter essere assunta in cielo senza conoscere la morte, bisogna prima nascere … e questo, pur essendo un diritto, non è detto che venga sempre garantito.

Diversi anni fa ricordo che, proprio in occasione dell’Assunta, lanciammo una campagna sul trattamento dei feti abortiti. Vi siete mai chiesti come vengono trattati? Non come corpi, ma come materiale organico. In altre parole, rifiuto speciale, senza il diritto neanche di una dignitosa sepoltura.

Ancora, abbiamo sentito, sempre in queste ultime ore, del cardinale Zuppi che, in una celebrazione pubblica, si è fermato a leggere i nomi di migliaia di bambini assunti in cielo da Gaza. I numeri vanno verificati, ma certamente è un processo continuo, quotidiano, di anime che salgono al cielo perdendo violentemente i loro corpi.

Concludo citando Massimiliano Kolbe, che la Chiesa ricorda nella vigilia dell’Assunta. Santo frate francescano, morto nella camera a gas per essersi sostituito, volontariamente, ad un padre di famiglia. Se lo celebriamo il quattordici agosto forse è proprio perché ha lasciato degli scritti ricchi di amore per Maria, la bellezza attraverso la quale è arrivata la Salvezza nel mondo.

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Per in ostri padri è giunta la notte della liberazione, quando toccherà a noi? Non è dato saperlo e, quindi, per ora, non ci resta che aggrapparci alle fede.

Le letture che sono state proclamate in chiesa, per questa domenica di mezza estate, invitano a riflettere sull’intervento di Dio nella storia e, in particolare, nella vita personale di ognuno. Come per Abramo e Sara, dovremmo chiederci cosa ci è accaduto in questi anni e valutare se le scelte che abbiamo compiuto sono state guidate dalla fede. Sarebbe un bell’esame di coscienza!

La seconda lettura inizia con Paolo che definisce la fede: “la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”. Ciò in cui speriamo lo sappiamo, o almeno così dovrebbe essere, perché contrariamente vivremmo nella disperazione.

Un po’ più difficile è avere la prova dell’esistenza di qualcosa che non si vede. Per fortuna la fede, però, riguarda Dio e solo il suo surrogato coinvolge l’uomo, ossia la fiducia. Perché non si può avere fede in una persona senza rischiare di ergerla a Dio, come non si può avere fiducia nel Signore senza il pericolo di ridurre il rapporto ad una relazione dalle dinamiche umane.

Ma noi questo siamo, esseri umani e, quindi, non possiamo che aggrapparci alla fede per dare un senso a ciò che accade. Perché oltre ogni possibile ragionevole riflessione, ci vuole fede per accogliere ciò che accade.

Di situazioni se ne potrebbero riportare tante. Quando eravamo più giovani, ad esempio, ricordo come rimasi frenato difronte alla possibilità di andare in missione per qualche mese, quando chi tornava dall’Africa, raccontava che, al suo arrivo, era stato accolto da bambini che, alla sua ripartenza, non c’erano più.

Sarà pure banale ricordarlo, ma la missione si può vivere anche qui. Perché ci vuole una grande botta di fede per andare a scavare dei cadaveri di bambini morti sotto le macerie di un ballatoio che crolla, o andare a raccogliere i pezzi di corpi straziati da una funivia precipitata. Come può servire recuperare la propria fede dopo che sei stato in un reparto di pediatria oncologica per salutare, per l’ultima volta, un piccolo malato terminale. Ancora, per fede ti senti mosso dal desiderio di creare le condizioni perché dei ragazzi, più sfortunati dei loro compagni, sono costretti a lasciare il loro focolare domestico, per essere collocati in una comunità educativa. Per fede accetti anche che un padre di tre bambini possa morire con l’infarto ed un adolescente perdere la vita con un incidente stradale. Per fede, infine, ascolti a fatica l’urlo delle anime innocenti che salgono al cielo dalla Palestina, dall’Ucraina, dalla Nigeria o dal Congo.

Dire che ci vuole fede, in questi casi, significa coinvolgere Dio e pretendere che continui a credere ancora in noi anche se, dopo questo e non solo, siamo ‘incazzati’ con Lui. Perché sarebbe inutile arrabbiarsi con chi non capisce, non risolveremmo nulla e staremmo solo peggio. Con Dio, invece, ne vale la pena, perché è Padre e comprende lo sfogo di un figlio che può anche arrivare a mandarlo a quel paese.

Ma come si cura la fede? Non basta la preghiera. Gli uomini di fede non sono quelli che si limitano a pregare. C’è un’espressione latina, un po’ “pesante”, che aiuta a capire: il depositum fidei. Per deposito della fede, in parole semplici, si intende la dottrina, il contenuto della fede, la Parola di Dio che, interpretata dalla Chiesa, arriva a noi anche attraverso i contenuti del Catechismo della Chiesa Cattolica.

In altre parole, per crescere nella fede bisogna studiare. Non può esserci fede matura senza il contributo della ragione, se volete, delle scienze. Per millenni e fino a qualche secolo fa, la scienza dominante era la filosofia, oggi, fortunatamente, assistiamo all’avanzata del pratico sulla rappresentazione simbolica e, di conseguenza, agli uomini di fede e alla comunità ecclesiale interessano tutti i contesti sociali, dall’agire politico alle questioni giovanili, dall’attività fisica al tempo libero, dalla vita affettiva alle problematiche familiari, dalla ricerca genetica alla fisica quantistica, etc.

Il segreto, per comprendere dove rivolgere la nostra attenzione, lo svela Gesù nel Vangelo che abbiamo ascoltato: “dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

Sarebbe scontato dire che il nostro tesoro è in Dio. Troppo semplice, poco compromettente, escluderebbe il confronto con gli altri e con me stesso.

L’idea che non si debba nascondere una lampada accesa mi rimanda alla foto che sta girando, da qualche ora, del nostro vescovo, in questi giorni in Albania. Non l’abbiamo mai visto in t-shirt rossa, a mezze maniche e cappellino di paglia, ma neanche riuscivamo ad immaginarcelo con un bambino in braccio, palesemente in stato di indigenza. Come più volte ho avuto modo di spiegare, ben venga se si accendono i riflettori su ciò che si fa, ma ciò ha senso solo se al centro si pone il messaggio, la buona notizia, la proposta di Gesù, il Vangelo dei poveri.

Credo che il nostro tesoro sia lì, in ciò che non cogliamo:

nel silenzio che non comprendiamo,

nel dramma che affrontiamo,

nel forestiero che non accogliamo,

nel cuore che continua a battere dall’interno e fa finta di non sentire il richiamo di chi bussa da fuori, perché vorrebbe tornare in pace a casa sua, senza sentirsi come quel ladro non atteso e non gradito.

A. G. 

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Nella cornice del giubileo dei giovani, le letture di questa prima domenica di agosto ci invitano a riflettere sull’utilizzo dei beni materiali e, aggiungerei immateriali, che durante la vita possiamo conquistarci con l’impegno e la cura delle relazioni.

L’invito, evidentemente, è a riflettere sull’utilizzo e non sul possesso in sé delle ricchezze, perché la Chiesa, con il suo magistero, da sempre promuove la funzione sociale della proprietà privata, che deve essere utilizzata, dal legittimo possessore, per il bene comune.

Dobbiamo fare bella figura

Nelle piccole comunità dell’entroterra è tempo di feste. Per quanto ci riguarda ci prepariamo a celebrare e vivere la ricorrenza del Santissimo Salvatore, titolare della chiesa madre e patrono della comunità parrocchiale.

Fervono i preparativi. Avete visto il programma variegato di quest’anno, che propone iniziative ‘per tutti i gusti’? Che senso hanno questi appuntamenti solo apparentemente profani? La passeggiata di 10 km, la mostra di Carlo Acutis, la visita guidata all’Oasi del WWF, il concerto, la cena, etc. Come si associano positivamente ad una ricorrenza religiosa?

La risposta c’è e, purtroppo, non è scontata come dovrebbe essere. Il cantante, il mangiare, la location suggestiva, etc., sono degli espedienti per stimolare la partecipazione, degli strumenti di promozione che, proprio come nei ‘migliori’ post pubblicitari, servono per “far venire il cliente in concessionaria”. Il prodotto da ‘vendere’, però, in questo caso, si identifica con il messaggio, sintetizzandosi con l’invito a non accumulare tesori per sé e ad amare il prossimo per arricchirsi presso Dio.

Diversamente, quando l’impegno è finalizzato alla “bella figura”, perché bisogna dimostrare che si è bravi ad organizzare e ad arrivare dove gli altri non sono riusciti, alimentando uno spirito di competizione degno delle peggiori guerre fredde, in questo caso siamo difronte al pericolo annunciato nella prima lettura: la vanità.

Tutto vanità, solo vanità

Dalla prima lettura, tratta dal Qoèlet, si comprendono i termini che definiscono l’atteggiamento maturo di un padre nei confronti del figlio, rispetto alla possibilità di lasciargli qualcosa in eredità, ma anche al dovere educativo di insegnargli a costruirsi un futuro, senza contare sull’assurda pretesa dell’eredità.

A proposito di questo, ieri sera al teatro romano di Benevento è stata rappresentata la vita di san Francesco secondo il vangelo di … Forza venite gente! Quanti di voi se lo ricordano? Il primo musical che racconta la vita di san Francesco d’Assisi. Protagonista è il papà che non comprende le stranezze di un figlio ventenne, all’improvviso ossessionato dalla passione per i poveri.

Indirizzare i giovani è compito degli adulti, in particolare della comunità educante. Non mi sento di dire che bisogna educare al sacrificio, perché la vita non è fatta solo di sacrifici e/o di apparenze. Su questo ritorna Qoèlet: “chi ha lavorato con sapienza, con scienza e con successo dovrà poi lasciare la sua parte a un altro che non vi ha per nulla faticato. Anche questo è vanità e un grande male”.

Questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita

Ritorniamo al tizio del vangelo, impegnato nel progettare l’ampliamento dei suoi depositi per il crescente accumulo di ricchezze. Sogna di vivere di rendita, riposandosi, mangiando, bevendo, divertendosi ed, invece, interviene il Signore con una frase lapidaria: “questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita”.

Un po’ forzata l’associazione, ma il pensiero va agli aggiornamenti, delle ultime ore, da Roma. Leone incontra i compagni di viaggio di Pascale Rafic, la ragazza egiziana di 18 anni morta al giubileo per un arresto cardiaco. Queste le parole del pontefice, che vale la pena riportare:

“La tristezza che la morte porta a tutti noi è qualcosa di molto umano e molto comprensibile, soprattutto essendo così lontani da casa e in un’occasione come questa in cui ci riuniamo davvero per celebrare la nostra fede con gioia. E poi, all’improvviso, ci viene ricordato in modo molto potente che la nostra vita non è superficiale, né abbiamo il controllo sulla nostra vita, né sappiamo, come dice Gesù stesso, né il giorno né l’ora in cui, per qualche motivo, la nostra vita terrena finisce. Ma Gesù è vita e risurrezione. E così, in un certo senso, mentre celebriamo questo Anno Giubilare della Speranza, ci viene ricordato in modo molto potente quanto la nostra fede in Gesù Cristo debba essere parte di ciò che siamo, di come viviamo, di come ci apprezziamo e rispettiamo a vicenda, e soprattutto di come continuiamo ad andare avanti nonostante esperienze così dolorose”.

Mi immagino questa ragazza che, a modo suo, sognava il suo futuro. Andava a scuola? Cosa avrebbe fatto dopo il diploma? Come si vedeva da grande? Era fidanzata? Pensava a divertirsi? Sognava una famiglia, dei figli? Tutto lecito … eppure, cara sorellina, tu sola tra milioni di persone, oggi hai vissuto in pienezza il tuo giubileo, sei venuta a Roma per incontrare il Papa ed, invece, hai raggiunto il Padre.

E quello che hai preparato, di chi sarà?”

Un’eredità scomoda, ma necessaria quella di Pascale Rafic. Viene affidata ai suoi compagni di viaggio e a tutti quei giovani arrivati da mille strade per un’esperienza forte di Chiesa. Questa è la domanda che deve tormentarci per le vacanze, per evitare di cadere nella vanità: quello che stiamo preparando, di chi sarà?

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Chi mi conosce bene e da tempo, sa quanto, in passato, avrei dato per il giubileo dei “missionari digitali e degli influencers cattolici”. Un programma intenso per questo fine settimana, un sito web dedicato, addirittura un festival e, naturalmente, nessuno ne parla, neanche i media cattolici.

A pensarci bene, se volessi essere coerente con il mio pensiero, questo silenzio dovrebbe farmi piacere, visto che, tutto sommato, secondo me, non è che gli influencers cattolici si distinguano molto come testimoni digitali. L’autoreferenza, infatti, è dietro l’angolo, si nasconde e neanche troppo, rischiando di trasformare i missionari del web in showman multitasking accolti dalla massa cattolica come celebrità.

Contestualmente, però, in questa domenica di fine luglio, inizia anche il giubileo dei giovani, che di social ne comprendono abbastanza per non essere la maggioranza tra i follower dei “colletti bianchi”, ma non sempre troppo per instagrammare le loro scelte di senso.

Non tutti, naturalmente, perché non bisogna mai generalizzare, sia in un caso che nell’altro e, quindi, non ci resta che abbracciare con entusiasmo un’occasione unica, imprevedibile 25 anni fa, quando Giovanni Paolo II, in occasione del giubileo del 2000, chiedeva ai giovani di confrontarsi con uno stile di vita dal sapore di martirio.

A proposito del binomio giovani-martiri, il 26 luglio, che quest’anno cade nel fine settimana della XVII domenica del tempo ordinario, rimanda ad una figura che presentai ai giovani del paese solo un paio di anni fa: Rita Atria. Ve la ricordate? Abbiamo una sua immagine nella segreteria dell’oratorio. La settima vittima della strage di via D’Amelio, testimone di giustizia, morta a 17 anni, per non aver retto la morte di Borsellino. Quando avremo il coraggio di intitolare qualche oratorio a Rita, allora riprenderemo a sognare, perché un altro modo di vedere il mondo sarà possibile.

Intanto, accettiamo l’invito del vescovo, arrivato nel pomeriggio e per questo non comunicato in mattinata durante le celebrazioni, di suonare la campane a festa domenica sera, alle ore 22, per rompere simbolicamente il silenzio dell’occidente, dell’Italia, di ogni paese e, quindi, di Campolattaro, nei confronti di quanto sta accadendo a Gaza.

Anche in questo caso un po’ di amarezza. Se non fossi stato addestrato per bene alla potenza del linguaggio simbolico, direi con più convinzione che questa iniziativa lascia il tempo che trova. In realtà la tentazione di pensarlo è mitigata dal significato educativo che, un gesto del genere, può assumere per la comunità locale e, quindi, continuo a sognare che che qualcuno si lasci provocare.

Intanto cosa possiamo fare? La risposta arriva dalle letture ascoltate a Messa domenica, che ci invitano a parlarne con Papà. “Quanto pregate dite Padre …” risponde Gesù alla richiesta dei discepoli di imparare a pregare. Per comprendere il significato profondo di questa relazione unica e personale con Dio, la Chiesa ci presenta, come prima lettura, il famoso dialogo tra Abramo e il Signore, da dove emerge che la presenza di un solo giusto può salvare un’intera popolazione. Allora, ne vale la pena provare a fare i bravi per, poi, diventarlo, progressivamente. Con i lupetti dell’AGESCI di Marigliano, ospiti in questi giorni nella nostra comunità, ci siamo detti che essere giusti, di questi tempi, significa essere leali e vivere con gioia insieme agli altri … è questa la legge del “branco”.

E dopo essere stati stimolati dai piccoli, dai giovani e dagli adulti, concludiamo con un altro stimolo che ha caratterizzato questo fine settimana: la 5a domenica dei nonni e degli anziani. Se nei confronti dei giovani siamo debitori e rispetto ai piccoli abbiamo ancora una grossa responsabilità, nei riguardi dei nonni e degli anziani il sentimento che dobbiamo nutrire è di puro ringraziamento. Tutti abbiamo questa possibilità, basta semplicemente andare a scovare la loro presenza, in una vecchia dimora, nella casa di riposo e soprattutto al cimitero, dove si riposa in pace solo se durante la vita si è ricercata la pace.

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L’accoglienza al contrario

Per questo fine settimana le letture ci invitano a riflettere sull’accoglienza. Sembra un concetto di facile comprensione, ma i fatti dimostrano che non è così. Se ci pensate, forse, è più facile perdonare che accogliere, perché, nel primo caso, si richiede un atto che si può compiere restando a distanza e, quindi, ti perdono, però ognuno per la sua strada; nel caso dell’accoglienza, invece, per forza di cose deve starci un’apertura nei confronti dell’altro e, così, ti accolgo nella mia vita e, da quel momento, condivido un mio spazio con te.

Non c’è nulla da fare, ragionare secondo una logica credente significa capovolgere quel pensiero comune che, in molti casi, sembrerebbe essere giustificato dal senso comune diffuso tra l’opinione pubblica.

Pensate all’episodio raccontato nella prima lettura. Abramo e Sara accolgono a casa loro tre forestieri, stranieri e sconosciuti. Sembrerebbero questi ultimi la parte fragile da aiutare, invece la situazione si capovolge.

Immaginate la scena. Arrivano questi tre, si fermano a cena, durante un’informale conversazione, tra un pezzo di vitello e un assaggino delle classiche verdurine di quelle zone accompagnate dalla focaccia calda, Abramo condivide la sua amarezza nel non avere avuto figli. Ed ecco la profezia: «Tornerò da te fra un anno a questa data e allora Sara, tua moglie, avrà un figlio».

Ora è inutile che malignate, perché volutamente ha detto un anno e non nove mesi, quindi non vi trovate con i conti. Ciò che colpisce, invece, è questo capovolgimento dei ruoli, dove chi doveva accogliere si è trasformato in colui che è stato accolto.

Credo sia questo il segreto, perché, tutto sommato, è facile a dire “io accolgo te”, ma forse è più difficile farsi accogliere dall’altro, così come Gesù spiegava domenica scorsa con la storia del buon samaritano, quando chiedeva chi dei tre fosse stato il prossimo di colui che era incappato nei briganti.

Una telefonata per farsi accogliere

Se provassimo a farci accogliere da chi la pensa diversamente da noi? Pensateci, cosa accadrebbe? Senza la pretesa di attendere alla porta chi risponde ad un disperato appello lanciato a suon di campane.

In questi giorni si è parlato molto di accoglienza dei giovani. I ragazzi che si sono rifiutati di affrontare l’esame orale per la maturità sono diventati le cavie di una comunità educante che prova a stare dalla loro parte affermando che bisogna accogliere le loro istanze. Gli esperti si sono chiesti cosa si nasconde dietro queste proteste forti. Il pensiero della comunità educante converge sul fatto che oltre l’apparenza ci sono delle domande di senso che richiedono una presenza in loco da parte degli adulti.

Quanti di voi sono in grado di farsi accogliere da chi vi vede diversi? In quanti siamo capaci di farci accogliere da chi ci esclude per partito preso? Eppure, farsi accogliere significa generare vita, in tutti i sensi.

A seguito dell’attacco alla parrocchia cattolica a Gaza è accaduta una cosa strana, Netanyahu ha telefonato a Leone e il papa lo ha accolto, senza assolutamente condividere la sua azione politica. La Chiesa accoglie tutti perché, sull’esempio di Gesù, si lascia accogliere da tutti.

Il segreto della relazione a tre

Questo vale anche nelle relazioni interpersonali. Qualunque sia la natura della relazione, il rapporto funziona non quando si accoglie l’altro, ma quando ci si lascia accogliere, consapevoli che l’interazione non è mai solo a due, ma sempre a tre.

Il segreto è tutto in quel mistero che vuole che l’umanità sia stata creata ad immagine e somiglianza di quel Dio che, per noi, è uno e trino. Lo sanno le coppie che si sposano in chiesa che la loro unione implica il farsi assorbire dall’Amore e, quindi, farsi accogliere da Dio.

Quando si ama non si deve avere paura di nulla, neanche di un rapporto a tre! Perché proprio il terzo è l’Amore, quindi, escluderlo, significherebbe perdersi in una relazione tossica, dove le due parti si nutrono l’uno dell’altra, fino a consumarsi, senza lasciare nulla. Il terzo è il prossimo, perché il comandamento dice: ama Dio e ama il prossimo tuo come te stesso. Quindi si è in tre, te stesso, il prossimo e Dio.

Quindi mi piace pensare che quando Sant’Agostino dice “ama e fai ciò che vuoi”, sta pensando proprio a questo: ama chi vuoi se con chi vuoi ami il prossimo. Come vedete, il terzo (il prossimo) sta sempre in mezzo … come dice la canzone napoletana “io, mammeta e tu”!

Nel Vangelo il concetto è ribadito dalla situazione che, appunto, ci parla, ancora una volta, di un rapporto a tre: Marta, Maria e Gesù che sembrerebbe l’accolto, ma in un attimo si comprende essere l’accogliente. Questo è uno dei pochi episodi della vita pubblica di Gesù dove non ci sono gli apostoli a seguito, o almeno non sono citati nel racconto. In un’altra situazione accade al pozzo con la samaritana … guarda caso sempre una donna! Gesù se lo poteva permettere, perché in un contesto dove era proibito alle donne seguire un maestro, lui va a casa di Marta e lega con Maria, permettendole di farsi accogliere.

Sappiamo che Marta non ha sbagliato e che anche lei, come Maria, grazie a questo episodio, è venerata dalla Chiesa come santa. Due donne, due volti dello stesso Amore che, condiviso con Gesù, rendono la complessità dell’essere cristiani, impegnati nel mondo, perché persone di preghiera, accolti da Dio perché in comunione con gli altri … proprio come Paolo, che oggi ricordiamo a 33 anni da quel sacrificio che ha forzato la sua accoglienza nella casa del Padre, saltando in aria sotto casa della madre.

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FESTA DEL SANTISSIMO SALVATORE

Dal 3 al 5 agosto, ore 18.30, chiesa madre, triduo di preghiera in preparazione alla ricorrenza liturgica

Martedì 5 agosto – Aspettando il Salvatore

ore 16-19 Visita guidata Mostra Miracoli Eucaristici (chiesa di San Sebastiano)

ore 16        Sulle vie della transumanza – Passeggiata naturalistica (circa 10 km), a cura dei volontari del WWF, con la partecipazione di ASD Magà

ore 19         Visita guidata all’Oasi del WWF del Lago di Campolattaro

ore 20.30   Presso l’Oasi del WWF       Apertura serata con Apericena

ore 21.30    Diplomatico e il Collettivo Ninco Nanco in concerto 

ore 23.30    Estrazione Lotteria SS. Salvatore

ore 24          Brindisi di mezzanotte in onore del SS. Salvatore

 

Mercoledì 6 agosto – Festa del Santissimo Salvatore

ore 19         S. Messa solenne

ore 20         Agape fraterna

 

Regolamento lotteria

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