Un film fantasy sull’esaltazione della croce

Posted on Settembre 14, 2025

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Un film fantasy sull’esaltazione della croce

Se Pilato cadesse dal cielo come il fantomatico Mussolini di Luca Miniero nel film “Sono tornato” (2018), avrebbe modo di toccare con mano gli sviluppi del movimento fondato da Gesù e troverebbe strane molte pratiche ispirate a lui, tra queste l’esaltazione della santa croce.

Ci pensate? Uno strumento che gli antichi romani usavano per infliggere la pena capitale ai condannati a morte, che diventa il simbolo dei cristiani nel mondo e, da questi, viene esaltato.

Come se oggi dicessimo che dobbiamo esaltare la sedia elettrica o l’iniezione letale, perché è provato che hanno ucciso diverse persone innocenti.

Troverebbe strano, Pilato, che questa croce, nei secoli, ha segnato la storia, diventando motivo di condanna per i martiri e simbolo di vittoria per gli eserciti in guerra. Come avrebbe difficoltà a capire perché, oggi, diverse persone la usano per allontanare il male, altri, invece, per evocarlo. C’è, poi, chi la indossa per moda, chi per fede, chi per indicare un’appartenenza, chi se l’è fatta tatuare sulla pelle come elemento ornamentale.

Mi immagino questo film, dove Pilato entra in una chiesa, trova Gesù inchiodato sulla croce e, ingenuamente, pensa che quelle voci insistenti sulla resurrezione, immediatamente successive alla morte di Cristo, si sono perse nei secoli. E già, perché un errore di fondo ce lo siamo trascinati dietro dal medioevo, acquisendo come rappresentazione dominante il crocifisso e non la croce.

Ma la festa che celebriamo il 14 settembre, esalta la croce, non il crocifisso. Ancora c’è chi commette questo errore e, per esempio, il venerdì santo, utilizza il crocifisso per l’adorazione della croce. La distinzione è chiara sul piano semantico: la croce è lo strumento utilizzato per uccidere; il crocifisso è una persona, colei che viene inchiodata sulla croce.

Il simbolo dei cristiani è la croce e non il crocifisso, perché una fede che si basa sulla resurrezione di Cristo non poteva assumere come icona un cadavere. Non c’è bisogno di girare un film fantasy per esprimere il disgusto di Pilato dinanzi ad un corpo sanguinante attaccato ad un legno, ma basta riprendere le argomentazioni di chi non è cresciuto in un contesto culturale occidentale fortemente segnato dal cristianesimo e, non avendo mai sentito parlare di Gesù, trova macabra questa immagine.

A dire il vero, non c’è neanche bisogno di interrogare i musulmani che, se conoscono il Corano, riconoscono in Gesù un profeta, apprezzandolo, quindi, più degli ebrei. Una volta, una signora non praticante, indifferente nei confronti del mondo cattolico, con un bambino di 7 anni entrò in chiesa e vide l’immagine di san Sebastiano con le frecce infilzate nella carne, poi guardò a Gesù sanguinante sulla croce ed esclamò: “a mio figlio non lo porterò mai in chiesa”.

Se vogliamo recuperare l’essenza profonda della fede cristiana, dobbiamo comprendere la natura della croce che, tramite Gesù, è passata da mezzo di morte a strumento di salvezza e concludere che il simbolo del cristianesimo, basato sulla resurrezione di Cristo, non può che essere una croce vuota.

Permettetemi un parallelo a mo’ di battuta. Negli anni ‘90, in Francia, si diffuse un movimento goliardico denominato “Fronte di liberazione dei nani da giardino”. Se ne parlò molto e la tendenza arrivò anche da noi. Ci si riuniva in gruppo e si faceva irruzione nei giardini delle case private che avevano i 7 nani come ornamenti, per prelevarli e portarli nei boschi. Al di là del reato di furto che si andava a configurare, il messaggio goliardico era che i nani dovevano stare nel loro ambiente naturale e non essere imprigionati nei cancelli delle ville. Noi eravamo giovani, vivevamo in città, non avevamo modo di osservare il fenomeno, anche se ne sentivamo parlare tanto. Venne il 14 settembre e, con quel pizzico di fanatismo proprio dei giovani radicati nei movimenti cattolici, ci venne spontaneo il parallelismo, immaginando, ironicamente, il Fronte di liberazione dei Gesù dalle croci.

In realtà, ci aiutò molto san Francesco d’Assisi. Sì, perché eravamo francescani e avevamo un quadro rappresentante Francesco che aiuta Gesù a scendere dalla croce (la statua di san Francesco che abbiamo alla chiesa madre rappresenta la stessa scena). Il collegamento era semplice, continuiamo questa missione visto che, dopo 2000 anni, nonostante le croci dovrebbero essere vuote perché Cristo è risorto, ancora ci sono dei poveri cristi appesi, che attendono che qualcuno li aiuti a scendere.

Quindi, il Fronte della liberazione di Cristo in croce ha senso, nella misura in cui capiamo che, nonostante le croci dovrebbero essere vuote, poiché Gesù è risorto una sola volta e per sempre, in giro ci sono ancora troppi crocifissi. Ieri ne ho visto uno all’ingresso della galleria, a Napoli. Un barbone riversato a terra, dormiva abbracciato al suo cane. Si sono fermati in tanti, qualcuno ha azzardato l’elemosina e si è vista qualche lacrima. Faccio fatica a capire chi è croce e chi è crocifisso, perché, a volte, si corre il rischio di identificarsi non con Gesù, ma con lo strumento che lo ha ucciso. È possibile che siamo noi la croce di qualcuno? Potrebbe essere che, involontariamente, inchiodiamo su di noi qualche povero cristo di turno? Se pure fosse, ricordiamoci che la croce salva.

Ad ogni modo, non si deve andare per forza in città, basta uscire dalle chiese e guardarsi attorno per capire l’attualità di quell’icona francescana. Pensate, ad esempio, a quanti crocifissi attendono di scendere dalla croce nelle carceri, negli ospedali, nel centro di accoglienza stranieri o nel Dipartimento di Salute Mentale della nostra zona, nelle comunità educative; ma anche nei nostri bar, crocifissi inchiodati alla bottiglia o alle macchinette mangiasoldi.

Nel mese di settembre festeggiamo anche padre Pio. La sua festa arriva tra poco. Ho capito la grandezza di questo frate quando ho preso atto che ai suoi rosari, recitati compulsivamente, ha fatto seguito il tentativo di liberare tanti cristi dalle loro croci, attraverso la costruzione dell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza.

Guardiamoci intorno, dove stanno i crocifissi da liberare? Vi posso assicurare che, tramite il Centro d’Ascolto, ho capito che tra di noi ce ne sono diversi. Poi ci sono quelli che, invece, la croce la portano sulle spalle, vivendo il motto “ognuno porta la sua croce”.

Anche su questo avrei qualcosa da dire. La croce non è detto che sia necessariamente un peso, visto che sopra Gesù non dovrebbe esserci più. Nel vangelo nulla è a caso. Ci sarà un motivo se il figlio del falegname muore sul legno? Ma ammesso pure che abbiamo delle croci che ci trasciniamo dietro, per alleggerirci c’è un segreto. Ad un certo punto, dobbiamo fermarci, piantare la croce e salirci sopra per prendere il volo. Così sarà alla fine della nostra vita, ma così deve essere per ogni percorso ed esperienza vissuta.

Non possiamo vivere portandoci dietro un passato che più si allontana e più diventa pesante. Ad un certo punto dobbiamo affrontarlo, attraversarlo per far sì che ci liberi, facendoci volare, non per dimenticare, ma per vedere le cose dall’alto, ossia dalla prospettiva del cielo.

 

A. G.