Preghiera e Povertà, uno slogan per la Chiesa in campagna elettorale

Posted on Ottobre 26, 2025

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Preghiera e Povertà, uno slogan per la Chiesa in campagna elettorale

Mi piace chiamare questa domenica, ultima del mese missionario, come la domenica delle 2P (“due pi”): Preghiera e Povertà. Un binomio fortissimo, che suona quasi come uno slogan da inserire su un “manifesto elettorale” di qualche fallito che aspira al trono e cerca consenso tra le alte sfere della gerarchia ecclesiale.

Nella prima lettura apprendiamo che la vera preghiera, che attraversa le nubi e arriva all’Altissimo, è quella generata dal cuore dei poveri. Una povertà che nasce da una condizione di fragilità indipendente dalla mancanza di ricchezza economica e che dipende dalla condizione di precarietà indotta dal contesto sociale di riferimento, che rende la tua anima ultima, perché vedova, orfana, oppressa. Privata della parte di te che ti completa, lasciata sola troppo presto ad affrontare il mondo, schiacciata dalle convenzioni e dalle aspettative e dal giudizio degli altri.

È la storia della coppia che sale al tempio a pregare, raccontata da Gesù “per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”.

Bisogna conoscere il contesto culturale dell’epoca per comprendere fino in fondo la parabola riportata da Luca.

Oggi diremmo che i farisei sono un gruppo di ultracattolici, radicati nel fondamentalismo di matrice religiosa, apparentemente fondato su principi etici per giustificare il formalismo che l’accompagna. Mi verrebbe da dire, con un termine napoletanamente intraducibile, che si parla dell’indole “bizzoca” di tante persone di Chiesa, che sarebbe riduttivo esprimere con il bigottismo.

I pubblicani, invece, suonavano all’orecchio del popolo, come gli attuali esattori delle agenzie che acquistano dall’ente pubblico un credito, anticipando il dovuto, per poi aggredire il debitore con minacce giuridiche e non solo. Insomma, brutta gente, che ha tradito le proprie origini e si è alleato con il nemico, per soldi, forte del principio che “l’ambasciatore non porta pena”.

Questi sono i protagonisti della storia, entrambi credenti che frequentano il culto e conoscono le usanze, al punto che, quando entrano nel luogo sacro, sanno che, la prima cosa da fare, è porre la loro coscienza al cospetto di Dio. Solo che il fariseo non riesce a vedere i suoi limiti, ritiene di non aver commesso peccati, perché non ruba, è giusto, non tradisce la moglie, fa i digiuni settimanali e paga pure le tasse. Non è, insomma, come il suo involontario compagno di preghiera, traditore del popolo, peccatore pubblico, che osa entrare in Chiesa.

Sarà l’atmosfera che si respira in questi giorni, ma l’atteggiamento del fariseo mi fa pensare al modo di comunicare dei politici impegnati in campagna elettorale, di qualsiasi estrazione, senza alcuna preferenza di tendenza. Invece di essere propositivi, spiegando come pensano di apportare il loro contributo alla collettività, si limitano a guardare all’avversario, con argomentazioni che non sanno neanche più di demagogico, come quando si faceva a gara a chi la sparava più grossa.

La condanna di Gesù è chiara, ma ancora più esplicito è l’esempio che ci pone con il traditore che si riconosce peccatore e, per questo, va in chiesa. Perché la Chiesa, secondo l’immagine che ci ha lasciato papa Francesco, è un ospedale da campo e, quindi, un presidio di prossimità per chi è ferito.

A tal proposito, avete sentito che la Chiesa nazionale ha reso pubblico il documento di sintesi del cammino sinodale in Italia. Leggendo le conclusioni e, soprattutto, osservando le reazioni dei farisei da tastiera, ancora una volta mi piace calare il vangelo di oggi nell’attualità, in questo caso ecclesiale.

Innanzitutto, prendiamo atto che, giustamente, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Se vi ricordate, alla vigilia dell’apertura del Sinodo, ci siamo divertiti a giocare con i pronostici, prevedendo che, tutto sommato, la Chiesa, a meno che non fosse in una profonda crisi di identità, conosceva la sua natura e sapeva che doveva riproporsi al mondo contemporaneo. Non a caso era partita nel modo giusto, ponendosi in ascolto. E anche qui potevamo immaginare quali sarebbero state le questioni conclusive.

E così, ecco che ci abbiamo messo quattro anni per tornare al punto di partenza e risalire sull’onda mediatica che pone in evidenza le questioni di sempre: la ridefinizione della donna nella Chiesa, l’accoglienza della comunità LGBT, la dimensione sinodale della comunità ecclesiale.

Ritornano i farisei al tempio che, guardandosi intorno, scovano i pubblicani di turno, a loro dire traditori del popolo cristiano, che si riconoscono peccatori perché, forse, fino a non molto tempo fa, hanno espresso qualche pregiudizio e, ora, sono pentiti.

Mi chiedo se lo sdegno che stanno manifestando i fondamentalisti cattolici sui social è convinto o strumentale. Nella migliore delle ipotesi non hanno ancora letto il documento e, quindi, manifestano la loro superficialità. Diversamente, se sono consapevoli di quello che dicono, allora siamo difronte all’ignoranza funzionale, che oltre a non comprendere quello che legge, si attacca come un tumore galoppante alle cellule sane.

Perché, mi spiegate cosa c’è di strano a dire che non bisogna opporsi alle fobie? La Chiesa si sarebbe allontanata da Cristo e dal vangelo perché chiede ai vescovi di non opporsi alle iniziative che contrastano ogni forma di violenza e discriminazione, comprese quelle contro l’omofobia e la transfobia. Parliamo di prese di posizione che cercano di contenere l’aggressività di chi ha paura (fobia) della diversità.

Il pretesto è lo spettacolo del gay pride, per qualcuno volutamente provocatorio, che, secondo loro, riceverebbe l’avallo della Chiesa italiana. Per fortuna è stato spiegato che si tratta dell’adesione della Chiesa alle giornate contro gli abusi, innanzitutto tramite la preghiera.

Allora il punto è proprio questo: siamo noi che generiamo i nuovi poveri, ogni qualvolta etichettiamo chi la pensa diversamente da noi, favorendo l’emarginazione e prendendo le distanze.

Ritorniamo, così, al punto di partenza: la preghiera dei poveri. Concludo con un’immagine. All’ingresso della galleria di Napoli, in un angolo sporco dei gradini d’accesso, giace una donna con accanto il suo cane. Lasciate che la chiami con l’unico nome che rende la sua condizione, non per mortificarla, ma per scuotere le nostre coscienze: una barbona! Chiede l’elemosina, ma senza dare fastidio. Accanto a lei un cartoncino con una scritta a pennarello informa che i soldi servono per acquistare le crocchette al suo amico fedele. Ecco la preghiera dei poveri che ci interpella e che ha bisogno di noi per poter uscire dalla nebbia e arrivare al Cielo.

 

A. G.