News della Comunità

archive

Home Category : News della Comunità

Exemple

Il messaggio di papa Leone XIV per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, che si celebra domenica 17/05/2026, nel giorno della solennità dell’Acensione di Gesù Cristo al Cielo.

 

Custodire voci e volti umani

Cari fratelli e sorelle!

Il volto e la voce sono tratti unici, distintivi, di ogni persona; manifestano la propria irripetibile identità e sono l’elemento costitutivo di ogni incontro. Gli antichi lo sapevano bene. Così, per definire la persona umana gli antichi greci hanno utilizzato la parola “volto” (prósōpon) che etimologicamente indica ciò che sta di fronte allo sguardo, il luogo della presenza e della relazione. Il termine latino persona (da per-sonare) include invece il suono: non un suono qualsiasi, ma la voce inconfondibile di qualcuno.

Volto e voce sono sacri. Ci sono stati donati da Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza chiamandoci alla vita con la Parola che Egli stesso ci ha rivolto; Parola prima risuonata attraverso i secoli nelle voci dei profeti, quindi divenuta carne nella pienezza dei tempi. Questa Parola – questa comunicazione che Dio fa di sé stesso – l’abbiamo anche potuta ascoltare e vedere direttamente (cfr 1 Gv 1,1-3), perché si è fatta conoscere nella voce e nel Volto di Gesù, Figlio di Dio.

Fin dal momento della sua creazione Dio ha voluto l’uomo quale proprio interlocutore e, come dice San Gregorio di Nissa, [1] ha impresso sul suo volto un riflesso dell’amore divino, affinché possa vivere pienamente la propria umanità mediante l’amore. Custodire volti e voci umane significa perciò custodire questo sigillo, questo riflesso indelebile dell’amore di Dio. Non siamo una specie fatta di algoritmi biochimici, definiti in anticipo. Ciascuno di noi ha una vocazione insostituibile e inimitabile che emerge dalla vita e che si manifesta proprio nella comunicazione con gli altri.

La tecnologia digitale, se veniamo meno a questa custodia, rischia invece di modificare radicalmente alcuni dei pilastri fondamentali della civiltà umana, che a volte diamo per scontati. Simulando voci e volti umani, sapienza e conoscenza, consapevolezza e responsabilità, empatia e amicizia, i sistemi conosciuti come intelligenza artificiale non solo interferiscono negli ecosistemi informativi, ma invadono anche il livello più profondo della comunicazione, quello del rapporto tra persone umane.

La sfida pertanto non è tecnologica, ma antropologica. Custodire i volti e le voci significa in ultima istanza custodire noi stessi.  Accogliere con coraggio, determinazione e discernimento le opportunità offerte dalla tecnologia digitale e dall’intelligenza artificiale non vuol dire nascondere a noi stessi i punti critici, le opacità, i rischi.

Non rinunciare al proprio pensiero

Ci sono da tempo molteplici evidenze del fatto che algoritmi progettati per massimizzare il coinvolgimento sui social media – redditizio per le piattaforme – premiano emozioni rapide e penalizzano invece espressioni umane più bisognose di tempo come lo sforzo di comprendere e la riflessione. Chiudendo gruppi di persone in bolle di facile consenso e facile indignazione, questi algoritmi indeboliscono la capacità di ascolto e di pensiero critico e aumentano la polarizzazione sociale.

A questo si è aggiunto poi un affidamento ingenuamente acritico all’intelligenza artificiale come “amica” onnisciente, dispensatrice di ogni informazione, archivio di ogni memoria, “oracolo” di ogni consiglio. Tutto ciò può logorare ulteriormente la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo, di comprendere i significati, di distinguere tra sintassi e semantica.

Sebbene l’IA possa fornire supporto e assistenza nella gestione di compiti comunicativi, sottrarsi allo sforzo del proprio pensiero, accontentandoci di una compilazione statistica artificiale, rischia a lungo andare di erodere le nostre capacità cognitive, emotive e comunicative.

Negli ultimi anni i sistemi di intelligenza artificiale stanno assumendo sempre di più anche il controllo della produzione di testi, musica e video. Gran parte dell’industria creativa umana rischia così di essere smantellata e sostituita con l’etichetta “Powered by AI”, trasformando le persone in meri consumatori passivi di pensieri non pensati, di prodotti anonimi, senza paternità, senza amore. Mentre i capolavori del genio umano nel campo di musica, arte e letteratura vengono ridotti a un mero campo di addestramento delle macchine.

La questione che ci sta a cuore, tuttavia, non è cosa riesce o riuscirà a fare la macchina, ma cosa possiamo e potremo fare noi, crescendo in umanità e conoscenza, con un uso sapiente di strumenti così potenti a nostro servizio. Da sempre l’uomo è tentato di appropriarsi del frutto della conoscenza senza la fatica del coinvolgimento, della ricerca e della responsabilità personale. Rinunciare al processo creativo e cedere alle macchine le proprie funzioni mentali e la propria immaginazione significa tuttavia seppellire i talenti che abbiamo ricevuto al fine di crescere come persone in relazione a Dio e agli altri. Significa nascondere il nostro volto, e silenziare la nostra voce.

Essere o fingere: simulazione delle relazioni e della realtà

Mentre scorriamo i nostri flussi di informazioni (feed), diventa così sempre più difficile capire se stiamo interagendo con altri esseri umani o con dei “bot” o dei “virtual influencers”.  Gli interventi non trasparenti di questi agenti automatizzati influenzano i dibattiti pubblici e le scelte delle persone. Soprattutto i chatbot basati su grandi modelli linguistici (LLM) si stanno rivelando sorprendentemente efficaci nella persuasione occulta, attraverso una continua ottimizzazione dell’interazione personalizzata. La struttura dialogica e adattiva, mimetica, di questi modelli linguistici è capace di imitare i sentimenti umani e simulare così una relazione. Questa antropomorfizzazione, che può risultare persino divertente, è allo stesso tempo ingannevole, soprattutto per le persone più vulnerabili. Perché i chatbot resi eccessivamente “affettuosi”, oltre che sempre presenti e disponibili, possono diventare architetti nascosti dei nostri stati emotivi e in questo modo invadere e occupare la sfera dell’intimità delle persone.

La tecnologia che sfrutta il nostro bisogno di relazione può non solo avere conseguenze dolorose sul destino dei singoli, ma può anche ledere il tessuto sociale, culturale e politico delle società. Ciò avviene quando sostituiamo alle relazioni con gli altri quelle con IA addestrate a catalogare i nostri pensieri e quindi a costruirci intorno un mondo di specchi, dove ogni cosa è fatta “a nostra immagine e somiglianza”. In questo modo ci lasciamo derubare della possibilità di incontrare l’altro, che è sempre diverso da noi, e con il quale possiamo e dobbiamo imparare a confrontarci. Senza l’accoglienza dell’alterità non può esserci né relazione né amicizia.

Un’altra grande sfida che questi sistemi emergenti pongono è quella della distorsione (in inglese bias), che porta ad acquisire e a trasmettere una percezione alterata della realtà. I modelli di IA sono plasmati dalla visione del mondo di chi li costruisce e possono a loro volta imporre modi di pensare replicando gli stereotipi e i pregiudizi presenti nei dati a cui attingono. La mancanza di trasparenza nella progettazione degli algoritmi, insieme alla non adeguata rappresentanza sociale dei dati, tendono a farci rimanere intrappolati in reti che manipolano i nostri pensieri e perpetuano e approfondiscono le disuguaglianze e le ingiustizie sociali esistenti.

Il rischio è grande. Il potere della simulazione è tale che l’IA può anche illuderci con la fabbricazione di “realtà” parallele, appropriandosi dei nostri volti e delle nostre voci. Siamo immersi in una multidimensionalità, dove sta diventando sempre più difficile distinguere la realtà dalla finzione.

A ciò si aggiunge il problema della mancata accuratezza. Sistemi che spacciano una probabilità statistica per conoscenza stanno in realtà offrendoci al massimo delle approssimazioni alla verità, che a volte sono vere e proprie “allucinazioni”. Una mancata verifica delle fonti, insieme alla crisi del giornalismo sul campo che comporta un continuo lavoro di raccolta e verifica di informazioni svolte nei luoghi dove gli eventi accadono, può favorire un terreno ancora più fertile per la disinformazione, provocando un crescente senso di sfiducia, smarrimento e insicurezza.

Una possibile alleanza

Dietro questa enorme forza invisibile che ci coinvolge tutti, c’è solo una manciata di aziende, quelle i cui fondatori sono stati recentemente presentati come creatori della “persona dell’anno 2025”, ovvero gli architetti dell’intelligenza artificiale. Ciò determina una preoccupazione importante riguardo al controllo oligopolistico dei sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale in grado di orientare sottilmente i comportamenti, e persino riscrivere la storia umana – compresa la storia della Chiesa – spesso senza che ce ne si possa rendere realmente conto.

La sfida che ci aspetta non sta nel fermare l’innovazione digitale, ma nel guidarla, nell’essere consapevoli del suo carattere ambivalente. Sta a ognuno di noi alzare la voce in difesa delle persone umane, affinché questi strumenti possano veramente essere da noi integrati come alleati.

Questa alleanza è possibile, ma ha bisogno di fondarsi su tre pilastri: responsabilitàcooperazione e educazione.

Innanzitutto la responsabilità. Essa può essere declinata, a seconda dei ruoli, come onestà, trasparenza, coraggio, capacità di visione, dovere di condividere la conoscenza, diritto a essere informati.  Ma in generale nessuno può sottrarsi alla propria responsabilità di fronte al futuro che stiamo costruendo.

Per chi è al vertice delle piattaforme online ciò significa assicurarsi che le proprie strategie aziendali non siano guidate dall’unico criterio della massimizzazione del profitto, ma anche da una visione lungimirante che tenga conto del bene comune, allo stesso modo in cui ognuno di essi ha a cuore il bene dei propri figli.

Ai creatori e agli sviluppatori di modelli di IA è chiesta trasparenza e responsabilità sociale riguardo ai principi di progettazione e ai sistemi di moderazione alla base dei loro algoritmi e dei modelli sviluppati, in modo da favorire un consenso informato da parte degli utenti.

La stessa responsabilità è chiesta anche ai legislatori nazionali e ai regolatori sovranazionali, ai quali compete di vigilare sul rispetto della dignità umana. Una regolamentazione adeguata può tutelare le persone da un legame emotivo con i chatbot e contenere la diffusione di contenuti falsi, manipolativi o fuorvianti, preservando l’integrità dell’informazione rispetto a una sua simulazione ingannevole.

Le imprese dei media e della comunicazione non possono a loro volta permettere che algoritmi orientati a vincere a ogni costo la battaglia per qualche secondo di attenzione in più prevalgano sulla fedeltà ai loro valori professionali, volti alla ricerca della verità. La fiducia del pubblico si conquista con l’accuratezza, con la trasparenza, non con la rincorsa a un coinvolgimento qualsiasi. I contenuti generati o manipolati dall’IA vanno segnalati e distinti in modo chiaro dai contenuti creati dalle persone. Va tutelata la paternità e la proprietà sovrana dell’operato dei giornalisti e degli altri creatori di contenuto. L’informazione è un bene pubblico. Un servizio pubblico costruttivo e significativo non si basa sull’opacità, ma sulla trasparenza delle fonti, sull’inclusione dei soggetti coinvolti e su uno standard elevato di qualità.

Tutti siamo chiamati a cooperare. Nessun settore può affrontare da solo la sfida di guidare l’innovazione digitale e la governance dell’IA. È necessario perciò creare meccanismi di salvaguardia. Tutte le parti interessate – dall’industria tecnologica ai legislatori, dalle aziende creative al mondo accademico, dagli artisti ai giornalisti, agli educatori – devono essere coinvolte nel costruire e rendere effettiva una cittadinanza digitale consapevole e responsabile.

A questo mira l’educazione: ad aumentare le nostre capacità personali di riflettere criticamente, a valutare l’attendibilità delle fonti e i possibili interessi che stanno dietro alla selezione delle informazioni che ci raggiungono, a comprendere i meccanismi psicologici che attivano, a permettere alle nostre famiglie, comunità e associazioni di elaborare criteri pratici per una più sana e responsabile cultura della comunicazione.

Proprio per questo è sempre più urgente introdurre nei sistemi educativi di ogni livello anche l’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA, che alcune istituzioni civili stanno già promuovendo. Come cattolici possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo, affinché le persone – soprattutto i giovani – acquisiscano la capacità di pensiero critico e crescano nella libertà dello spirito. Questa alfabetizzazione dovrebbe inoltre essere integrata in iniziative più ampie di educazione permanente, raggiungendo anche gli anziani e i membri emarginati della società, che spesso si sentono esclusi e impotenti di fronte ai rapidi cambiamenti tecnologici.

L’alfabetizzazione ai media, all’informazione e all’IA aiuterà tutti a non adeguarsi alla deriva antropomorfizzante di questi sistemi, ma a trattarli come strumenti, a utilizzare sempre una validazione esterna delle fonti – che potrebbero essere imprecise o errate – fornite dai sistemi di IA, a proteggere la propria privacy e i propri dati conoscendo i parametri di sicurezza e le opzioni di contestazione. È importante educare ed educarsi a usare l’IA in modo intenzionale, e in questo contesto proteggere la propria immagine (foto e audio), il proprio volto e la propria voce, per evitare che vengano utilizzati nella creazione di contenuti e comportamenti dannosi come frodi digitali, cyberbullismo, deepfake che violano la privacy e l’intimità delle persone senza il loro consenso. Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale) per comprendere come gli algoritmi modellano la nostra percezione della realtà, come funzionano i pregiudizi dell’IA, quali sono i meccanismi che stabiliscono la comparsa di determinati contenuti nei nostri flussi di informazioni (feed), quali sono e come possono cambiare presupposti e modelli economici dell’economia della IA.

Abbiamo bisogno che il volto e la voce tornino a dire la persona. Abbiamo bisogno di custodire il dono della comunicazione come la più profonda verità dell’uomo, alla quale orientare anche ogni innovazione tecnologica.

Nel proporre queste riflessioni, ringrazio quanti stanno operando per le finalità qui prospettate e benedico di cuore tutti coloro che lavorano per il bene comune con i mezzi di comunicazione.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2026, memoria di San Francesco di Sales.

LEONE PP. XIV

______________________________

[1] “Il fatto di essere creato a immagine di Dio significa che all’uomo, fin dal momento della sua creazione, è stato impresso un carattere regale […]. Dio è amore e fonte di amore: il divino Creatore ha messo anche questo tratto sul nostro volto, affinché mediante l’amore – riflesso dell’amore divino – l’essere umano riconosca e manifesti la dignità della sua natura e la somiglianza col suo Creatore” (cfr S. Gregorio di Nissa, La creazione dell’uomoPG 44, 137).

Read More →
Exemple

La comunità di Campolattaro ha accolto con gioia la nomina ad arcivescovo di Benevento di S. E. Michele Autuoro. Nell’attesa della sua venuta tra noi, iniziamo a conoscerlo. Di seguito la sua prima lettera e una breve biografia pastorale.

 

Al Popolo di Dio che è nell’Arcidiocesi di Benevento

Carissimi fratelli e sorelle nel Signore, pace a voi.

Con il cuore colmo di gratitudine al Signore Risorto, che incessantemente ama, custodisce e guida la Sua Chiesa, mi rivolgo per la prima volta a voi, amato Popolo di Dio che è in Benevento.

Con profonda riconoscenza filiale verso il Santo Padre, Papa Leone XIV, che mi ha chiamato a essere vostro Pastore, accolgo con trepidazione e fiducia la missione che mi viene affidata.

Vengo a voi nella gioia del Vangelo e con l’animo dell’umile servo della Vigna del Signore, desideroso di spendere la mia vita per voi e con voi, al servizio di Cristo e della Sua Chiesa.

Giungo in mezzo a voi in punta di piedi, per conoscere, amare e servire questa Chiesa particolare, Sposa di Cristo, che il Successore di Pietro mi affida perché me ne prenda cura con cuore di padre e di pastore.

Avverto tutta la povertà dei miei limiti e l’inadeguatezza della mia persona dinanzi all’altezza del ministero ricevuto; tuttavia, confido pienamente nella misericordia del Signore e nella forza dello Spirito Santo, che sostiene coloro che Egli chiama.

Guidati dalla luce del Vangelo e camminando insieme, ciascuno secondo i doni ricevuti, continueremo a prendere il largo e a gettare le reti sulla Parola del Signore.

Pur nel tempo complesso e segnato da profondi cambiamenti che stiamo vivendo – quel “cambiamento d’epoca” che Papa Francesco ci ha spesso richiamato – non dobbiamo lasciarci vincere dalla paura o dallo scoraggiamento.

La Chiesa vive per annunciare Cristo, per continuare la Sua missione di salvezza e per testimoniare al mondo la speranza che non delude. Mi consola e mi incoraggia sapermi successore dell’amato martire San Gennaro, primo Vescovo di questa Chiesa. Affido alla sua intercessione il mio ministero episcopale, certo che sosterrà i miei passi nei momenti di fatica e di incertezza.

Ho accolto inoltre come segno provvidenziale il fatto che la comunicazione della mia nomina mi sia stata data dal Nunzio Apostolico proprio nel giorno in cui, nella Chiesa di Napoli, si celebra la memoria della traslazione delle reliquie del Santo Martire.

Desidero rivolgere un deferente e fraterno saluto a Sua Eccellenza Monsignor Felice Accrocca, che con dedizione pastorale ha guidato questa amata Chiesa, condividendo le speranze, le sofferenze e le sfide dell’intera comunità del territorio, specialmente quelle segnate dallo spopolamento e dalle difficoltà delle aree interne.

Un particolare pensiero di gratitudine desidero esprimere a Monsignor Francesco Iampietro, Amministratore Diocesano, che in questi mesi accompagna con generosa dedizione il cammino della diocesi.

Saluto con affetto i presbiteri, primi collaboratori del Vescovo, i diaconi, i religiosi e le religiose, i seminaristi e tutti i fedeli laici. A ciascuno giunga la mia vicinanza spirituale nell’attesa gioiosa di iniziare insieme un comune cammino di fede, di comunione e di testimonianza evangelica. Avrei previsto di iniziare il mio servizio la sera di Domenica 28 Giugno.

Rivolgo altresì il mio rispettoso saluto alle Autorità civili e militari e a tutte le istituzioni della società civile che operano al servizio del bene comune. Nella distinzione dei ruoli e delle responsabilità, desidero assicurare sin d’ora piena disponibilità alla collaborazione per la promozione della dignità della persona umana e per il bene dell’intera comunità.

Con particolare affetto abbraccio le famiglie, i giovani e i bambini, dono prezioso per la Chiesa e speranza del nostro futuro.

Una speciale carezza spirituale desidero riservare ai malati, agli anziani, ai poveri, a coloro che soffrono nel corpo e nello spirito e a quanti vivono situazioni di solitudine, fragilità ed emarginazione.

Affido il mio ministero episcopale alla materna protezione di Maria Santissima delle Grazie e all’intercessione di San Bartolomeo Apostolo, patroni della Chiesa Beneventana, affinché ci ottengano dal Signore il dono di essere autentici discepoli missionari del Vangelo.

Ho già iniziato a pregare per voi; vi chiedo, con semplicità di pregare per me e di benedirmi, perché possa essere per tutti voi un pastore secondo il Cuore di Cristo.

Nell’attesa di incontrarvi e di condividere con voi il cammino della fede, vi benedico di cuore.

+ Michele Autuoro

 

Breve biografia

S. E. Michele Autuoro è nato il 27 dicembre 1966 a Procida (NA). Ha studiato nel Seminario Arcivescovile di Napoli Card. Alessio Ascalesi ed è stato ordinato presbitero per l’Arcidiocesi partenopea il 19 maggio 1991.

Ha svolto i seguenti incarichi pastorali:

  • vicario parrocchiale della parrocchia di Santa Maria dei Vergini (1991-1993);

  • assistente diocesano ACR (1991-1994);

  • educatore del Seminario maggiore arcivescovile di Capodimonte (1993-2000);

  • parroco della parrocchia di S. Maria delle Grazie e S. Leonardo a Procida (2000-2009);

  • direttore dell’Ufficio Missionario Diocesano (2007-2013);

  • parroco della parrocchia di S. Maria della Mercede in Sant’Orsola a Chiaia (2009-2012);

  • direttore dell’Ufficio Nazionale per la cooperazione missionaria tra le chiese della CEI e della Fondazione Missio;

  • direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie;

  • membro del consiglio di amministrazione della Fondazione Pontificia Domus Missionalis;

  • presidente della Fondazione CUM in Verona (2013 – 2018);

  • parroco della parrocchia di San Marco di Palazzo in Santa Maria degli Angeli e della parrocchia Immacolata a Pizzofalcone (2018 – 2019);

  • rettore del Seminario Arcivescovile di Napoli Card. Alessio Ascalesi (2019 – 2022);

  • nominato Vescovo titolare di Passo Corese e Ausiliare di Napoli il 27 settembre 2021, ordinazione episcopale il 31 ottobre 2021;

  • presidente della commissione episcopale per l’Evangelizzazione dei popoli e la cooperazione missionaria tra le chiese della CEI e presidente della Fondazione Missio (2023);

  • Assistente del Delegato per i Seminari d’Italia (2023).

Il 13 maggio 2026 è stato nominato Arcivescovo Metropolita di Benevento

 

Read More →
Exemple

Pubblichiamo il Messaggio per la 48ª Giornata Nazionale per la Vita, che si celebrerà il 1° febbraio 2026 sul tema “Prima i bambini!”.

Guardatevi dal disprezzare qualcuno di questi piccoli;
perché io vi dico che i loro angeli in cielo
vedono continuamente la faccia del Padre mio. (Mt 18,10)

L’accoglienza gentile e affettuosa di Gesù verso i piccoli sorprende i suoi contemporanei, discepoli inclusi, abituati a considerare assai poco i bambini. Eppure, nella Scrittura il rapporto di Dio con il suo popolo è spesso paragonato a quello di una madre amorevole e di un padre premuroso verso i propri bimbi; il loro atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo” (AL 166). Lasciarsi amare e servire con semplicità, riconoscersi dipendenti senza imbarazzo, attribuire primaria importanza alle leggi del cuore, desiderare il bene… sono alcune delle lezioni che i bambini danno agli adulti e che Gesù presenta come condizioni per accogliere la novità del Vangelo: “In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 18, 3). Essi, dunque, non vanno mai disprezzati, scartati, subordinati perché proprio di loro il Creatore ha particolare cura.
A questa visione evangelica dell’infanzia, che ha condotto l’umanità intera a una considerazione progressivamente più rispettosa degli inizi della vita, si ispira anche la nostra migliore cultura giuridica, che evidenzia il “superiore interesse del minore”: in qualsivoglia situazione, i bambini sono quelli che vanno prima di tutto accolti e protetti, insieme alla loro famiglia, in modo che possano crescere quanto più liberi e felici. Anche perché, non di rado, gli esiti di un’infanzia problematica sono alla radice di molti comportamenti negativi in età adulta.
Ciononostante, le vite dei bambini vengono molto spesso asservite agli interessi dei grandi.

Pensiamo ai tanti, troppi, bambini “vittime collaterali” delle guerre degli adulti: uccisi, mutilati, resi orfani, privati della casa e della scuola, ridotti alla fame, come effetto di bombardamenti indiscriminati.

Pensiamo ai bambini-soldato, rapiti e utilizzati come “carne da cannone” nei tanti conflitti che si combattono in varie parti del globo, soprattutto in quelli “a bassa intensità”, di cui quasi nessuno parla.

Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo.

Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale.

Pensiamo ai bambini implicati nei casi di separazione e divorzio dei propri genitori, a volte usati come strumenti di rivalsa sull’ex-coniuge.

Pensiamo ai bambini fatti oggetto di attenzioni sessuali o alle bambine date precocemente in sposa, spesso a uomini assai più grandi di loro.

Pensiamo ai bambini-lavoratori, privati dell’infanzia perché inquadrati come manodopera a basso costo dai “caporali” di turno, in contesti di degrado sociale e abbandono scolastico.

Pensiamo ai bambini rapiti o dati indiscriminatamente in adozione nelle tristi operazioni di pulizia etnica.

Pensiamo ai bambini coinvolti nelle violenze domestiche, che li privano di uno o entrambi i genitori e li segnano profondamente.

Pensiamo ai bambini che i trafficanti di vite strappano per vile interesse alle proprie famiglie, fino a espiantare i loro organi a vantaggio di chi può permettersi di pagarli.

Pensiamo ai bambini costretti – non di rado da soli – a migrazioni faticose e pericolose, con esiti a volte mortali, per sfuggire ai conflitti, agli impoverimenti e alle carestie spesso provocate dagli adulti.

Pensiamo ai bambini indottrinati da un’educazione ideologica, funzionale non alla loro crescita, ma alla diffusione di idee che interessano questo o quell’altro gruppo di potere.

Pensiamo ai bambini maltrattati o abbandonati a loro stessi da genitori o educatori cui poco interessa il loro vero bene.

In questi e altri casi l’interesse che prevale è quello dell’adulto, cioè del più forte, del più ricco, del più istruito, che può decidere anche della vita altrui e che è anche capace di mascherare il proprio egoismo dietro parole “politicamente corrette” e falsamente altruiste.
A ben vedere, la pace, la libertà, la democrazia, la solidarietà non possono che iniziare dai più piccoli. Dove una società smarrisce il senso della generatività, servendosi dei figli invece di servirli e donare loro la vita, si imbarbariscono esponenzialmente anche le relazioni tra gli adulti – persone e comunità – dando spazio alla ricerca egoistica e violenta dei propri interessi. “Tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?” (AL 166).

Avvertiamo la necessità di una maggiore attenzione ai piccoli anche nella nostra società italiana, in cui l’imperante cultura individualista si esprime, tra l’altro, con una crisi di generatività che non riguarda solamente la fertilità, ma pregiudica progressivamente la capacità degli adulti di mettersi a servizio dei piccoli. Può succedere che facciano rumore, chiedano incessanti attenzioni, condizionino la libertà dei grandi, ma l’accoglienza dei loro limiti è paradigma dell’accoglienza dell’altro tout court, mancando la quale svanisce ogni prospettiva di collettività solidale, per dare spazio a una conflittualità incessante e distruttiva. Quando i bambini non sono amati, con loro vengono scartati anche gli elementi più deboli della comunità, cioè potenzialmente tutti, nel momento in cui si manifestino anche nei soggetti “forti” fragilità o debolezze.

Anche le comunità cristiane devono crescere nella cura dei bambini, non solo proseguendo nell’impegno per estirpare e prevenire l’odiosa pratica degli abusi, ma divenendo “casa accogliente” per loro nelle celebrazioni liturgiche, nelle attenzioni alle varie povertà che li colpiscono, nell’adozione di modalità adeguate alla loro età per l’annuncio della fede e nelle occasioni di vita comunitaria. “L’educazione alla fede sa adattarsi a ciascun figlio, perché gli strumenti già imparati o le ricette a volte non funzionano. I bambini hanno bisogno di simboli, di gesti, di racconti. […] L’esperienza spirituale non si impone ma si propone alla loro libertà” (AL 288). Alle prime parole che un bambino si sente rivolgere dalla Chiesa nel giorno del Battesimo – “la nostra comunità ti accoglie” – deve seguire una reale dedizione di tempi, spazi, risorse alle esigenze dei piccoli e delle loro famiglie.

Ci sono tuttavia nella società e nella Chiesa moltissime persone e istituzioni che operano attivamente per custodire i bambini, attraverso azioni di tutela e accoglienza delle maternità difficili e di protezione nelle situazioni di violenza, nell’educazione, nella risposta ai tanti bisogni e povertà delle famiglie numerose e dei piccoli, nella prevenzione dello sfruttamento minorile nelle sue varie forme, nel sostegno alla genitorialità, nella sorveglianza degli ambiti che mettono a rischio l’integrità fisica, morale e spirituale in età sempre più precoce. A costoro devono andare la riconoscenza e il sostegno di tutti, perché il loro servizio – spesso gratuito – rende migliore il nostro mondo per tutti, non solo per i più piccoli. A loro dobbiamo continuamente ispirarci, per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti.

Si tratta di attuare una vera “conversione”, nel duplice senso di “ritorno” e di “cambiamento”.
Ritorno a una cultura che riscopra il valore della generatività, del “desiderio di trasmettere la vita” (SnC 9) e di servirla con gioia. Ogni persona che mette al mondo dei bambini o si occupa dei piccoli – genitori, nonni, insegnanti, catechisti, persone consacrate, famiglie affidatarie – dovrebbe sentire la simpatia e la stima degli altri adulti, perché il servizio al sorgere della vita è garanzia di bene e di futuro per tutti.

Cambiamento come abbandono delle cattive inclinazioni di una società narcisista e indifferente, in cui gli adulti sono troppo occupati da loro stessi per fare davvero spazio ai bambini: ne nascono sempre di meno e sul loro futuro peseranno i debiti, il degrado ambientale, la solitudine e i conflitti che gli adulti producono, incuranti del domani del mondo.
La Giornata per la Vita sia l’occasione per un serio esame di coscienza, basato sul punto di vista dei piccoli nelle questioni che li riguardano (dal nascere, al crescere, all’essere felici…) e sostenuto dalla voce sincera dei bambini, cui chiedere – una volta tanto – come vorrebbero che andassero le cose.

 

Il Consiglio Episcopale Permanente
della Conferenza Episcopale Italiana

Read More →
Exemple

Quest’anno, la seconda domenica del Tempo ordinario coincide con l’inizio della settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. In questi giorni siamo invitati a riflettere sulla vocazione all’unità, forse proprio perché spirituale anche sociale e politica, del popolo cristiano sparso nel mondo.

Nel Vangelo che ascoltiamo, Giovanni Battista testimonia che lo Spirito Santo è disceso su Gesù, manifestando il segreto del Dio dei cristiani, ossia il suo essere uno e trino, in forza dell’Amore. Dovrebbe essere questo il fondamento dell’unità dei cristiani: non una semplice unione umana, ma un connubio che scaturisce dalla comunione.

La discesa dello Spirito Santo è la radice dell’unità che dobbiamo vivere tra di noi, come credenti in Cristo, e che deve nutrire anche le relazioni con le altre culture, in questo caso diverse dalla tradizione cattolica.

In particolare, quest’anno, l’impegno per l’unità dei cristiani si inserisce in un contesto segnato da conflitti per loro natura divisivi, che coinvolgendo popoli e nazioni occidentali, provocando le diverse confessioni.

Pensate, ad esempio, alla crisi tra Russia e l’Ucraina, due nazioni guidate da capi che dovrebbero ricordarsi di essere cristiani ortodossi e, quindi, come tali, fedeli di Cristo orientati all’unità.

Stesso discorso per la recente tensione tra gli USA e la Danimarca, due Paesi legati a confessioni cristiane di matrice protestante, che potrebbero ritrovare, nella religione comune, un motivo di dialogo e apertura.

L’unità dei cristiani, quindi, non è soltanto una questione dottrinale, ma anche un impegno per la pace, perché uniti, come popoli credenti, potremmo essere testimoni credibili, che provano a costruire ponti tra nazioni, superare le barriere culturali e lavorare per la giustizia e la pace.

In un mondo dove i venti di guerra sembrano sempre più forti e dove le divisioni sembrano crescere, i cristiani sono chiamati a testimoniare pace.

Ad unire i cristiani nel mondo, inoltre, è anche il martirio. Quando, infatti, sentiamo parlare, attraverso i giusti canali d’informazione, della persecuzione dei cristiani in alcune zone dell’Africa, ci rendiamo conto che non si tratta solo di cattolici, ma anche di appartenenti ad altre confessioni protestanti.

Il sangue versato è un segno doloroso di quella comunione profonda che unisce tutti i cristiani a Cristo, invitando a non fermarsi alle differenze confessionali, ma a cercare insieme quella pace che solo Cristo può donare.

In questo momento storico, dunque, l’unità tra cristiani non è solo un ideale religioso, ma una necessità urgente. Forse vale la pena partire dalla ricerca dell’unità tra di noi, per poi arrivare a costruire l’unità nel mondo. La divisione e le guerre tra popoli che si dicono cristiani, sono la prova più evidente della debolezza della fede personale, non comunitaria.

Chiediamo, dunque, allo Spirito Santo di guidarci verso questa unità, di donarci il coraggio di superare le divisioni, di imparare a guardare l’altro non come un nemico o un estraneo, ma come un fratello.

Che la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani diventi un momento di profonda riflessione e di impegno per la pace, affinché, uniti, possiamo diventare strumenti di riconciliazione, di dialogo e di speranza, in un mondo che ha tanto bisogno di testimonianze di amore e di pace.

Read More →
Exemple

La domenica dopo l’Epifania la Chiesa ricorda il Battesimo di Gesù, nel fiume Giordano, ad opera di Giovanni Battista. Una ricorrenza che chiude il tempo di Natale e dovrebbe aprire all’ordinarietà della vita, forse più complessa e impegnativa proprio perché impegnata a fare i conti con il quotidiano.

Non si tratta di una ripresa, ma di una nuova partenza. Il battesimo questo segna: l’inizio di un cammino per l’umanità, l’adesione ad un nuovo stile di appartenenza e/o il rinnovo di una presenza per ogni battezzato. In altre parole, ora tocca a noi. Abbiamo festeggiato, ci siamo divertiti, siamo anche ingrassati e adesso è arrivato il momento di fare sul serio.

Non un ritorno al passato, ma l’inizio di una nuova era. Dopo l’annuncio di ieri, per la Chiesa beneventana, il battesimo di Gesù assume un risvolto particolare, poiché chiude un capitolo importante per il nostro territorio e apre a prospettive, al momento sconosciute, con l’unica certezza che ci riguardano e, quindi, non possiamo ignorarle.

Sembra quasi che, dopo il tempo di Natale, siamo tornati all’Avvento, alla fase dell’attesa, non prima, però, di soffermarci sul giorno del ringraziamento. Perché la notizia del giorno riguarda una partenza e non un arrivo. Ciò che ci interessa, in questa fase, è che il vescovo Felice se ne va, cosa accadrà dopo, chi lo sostituirà, non è il focus di questo momento.

Se la comunità di Campolattaro ha da ringraziare o meno, questo lo dovete dire voi. Un’attenzione da parte di Accrocca nei confronti della nostra parrocchia c’è stata, sicuramente prima che arrivasse il nuovo parroco e, dal mio punto di vista, anche in questi ultimi tre anni e mezzo.

A parte la sua presenza il 30 maggio del 2022, nel giorno del mio ingresso, il momento più importante credo sia stato il 10 novembre 2022, quando Felice venne ad inaugurare l’apertura del Centro d’Ascolto, dopo aver condiviso le finalità con lui e con la caritas diocesana.

Le attenzioni di un vescovo nei confronti di una parrocchia, però, non possono misurarsi solo contando le visite. Si rischierebbe di limitare molto un rapporto che, invece, è costante e passa attraverso i confronti con il parroco, ma anche con i membri della comunità più attivi e presenti alle iniziative diocesane. Perché, con piacere, dobbiamo riconoscere che la comunità di Campolattaro è stata sempre presente alle iniziative diocesane, alimentando un senso di appartenenza alla Chiesa locale e di vicinanza al suo vescovo, non scontato di questi tempi.

Un ringraziamento ad Accrocca, inoltre, credo che sia doveroso rispetto all’attenzione che ha posto per le aree interne del Sannio e, quindi anche per i paesi della valle del Tammaro. Non si è mai sentito parlare dell’entroterra come in questi ultimi anni, arrivando a creare una mobilitazione che ha coinvolto i vescovi di tutta Italia e che ha visto il coinvolgimento delle massime cariche istituzionali, dal presidente del Consiglio a Mattarella.

Le iniziative che stiamo provando a portare avanti, con spirito ecclesiale, non ancora del tutto comprese dagli enti locali, sono tutte in linea con una possibile programmazione ispirata alla pastorale delle aree interne, come suggerito dal vescovo, attraverso una proposta adeguata ai segni dei tempi e alle esigenze del territorio.

I motivi per ringraziare Felice Accrocca, quindi, sono tanti, forse quante le volte che lo abbiamo nominato durante la messa, quindi ad ogni celebrazione quotidiana. A questi si aggiungono i miei ringraziamenti personali, che ho condiviso in forma privata, perché, in effetti, il rapporto tra vescovo e prete dovrebbe essere filiale e, tutto sommato, il vescovo Felice è stato come un padre.

Read More →
Exemple

La Chiesa apre l’anno celebrando Maria, Madre di Dio. Potrebbe sembrare un argomento distante dalla vita quotidiana, ma, in realtà, la maternità della natura divina di Gesù ha un risvolto pratico nella vita quotidiana di ogni credente e di una comunità.

 

Maria Madre di Dio permette di guardare al futuro con speranza e con rinnovata fiducia, mentre siamo tutti segnati da sfide e incertezze, in un tempo storico così ricco di interrogativi e cambiamenti.

 

Dai protagonisti del dibattito pubblico ci arriva l’invito alla pace, peccato, però, che ognuno pensa di arrivarci a modo proprio, anche facendo la guerra.

 

Una bella lezione credo che sia arrivata dal presidente Mattarella, nel suo discorso di fine anno, dove ha richiamato l’importanza della coesione sociale, della solidarietà e della costruzione di un futuro di pace e di giustizia. Ci piace pensare che il presidente si sia ispirato al messaggio di papa Leone XIII che, per la Giornata Mondiale della Pace, invita a costruire una pace disarmata e disarmante. Prende atto, il pontefice, che bisogna andare controcorrente rispetto a chi pensa che per costruire la pace bisogna preparare la guerra. Un modo di vedere le cose che non è tanto diverso dalla strategia del terrore, poiché fonda sulla corsa agli armamenti, alimentando una gara a chi ha più testate nucleari e, quindi, fa più paura.

 

Quando si parla di pace, naturalmente, non si vuole intendere solo l’assenza di guerra. Sarebbe interessante, ad esempio, se tutti imparassimo a disarmare il linguaggio, perché non è una novità che si può uccidere con la parola, per poi disarmare anche il modo di porsi, l’atteggiamento ostile, la chiusura. Si tratterebbe di bonificare quel campo minato che ci separa dall’altro, per renderlo più prossimo a noi e, quindi, poterlo accogliere senza il pericolo che la relazione salti in aria, lasciando le parti intossicate.

 

Il papa, nel suo discorso, parla di memoria come strumento per costruire la pace. Il ricordo, la narrazione … penso ancora alle parole di Mattarella che, ricordandoci gli 80 anni di Repubblica (1946-2026), ha toccato brevemente alcuni passaggi significativi, forse con la speranza, ancora una volta, che la storia ci faccia da maestra di vita.

 

Maria, Madre di Dio, madre del bambino Gesù che, anche nel vangelo di oggi, ritroviamo nella stalla di Betlemme, ricorda che il cammino di pace inizia dal piccolo, dal periferico, dall’incontro con la persona nella quale ti imbatti, che non sei andata a cercarti e che, gratuitamente, diventa destinataria di un gesto di accoglienza, perdono e condivisione.

 

Un incontro fortuito, come quello del primo dell’anno. Non la prima persona alla quale avete pensato quando vi siete svegliati questa mattina, ma la prima che avete incontrato, chi era? Ve la siete cercata? Forse si, forse no. Così deve essere per tutto il cammino che, a proposito, anche se il giubileo è terminato, continua senza sosta.

 

Luce è andata via, ieri sera l’abbiamo salutata definitivamente, ma il pellegrinaggio della speranza non è terminato. Siete andati al cinema a vedere Buen camino? Vi raccomando, il messaggio è forte, la vita continua, anche quando crediamo di aver raggiunto un obiettivo importante, notiamo che ci manca qualcosa, fosse pure la persona che è rimasta indietro o quella che, invece, andando più veloce, è avanti … ad ogni modo siamo soli!

 

In questo contesto, non possiamo dimenticare che il 2026 è un anno francescano straordinario, poiché si celebrano gli 800 anni dalla morte di Francesco d’Assisi, il patrono d’Italia, guardate caso, proprio nell’ottantesimo compleanno della repubblica italiana.

 

Francesco, Maria e altri hanno scelto la via della pace che passa attraverso il dialogo, la cura dei poveri, il rispetto della natura, la ricerca di un equilibrio rispettoso dell’uomo e dell’ambiente.

 

Il primo giorno dell’anno, inoltre, guardiamo anche alla comunità di Campolattaro, che, come ogni anno, vive il mese di gennaio con devozione, in vista dei festeggiamenti per il patrono principale, san Sebastiano, il 20 gennaio.

 

Questo nuovo anno, infatti, porta con sé sfide importanti legate al territorio: la necessità del ripopolamento, la conversione dei bisogni personali legati al lavoro, la cura dell’ambiente, etc.

Non dimentichiamo che ogni sfida è anche una possibilità per riscoprire la personale vocazione cristiana ed essere segno di speranza per il territorio.

 

Maria è madre di Colui che l’ha creata, perché ha detto “sì” alla volontà di Dio, pur restando donna libera. L’obbedienza non “c’azzecca”, è “n’ata cosa”.

 

In questo primo giorno dell’anno, allora, preghiamo affinché la pace del Signore, che Maria ha accolto nel suo cuore, possa entrare sempre più nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità. Che il 2026 sia la continuazione di un percorso rinnovato, nel tempo trascorso, anche grazie al giubileo, trasformando i pericoli in opportunità di pace.

Read More →
Exemple

Il Tempo di Natale, che inizia con la veglia del 24 notte e termina la domenica dopo l’Epifania, ha ancora senso se siamo in grado di trasmetterne il suo significato più autentico, oltre la retorica del “contratto a tempo determinato” che ci vorrebbe tutti più buoni durante le feste.

Come comunità parrocchiale, parte di una Chiesa che universalmente celebra la nascita di Gesù, ci confrontiamo con un evento che, certamente, guardando al passato, ha cambiato il corso della storia, ma, vivendo il presente, è anche soggetto all’influenza dei fatti quotidiani che coinvolgono direttamente e/o indirettamente le famiglie, il territorio, il mondo intero.

A partire da quel momento così intimo che si vive a mezzanotte nelle case, quando, chi ancora ci crede, depone il bambino Gesù nel presepe, rappresentando simbolicamente l’importanza dell’incarnazione di Dio nella storia. Un gesto che, innanzitutto, invita a riscoprire il vero significato della famiglia e, in secondo piano, della società umana.

La veglia notturna e il messaggio di un bambino

Il fascino della veglia notturna, tra richiami alla tradizione e soliti dubbi, ha aperto la riflessione sul mistero della nascita di un bambino. Come ha ricordato papa Leo, non si concepisce un figlio per mettere pace, ma per vivere un’esperienza d’amore. L’arrivo di un bimbo è un dono che porta con sé il segno dell’amore, della fiducia e della speranza, anche nei momenti più critici, ma attenzione a non strumentalizzare quella nascita per una possibile tregua del conflitto, poiché oltre il diritto di una coppia ad avere un figlio, esiste il diritto di un bambino a venire al mondo attraverso un atto d’amore.

Il giorno di Natale, inoltre, la comunità di Campolattaro ha preso atto che un bimbo che nasce, porta gioia anche (o forse sarebbe meglio dire soprattutto) alla parte più sofferente della famiglia: gli anziani. Il 25 mattina è stato bello vedere come, per la prima volta, alla S. Messa presso la casa di riposo, ha partecipato un nutrito gruppo di persone. Forse eravamo troppi! Per questa volta, va bene così. Come comunità abbiamo il privilegio di aver adottato una trentina di anziani da altri paesi. Sono soli, la maggior parte trascorre ogni ricorrenza lontana dai loro parenti, teniamolo presente. Per loro, come per i poveri delle mense solidali di questi giorni, o è Natale tutti i giorni o non può essere Natale una volta all’anno.

La vendetta di santo Stefano

Il giorno di santo Stefano è stato un momento di riflessione su una forma di martirio nascosto: quello dei cristiani perseguitati nel mondo. Paradossalmente, a ricordarcelo, gli eventi di cronaca di queste ore, che ci aiutano a non ignorare le sofferenze che colpiscono tanti piccoli, come quelli che vivono in contesti di guerra come Gaza, ma anche in Nigeria, dove il terrorismo continua a perseguitare famiglie innocenti. L’infanzia di Gesù, a tal proposito, ricorda anche la triste realtà che, a volte, un bambino non è accolto con gioia e speranza, ma diventa vittima della violenza e dell’odio. È nostro compito, come comunità cristiana, rispondere con solidarietà e amore a queste sofferenze, come segno di fede, anche supportando iniziative che guardano all’accoglienza dei minori a rischio. Chi ha la responsabilità di creare le condizioni giuste e non si adopera in tal senso, rischia di trasformare questo tempo nell’ipocrita messa in scena di una famiglia per bene.

La pienezza dell’amore in una famiglia “irregolare”

Così, la domenica dopo il 25 dicembre, ci siamo soffermati sulla sacra famiglia come “anomalo” modello per le nostre famiglie: Giuseppe, Maria e Gesù Bambino. Un esempio imperfetto secondo rigidi schemi culturali. Che modello è una famiglia composta da una quindicenne incinta fuori dal matrimonio, con un bambino che non è del futuro marito, tra l’altro molto più grande di lei? Forse un esempio che rompe gli schemi, ma soprattutto un autentico sistema relazionale, che incarna il modo giusto di amarsi, in maniera sincera, con l’unico interesse di volere il bene dell’altro/a.

Da questo punto di vista, Giuseppe è il padre per adozione, che si prende cura della sua famiglia, ricordandoci che siamo figli di chi ci cresce (il Padre?), oltre che di chi ci genera. Egli trova il modo di difendere la sua famiglia, fugge in Egitto per evitare la strage degli innocenti, un’immagine che rimanda alle famiglie costrette a fuggire dalle guerre, come le madri con i loro figli che, oltre a cavalcare il mare sui barconi, negli ultimi tempi arrivano dalle città dell’Ucraina.

Il rinnovo delle promesse e la partenza di Luce

Nel giorno della festa della Sacra Famiglia, la nostra comunità parrocchiale ha avuto l’opportunità di rinnovare le promesse matrimoniali e battesimali. È stato un momento suggestivo, che ha visto i coniugi di Campolattaro formare spontaneamente un cerchio attorno all’altare, in segno di unità e di impegno, per rinnovare, davanti a Dio e alla comunità, l’impegno a vivere la famiglia come luogo di amore, accoglienza e speranza.

In questo giorno, abbiamo anche celebrato il battesimo della piccola Elena, a conferma che esistono ancora famiglie che si impegnano a trasmettere la fede, ma anche comunità corresponsabili nell’educazione alla vita.

La domenica che ha seguito il 25 dicembre, è stata anche l’occasione per salutare Luce, la mascotte che ci ha accompagnato durante l’anno del Giubileo. Luce ha partecipato ad ogni celebrazione della nostra comunità, testimone silenziosa del messaggio di speranza che voleva portarci quest’anno. Con la fine del Giubileo, Luce ci lascia, ma il suo messaggio resta. La giovane pellegrina, che rappresenta tutti noi, prosegue il suo viaggio per le strade del mondo, pellegrina di speranza.

Un ringraziamento per l’anno trascorso

L’anno si conclude con la celebrazione del Te Deum. Il 31 sera ringraziamo Dio e continuiamo a celebrare la vita, anche nella sua prospettiva eterna, ricordando le persone della comunità che ci hanno lasciato in questo anno.

Il Natale invita, quindi, a riflettere sul significato profondo di una vita che viene al mondo, sulla famiglia umana che l’accoglie e la protegge, sulla prospettiva eterna.

In un mondo segnato dalla divisione, dalla sofferenza e dalla violenza, possiamo trovare nel modello della sacra famiglia e nell’esempio di Giuseppe, Maria e Gesù Bambino, l’icona della famiglia del nostro tempo.

Che la nascita di Gesù, simbolo di un Amore che prende corpo, aiuti a riscoprire l’importanza della mia famiglia come luogo privilegiato dove l’umano può fare l’amore con il divino.

Read More →
Exemple

Con decreto dirigenziale n. 296 del 23/12/2025 sono stati prorogati i termini per l’Avvio dei tirocini di inclusione sociale GOL al 31 gennaio 2026 e la conclusione prevista al 31 luglio 2026.

L’indennità mensile è di € 500,00 conferite direttamente al tirocinante dalla Regione Campania.

Per quanto riguarda l’inserimento nelle attività socio-educative promosse dall’Oratorio e dal Centro d’Ascolto di Campolattaro, c’è la possibilità di svolgere un tirocinio nei contesti formativi al momento attivi grazie anche alla collaborazione con la cooperativa sociale Passione Educativa e con il Circolo ACLI “Tammaro”.

Si fa presente che il requisito di accesso prioritario resta la presa in carico dei servizi sociali territoriali. Di conseguenza, le persone interessate, possono chiedere informazioni presso la segreteria dell’oratorio e/o presso il centro d’ascolto, per poi essere indirizzate presso i servizi sociali del Comune di residenza.

Si sottolinea, altresì, che i progetti di inclusione per lo svolgimento delle attività dovranno prevedere data di avvio entro il 31/12/2025 e data fine il 31/07/2026 (termini obbligatori).

Per approfondimenti: Regione Campania

Read More →
Exemple

Siamo nel cuore dell’Avvento e la Chiesa si veste di rosa, un colore che non si trova nell’arcobaleno perché, in realtà, non esiste. È una tonalità artificiale che si ottiene “annacquando” il rosso con il bianco, in altre parole, indebolendo il significato violento della passione, per aprire a spazi di gioia.

La gioia in sé è l’essenza del messaggio cristiano e la condizione ottimale del credente. Un modo di essere, indipendente da fattori esterni, che caratterizza uno stato d’animo pronto a tutto, anche all’infelicità.

Da ragazzo mi chiedevo sempre come si potesse vivere nella gioia in questo mondo.

Oggi ci svegliamo e al TG sentiamo solo brutte notizie: apriamo gli occhi a dieci giorni dal Natale e sentiamo che in Europa soffiano venti di guerra; scendiamo di casa per andare ad un funerale, dove vedremo solo facce tristi; torniamo a casa e apprendiamo dal Papa della situazione drammatica in Congo; pensiamo a domani e un’altra settimana ci aspetta, con il suo carico di stress, alimentato, paradossalmente, anche dall’imminenza delle feste.

Per fortuna è la domenica della gioia! Sembra il gioco dei pazzi e ad alimentare la confusione, in effetti, se ci pensate, ci si mette anche la pagina di vangelo che si ascolta in chiesa. Protagonista indiretto è ancora Giovanni, ma la situazione è capovolta. Se la settimana scorsa era lui che presentava Gesù, oggi è Cristo che parla del battista. Altro che gioia, il momento è drammatico. Giovanni Battista è in carcere, inizia a vacillare, ha dei dubbi, si chiede se la persona da lui indicata come “l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” è Gesù o se devono attendere un altro messia, manda a chiederglielo dalla prigione e lui sfoga con le folle:

«Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta».

Mi piace leggere in questa reazione un’aggressione all’apatia del cattolico della domenica, che si sposta verso il deserto, ma non fa nulla per contrastare l’aridità. Come se Gesù mi stesse dicendo che partecipare ad uno sciopero non serve a nulla se mi fermo ad ascoltare il leader della piazza che denuncia l’ingiustizia, senza impegnarmi successivamente perché le cose possano cambiare.

Cosa siete venuti a vedere in chiesa? Il prete vestito di rosa perché oggi è la domenica della gioia? Allora, cosa siete venuti a vedere? Il presepe allestito per quest’anno? Ben venga, ma in questa chiesa, come nelle vostre case, c’è qualcosa di più grande del presepe … la gioia legata alla possibilità che un bimbo cresciuto possa cambiarvi la vita nel momento in cui porrete quel neonato nella mangiatoia del vostro cuore.

È triste, allora, il vangelo di oggi, ma non esclude che si possa accogliere nella gioia. Non dobbiamo confondere, quindi, la gioia con la felicità. Quest’ultima dipende dagli eventi esterni e noi non potremo mai essere felici finché ci saranno barboni per strada, anziani soli in casa, detenuti che festeggeranno il Natale in carcere e noi in attesa che qualcuno ritorni nella nostra vita.

Non bisogna andare per forza in India per ritrovare se stessi nella città della gioia. Oggi si celebra il giubileo dei detenuti e il carcere non è un luogo migliore rispetto alle baraccopoli di Calcutta.

Come anche, in questo giorno, proprio perché si parla di coloro che, come Giovanni Battista, sono in carcere, la Chiesa beatifica 50 volontari uccisi dai nazisti per aver portato conforto religioso ai deportati. Erano un gruppo di giovani tra i 20 e 35 anni, che insieme ad altri volontari anonimi, si prestarono per andare ad assistere un milione e cinquecentomila operai francesi, ormai privi di punti di riferimento religiosi, creando degli spazi di gioia nei campi di concentramento.

Dove si innesta la gioia nella sofferenza? La conclusione di Gesù è fortissima. Giovanni Battista è il più grande tra “i nati da donna” e non esiste, dunque, persona migliore di lui sulla terra. Eppure, «il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Eccola la gioia! La Chiesa è madre e come tale comprende cosa significa attendere un figlio. C’è solo da sperare, affidandosi alla fede, affinché sia autentica l’esperienza dell’amore.

Read More →
Exemple

Riflettere su Maria concepita senza peccato originale, mai come in questi tempi, significa approfondire il ruolo della donna nella storia della salvezza e la sua straordinaria dignità nella Chiesa e nella società.

Le letture proposte dalla liturgia, per il giorno dell’Immacolata, ricordano che la donna è stata creata a immagine e somiglianza di Dio, con una dignità intrinseca e una libertà di scelta che la rendono coprotagonista della storia.

Attraversando i secoli e i millenni, da Adamo ed Eva alla Chiesa di Leone XIV, appare evidente come il contributo della donna sia stato fondamentale e insostituibile. È indiscutibile, infatti, che scavando nella cultura patriarcale è possibile ritrovare il senso di una donna che, se non ci fosse stata, la storia sarebbe andata diversamente.

È un dato di fatto che nelle realtà ecclesiali sono spesso le donne a guidare il cammino di crescita integrale, attraverso gli itinerari di catechesi, la preparazione ai sacramenti e la formazione umana e cristiana dei bambini, dei giovani e degli adulti.

Essendo, purtroppo, la Chiesa composta da esseri umani, è anche il riflesso della società e, quindi, come per gli insegnanti nella scuola, avere un ruolo educativo, dal quale dipende lo spessore spirituale della comunità credente, non è abbastanza per qualcuno. Allora, ben venga accogliere il contributo che una sensibilità femminile può apportare nella gestione quotidiana della comunità, rendendo visibile la maternità della Chiesa anche nei ruoli di responsabilità dove è possibile dare spazio al ministero regale.

Come abbiamo visto in quest’ultima settimana, a creare problema è l’accesso al sacramento dell’Ordine, in particolare al suo primo grado: il diaconato permanente. Qualche esperto direbbe che stiamo su due piani diversi e che la questione si sposta dalla prospettiva pastorale a quella sacramentale.

Intanto, però, come ha ricordato anche papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, bisogna anche stare attenti a non identificare troppo la potestà sacramentale con il potere. Già Bergoglio, nel 2013, poneva la questione in termini di sfida e chiamava in causa gli addetti ai lavori: “Qui si presenta una grande sfida per i pastori e per i teologi, che potrebbero aiutare a meglio riconoscere ciò che questo implica rispetto al possibile ruolo della donna lì dove si prendono decisioni importanti, nei diversi ambiti della Chiesa.

In altre parole, la dignità di ogni donna nella Chiesa non è misurata dalla possibilità di accedere all’Ordine sacro. Il momentaneo diniego all’accesso al diaconato femminile (o la necessità di ulteriore studio teologico) non toglie assolutamente nulla alla dignità fondamentale della donna e ai ruoli di responsabilità che essa può pretendere nell’azione di governo.

Basti pensare che Maria, in cielo, celebra in Cristo il banchetto eterno, partecipando in pieno al ministero sacerdotale del Figlio e questo, in un luogo ‘serio’ come il Paradiso, non crea certamente scandalo. Il punto da approfondire, infatti, secondo me, è proprio quello del sacerdozio comune di tutti i fedeli.

Del resto, come vi ho fatto notare altre volte, paradossalmente, dalla stirpe sacerdotale arriva Maria, mentre Giuseppe era discendente della stirpe regale.

Contemplando l’Immacolata, quindi, ringraziamo il Signore per il dono della dignità femminile. Questo contributo è linfa vitale per la fede personale e l’azione della Chiesa, poiché dietro ogni cristiano c’è una grande donna.

Read More →

Appuntamenti

Eventi in programma