La nostra piccola comunità, in questi ultimi giorni, ha toccato con mano la sofferenza che si prova quando un bambino di pochi mesi se ne va e i genitori restano. Un piccolo assaggio di ciò che, tutti i giorni, provano le famiglie di Gaza che perdono i loro piccoli.
Non esistono parole di conforto che reggano, se non accompagnate da una sentita azione di prossimità; ma, soprattutto, non c’è fede che possa essere professata senza presenza reale nella comunione ecclesiale.
Il 29 giugno la Chiesa celebra la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo e, quest’anno, la ricorrenza cade di domenica, giorno del Signore e, oggi a maggior ragione, giorno della Chiesa.
Siamo chiamati a riflettere su chi è Cristo e, per sua volontà, su cosa è la Chiesa per noi. Perché, in effetti, Gesù non commenta le risposte di Pietro, ma incalza cambiando la vita a Simone e trasformandolo nella pietra angolare che reggerà la storia.
La gente cosa pensa della Chiesa? Lo apprendiamo dai social. E noi cosa pensiamo della Chiesa? Basterebbe guardare allo specchio il nostro impegno, perché una prima risposta ci porti a riflettere.
Mi rendo conto che, purtroppo, nei nostri paesi, ma anche nei migliori quartieri delle grandi città, l’idea che può avere di Chiesa il frequentatore medio è ridotta a quel poco che si vede, fatto di catechismo (dove c’è ancora qualche bambino e le scuole non hanno chiuso), liturgia (con la Messa della domenica e qualche processione), carità (quando il prete si ricorda di sollecitare le raccolte alimentari per i più sfortunati).
Una comunità che si riduce a così poco tira solo a campare e qualcuno pensa di tirare la spina. Sarebbe troppo facile gettare quella “scatoletta” bianca con tutto il bambino, perché ormai morto!
La Chiesa è viva, solo che è andata ad abitare altrove e la maggior parte delle persone non lo sa. In effetti sono passati 60 anni da quando si comprese che il popolo di Dio viveva in una società non più di cristianità e che la comunità ecclesiale, quindi, doveva andare a collocarsi nel mondo contemporaneo.
In 60 anni tutto è cambiato, la società in tutti i suoi aspetti e la Chiesa con le sue pretese, anche se è ancora ampia questa distanza dagli uomini di Chiesa. Perché la distinzione, come spiegò Giovanni Paolo II, è netta e va compresa nelle valutazioni.
Come accennavamo l’altra domenica, in occasione del giubileo dei governanti, l’agire ecclesiale è azione politica, lì dove, con questo ultimo termine, si intende l’intervento a favore del bene comune, della comunità, dell’ambiente.
Allora, se ci facciamo un giro per le curie diocesane, per gli uffici della CEI o tra i palazzi del Vaticano, ci accorgiamo che esistono uffici che ricordano come non esiste contesto umano dove la Chiesa non possa operare: giovani, famiglie, lavoratori, anziani, … nei loro ambienti vitali, sui social, nel mondo dei media e, addirittura, anche nello sport, nel turismo e nel tempo libero.
Sarebbe utile, per la crescita della nostra comunità, che ogni suo membro si informasse delle attività proposte, sforzandosi di comprenderne l’importanza. L’oratorio è un po’ il luogo della sintesi; la pagina fb, la bacheca; le nostre chiese, la stazione di servizio dove sostare lungo il viaggio e ritrovarsi come comunità.
E arrivo al dunque, ritornando da dove siamo partiti. Forse non basta l’efficienza delle strutture e la definizione dell’istituzionalizzazione. Se non siamo in grado di unirci per stare vicino ad una coppia di giovani genitori e superare, insieme, questo dramma collettivo, come possiamo pretendere di stare preoccupati per le famiglie palestinesi? Se non mi tocca l’imminente chiusura della scuola del paese, come posso immaginare le conseguenze dei bombardamenti in Ucraina? Se resto indifferenze rispetto alla possibilità di fornire la mia comunità, l’oratorio, il centro d’ascolto, di strumenti a favore dello sviluppo integrale del mio territorio, cosa potrei mai comprendere dell’invito al disarmo di papa Leo?
L’invito a rispondere alla chiamata della Chiesa, come Pietro per i suoi e Paolo per gli altri, resta invariato, con l’auspicio che questa estate possa essere l’occasione giusta per ritrovarci insieme, perché, nei piccoli paesini, a noi credenti, ci viene chiesto di aderire alla spedizione dei poveri, per fare la Chiesa e continuare a vivere.



