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È il tempo delle vacanze

Qualcuno di voi, almeno una volta nella vita, ha avuto modo di andare in crociera?

Io non l’ho mai desiderato, ma quando passo per piazza Municipio e vedo le navi ormeggiate al molo beverello, praticamente “parcheggiate” in piazza, mi viene la voglia di salire per farmi un giro al loro interno. Sia chiaro, non voglio andare in crociera, ma mi piacerebbe visitare una nave e si sa che, prima o poi, ci proverò

Quanti di voi, invece, sono mai stati al mare almeno una volta?

Tutti! Questa era più facile. Anche in queste settimane ci state andando e ogni giorno qualcuno parte e qualcun altro rientra. Bravi! In effetti, nella classifica delle giustificazioni per l’assenza a Messa, di solito, in questo periodo, “siamo andati al mare” è al primo posto. Come se al mare o lungo il percorso, non ci fosse una chiesetta a portata di mano.

Ma non è questo il punto. Riflettevo sulle vacanze perché oggi, a quanto pare, si celebra la domenica del mare, iniziativa della Chiesa, in particolare di quell’ambito che è conosciuto come Apostolato del Mare.

Che “c’azzecca” il mare con il buon samaritano? Niente! Non è vero, c’entra e come! Ogni forma di impegno ecclesiale, se è davvero animata da spirito evangelico, è azione di prossimità, servizio al prossimo che incontro lungo la strada e che mi porge la mano.

Allora, che “c’azzecca” con noi che viviamo nell’entroterra campano, tra i monti e le caprette che fanno ciao ai cinghiali e ai caprioli? C’è un collegamento solido e i motivi sono diversi.

Andiamo in ordine e vediamo di cosa si occupa l’apostolato del mare e, quindi, quale realtà del mondo contemporaneo ci indica come prossimo.

Innanzitutto, tornando alla crociera e alle spiagge, si guarda alle vacanze dello Spirito Santo che, non per farvi un dispetto, vi segue ovunque andate … anche al mare! Complice anche la Chiesa che si piazza nei luoghi della villeggiatura, con chiesette che, in passato, si riempivano di “tipi da spiaggia” e nessuno si scandalizzava.

Sulle navi da crociera per anni è stato presente il cappellano di bordo e la cappella. Oggi, giustamente, i tempi sono cambiati e si è capito che anche i fedeli di altre confessioni e religioni hanno diritto a praticare. Così, le cappelle si stanno trasformando in luoghi di culto ecumenici, aperti al dialogo interreligioso. Per me una bella testimonianza!

E voi che andate al mare? Vi è mai capitato di imbattervi in qualche missionario di frontiera che, confondendosi tra i venditori di cocco, vi ha raggiunto sulla spiaggia per ricordarvi che Dio vi ama e la Madonnina vi aspetta in chiesa? Devo dirvi che mi è capitato, in Puglia, di accompagnare dei missionari e, con mio grande stupore, in poche ore abbiamo confessato più di 40 persone, in costume da bagno, sotto l’ombrellone. Casi estremi questi, esperienze che personalmente non rifarei … magari al bar del lido già sarebbe diverso.

Da Gerusalemme a Gerico

Se vado al mare, in effetti, scendendo da Gerusalemme a Gerico, ossia andando avanti e indietro dalla spiaggia alla chiesa e dalla chiesa alla spiaggia, mi sento un po’ come il sacerdote del racconto di Gesù, che passa dritto, come quando passeggiando per il corso di Benevento non ti giri dall’altra parte perché semplicemente non lo vedi proprio il barbone che sta morendo sotto gli archi.  Se, poi, qualcuno te lo fa notare, tiri dritto perché ti hanno detto che potrebbe avere l’epatite, che è potenzialmente infettivo, che l’alcol gli ha bruciato il cervello e ha rifiutato l’aiuto. Intanto, se un giorno si ammazzerà, tutti quelli che sono passati di là saranno più o meno responsabili.

Ritorniamo a mare! Un’altra preoccupazione di una piccola porzione di Chiesa riguarda i marittimi, coloro che sulle navi da crociera ci lavorano e, soprattutto, le loro famiglie. Ci riguarda! In questi anni di permanenza nel Sannio ho conosciuto più persone che lavorano in mare: dall’animatrice al cuoco; dal manutentore al dipendente della capitaneria di porto. Le loro famiglie godono di un’attenzione particolare da parte della Chiesa e un parroco può attingere all’apostolato del mare per la sua azione di prossimità.

Ancora, guardare al mare significa accogliere l’invito a salvaguardare il creato e, in particolare, educare al rispetto dell’ambiente. All’attività dei carismatici showman che mantengono alta l’attenzione sulla terra dei fuochi, dovremmo affiancare l’interesse per il mare di rifiuti, che nel golfo di Napoli custodisce carcasse motorini, frigoriferi, pneumatici e, soprattutto, i veleni che arrivano dagli scarichi delle aziende e, non ci illudiamo, anche dalle nostre case, tramite i fiumi che arrivano in mare.

Perché il vangelo di oggi ci insegna che non devo andarmi a cercare il prossimo da amare come se fosse un tesoro da cacciare. Io sono il prossimo  che vive in questo ambiente, che abita la Terra, un pianeta dove, non so se ci avete fatto caso, l’area emersa è inferiore alle terre sommerse, con gli oceani che occupano la maggior parte del globo.

Sarò pure di passaggio, ma chiedermi di chi sono il prossimo, mentre viaggio, significa, forse, dare una risposta a quell’anima giovane che si rifiuta di affrontare le prove, ascoltare il grido di quel bimbo disperso che cerca il papà, morire ogni giorno a Gaza, perché … i signori del tempio passano dritto.

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“Rallegratevi con Gerusalemme,
esultate per essa tutti voi che l’amate.
Sfavillate con essa di gioia
tutti voi che per essa eravate in lutto.”

Ci vuole coraggio a proclamare questo annuncio di gioia in questa calda prima domenica di luglio! All’imbarazzo delle scorse settimane, dove ripetutamente si nominava Israele, fortunatamente per indicare il popolo di Dio, oggi si aggiunge l’invito a rallegrarsi con la città simbolo della Terra Santa.

Ci pensavo questa notte ed, in effetti, se è vero che Israele è il popolo di Dio, allora Gerusalemme è la città non di una nazione, ma di questa popolazione che, in tre modi diversi, interpreta la stessa paternità divina.

Il Dio di Gerusalemme è il Dio di Abramo, Isacco, … Ismaele! Perché è Lui che è riconosciuto tale da ebrei, cristiani e musulmani. Ed, allora, l’invito a rallegrarsi è rivolto a quel popolo credente rappresentato simbolicamente dalla città santa.

Lo vediamo indicato nel quadro che abbiamo di Maria Migrante. In basso c’è quell’immagine fortemente significativa, di un muro dove da un lato si piange su ciò che resta di un tempio distrutto e dall’altro si impone maestosa la cupola d’oro della moschea. Mi piace pensare che i mattoni di quel muro rappresentino i cristiani, che marcano il confine e, solo loro, oggi, estate 2025, annunciano la pace alle altre due culture che, invece, si fanno la guerra.

Non ci sono lavoratori

Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di questo, l’annuncio della pace. È arrivata l’estate, fa caldo, siamo chiamati ad uscire e ad andare a mettere in pratica ciò che abbiamo imparato durante l’itinerario educativo invernale.

Ci avete mai pensato che i tempi forti dell’anno liturgico e le attività formative, sono in inverno? Il motivo è semplice, in inverno si studia (ed infatti le scuole stanno aperte) e in estate si esce, sfruttando il tempo libero per intensificare l’azione a favore della pace.

Il richiamo agli operai che sono pochi è interessante. Mi viene in mente quanto osservato dal Centro d’Ascolto: una volta venivano a chiedere lavoro, oggi, invece, a quanto pare, torniamo al Vangelo, poiché mancano i lavoratori.

Non voglio offendere nessuno, ma mantenendomi nella cornice della storia del popolo eletto, sembrerebbe che la diaspora coinvolga i giovani intellettuali e noi dobbiamo accontentarci del resto d’Israele, fedele alla terra, questa volta per pigrizia, chiuso alla possibilità di crescere e contribuire alla ripresa del territorio.

Non è possibile che si preferisca arrangiare come muratori e camerieri, anziché accogliere una proposta d’impegno sociale, retribuita secondo i contratti nazionali di lavoro, che oltre a darti la “pagnotta”, ti pone nella condizione di apportare un contributo allo sviluppo integrale della nostra area interna. A questo punto, visto che lo vuoi tu, è veramente il caso di dire: “ma vai a zappare la terra”.

Uscire per annunciare la Pace

Chi accoglie la proposta di Gesù, invece, è chiamato ad uscire, andare oltre, per annunciare la pace. Trovo interessante il passaggio sul possibile fallimento: “prima dite: Pace a questa casa!. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi”. Mi rincuora sapere che se pure non vengo accolto, non devo demoralizzarmi, anzi, me ne andrò con la pace dentro, perché quell’annuncio ritornerà su di me.

Cosa accade quando interveniamo nei conflitti a nostra portata di mano? Siamo in grado di far pace con la persona che amiamo? Riusciamo ad intervenire, affinché i conflitti rientrino? Ci sentiamo una nullità se l’altro non comprende il nostro amore e resta nel silenzio? Se l’amore che io vorrei condividere con il prossimo mi dovesse tornare indietro, vorrà dire che resterà con me e andrò avanti con il cuore in pace. Purtroppo non è così semplice e, quindi, non bisogna arrendersi.

Nella rassegna stampa delle prime pagine dei giornali di oggi notavo la solita divergenza tra i titoli in primo piano. La questione più importante sembrerebbe essere quella dei dazi di Trump e non le guerre in atto. Addirittura si annuncia la tragedia (e sicuramente lo è) dei ragazzi morti annegati al campo estivo e non si tiene presente dei bambini che ogni giorno muoiono a Gaza e, nelle ultime ore, a quanto pare, anche a Kiev.

Maria Goretti e l’inferno interiore

A proposito di bambini vittime, oggi si ricorda anche Santa Maria Goretti. Tutti conosciamo la sua storia. Per sfuggire ad uno stupro, arriva a farsi ammazzare, ma prima perdona il suo assassino e raccomanda la sua anima a Dio, affinché non sia dannata.

L’attenzione la rivolgo proprio ad Alessandro Serenelli, l’assassino. Arrestato, resta in carcere per 27 anni, si converte, comprende il suo errore e, quando esce, va a vivere con i frati francescani cappuccini, restando in convento fino alla morte.

Per una associazione strana nella mia testa, il sentire di Alessandro, che posso solo vagamente ipotizzare, mi rimanda ad un’altra emozione che non mi appartiene, ma che mi risuona dentro e arriva da don Matteo, non quello della fiction, ma il prete di 35 anni, impegnato in oratorio con i giovani, che ieri si è tolto la vita, apparentemente senza mai aver dato segnali di disagio … così dice l’opinione pubblica.

È solo la punta dell’iceberg. Il malessere tra i sacerdoti è dilagante e, anche se non porta al gesto estremo, è certamente la causa di molti problemi che riguardano il clero nella Chiesa. Una volta sarebbe stato uno scandalo, ora si è capito che non c’è nulla di male ad ammazzarsi!

Detta così suona strano, ma ho usato volutamente questa espressione per alzare l’attenzione sul pericolo dello scandalo nella Chiesa. Abbiamo fatto dei passi avanti e oggi sembrerebbe che si affrontino le questioni da un punto di vista più umano, perché, forse, è proprio questo che è venuto a mancare negli uomini e nelle donne di Chiesa, l’umanità.

Il Pride 2025

Torniamo a Gerusalemme e al suo significato multiculturale. La città santa è la città delle diversità religiose che, radicate nel tessuto sociale, esprimono la complessità culturale. Anche qui, con una delle mie associazioni acrobatiche, penso che Gerusalemme possa celebrare le differenze così come è accaduto in questi giorni al Pride di Napoli.

Ci avete fatto caso? Non lo hanno promosso come gay pride, ma come pride. Forse mi illudo, ma se di orgoglio si può parlare, è solo nei termini di una riscoperta di tutte le diversità, perché ognuno di noi, per parafrasare Carlo Acutis, è un originale a colori, che rischierà di assomigliare all’altro se fotocopiato, in più occasioni, in bianco e nero.

I tempi cambiano, una volta la Chiesa non avrebbe partecipato al gay pride, nonostante qualche ricerca di parte sembrerebbe affermare che i preti omosessuali sono la maggioranza in termini percentuali. Oggi, l’integrazione è scontata e auspicata. Non accoglienza, perché un figlio che torna a casa non è un ospite, ma integrazione di ogni membro all’interno della propria famiglia.

A te che oggi non eri in Chiesa e che forse hai letto fino alla fine, non chiuderti all’amore, rischieresti di sbattere con la testa nel muro e di farti male, come gli ebrei al muro del pianto. La rigidità non è dei cristiani, come la gioia è solo per chi è in grado di accogliere in dono l’amore, perché l’inferno è dentro di te e l’altro è solo una possibilità per trovare la Pace.

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La nostra piccola comunità, in questi ultimi giorni, ha toccato con mano la sofferenza che si prova quando un bambino di pochi mesi se ne va e i genitori restano. Un piccolo assaggio di ciò che, tutti i giorni, provano le famiglie di Gaza che perdono i loro piccoli.

Non esistono parole di conforto che reggano, se non accompagnate da una sentita azione di prossimità; ma, soprattutto, non c’è fede che possa essere professata senza presenza reale nella comunione ecclesiale.

Il 29 giugno la Chiesa celebra la solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo e, quest’anno, la ricorrenza cade di domenica, giorno del Signore e, oggi a maggior ragione, giorno della Chiesa.

Siamo chiamati a riflettere su chi è Cristo e, per sua volontà, su cosa è la Chiesa per noi. Perché, in effetti, Gesù non commenta le risposte di Pietro, ma incalza cambiando la vita a Simone e trasformandolo nella pietra angolare che reggerà la storia.

La gente cosa pensa della Chiesa? Lo apprendiamo dai social. E noi cosa pensiamo della Chiesa? Basterebbe guardare allo specchio il nostro impegno, perché una prima risposta ci porti a riflettere.

Mi rendo conto che, purtroppo, nei nostri paesi, ma anche nei migliori quartieri delle grandi città, l’idea che può avere di Chiesa il frequentatore medio è ridotta a quel poco che si vede, fatto di catechismo (dove c’è ancora qualche bambino e le scuole non hanno chiuso), liturgia (con la Messa della domenica e qualche processione), carità (quando il prete si ricorda di sollecitare le raccolte alimentari per i più sfortunati).

Una comunità che si riduce a così poco tira solo a campare e qualcuno pensa di tirare la spina. Sarebbe troppo facile gettare quella “scatoletta” bianca con tutto il bambino, perché ormai morto!

La Chiesa è viva, solo che è andata ad abitare altrove e la maggior parte delle persone non lo sa. In effetti sono passati 60 anni da quando si comprese che il popolo di Dio viveva in una società non più di cristianità e che la comunità ecclesiale, quindi, doveva andare a collocarsi nel mondo contemporaneo.

In 60 anni tutto è cambiato, la società in tutti i suoi aspetti e la Chiesa con le sue pretese, anche se è ancora ampia questa distanza dagli uomini di Chiesa. Perché la distinzione, come spiegò Giovanni Paolo II, è netta e va compresa nelle valutazioni.

Come accennavamo l’altra domenica, in occasione del giubileo dei governanti, l’agire ecclesiale è azione politica, lì dove, con questo ultimo termine, si intende l’intervento a favore del bene comune, della comunità, dell’ambiente.

Allora, se ci facciamo un giro per le curie diocesane, per gli uffici della CEI o tra i palazzi del Vaticano, ci accorgiamo che esistono uffici che ricordano come non esiste contesto umano dove la Chiesa non possa operare: giovani, famiglie, lavoratori, anziani, … nei loro ambienti vitali, sui social, nel mondo dei media e, addirittura, anche nello sport, nel turismo e nel tempo libero.

Sarebbe utile, per la crescita della nostra comunità, che ogni suo membro si informasse delle attività proposte, sforzandosi di comprenderne l’importanza. L’oratorio è un po’ il luogo della sintesi; la pagina fb, la bacheca; le nostre chiese, la stazione di servizio dove sostare lungo il viaggio e ritrovarsi come comunità.

E arrivo al dunque, ritornando da dove siamo partiti. Forse non basta l’efficienza delle strutture e la definizione dell’istituzionalizzazione. Se non siamo in grado di unirci per stare vicino ad una coppia di giovani genitori e superare, insieme, questo dramma collettivo, come possiamo pretendere di stare preoccupati per le famiglie palestinesi? Se non mi tocca l’imminente chiusura della scuola del paese, come posso immaginare le conseguenze dei bombardamenti in Ucraina? Se resto indifferenze rispetto alla possibilità di fornire la mia comunità, l’oratorio, il centro d’ascolto, di strumenti a favore dello sviluppo integrale del mio territorio, cosa potrei mai comprendere dell’invito al disarmo di papa Leo?

L’invito a rispondere alla chiamata della Chiesa, come Pietro per i suoi e Paolo per gli altri, resta invariato, con l’auspicio che questa estate possa essere l’occasione giusta per ritrovarci insieme, perché, nei piccoli paesini, a noi credenti, ci viene chiesto di aderire alla spedizione dei poveri, per fare la Chiesa e continuare a vivere.

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Anche la domenica del Corpus Domini, quest’anno, assume un significato ancor più particolare all’interno del giubileo che stiamo vivendo come Chiesa universale e comunità locale.

Abbiamo pensato di celebrare nella chiesa di San Sebastiano e non in chiesa madre, poiché, come potete intuire, per parlare di Eucaristia ci aiuta la mostra dei miracoli eucaristici raccolti con fede e passione da Carlo Acutis.

Una raccolta che è stata attenzionata da più di 100 università nel mondo, che sta girando per tutti i continenti e in tutte le lingue, che qui da noi sta incuriosendo gruppi e famiglie da altre parrocchie e anche turisti di passaggio, ma che devo constatare, proprio la nostra comunità sembra non averne compreso l’importanza della testimonianza.

Quanti di voi hanno parlato della mostra a lavoro, con i colleghi e gli amici, invitandoli a venire a visitarla? Anche questa è testimonianza cristiana, adesione al Corpus Cristi.

Oggi, come Chiesa cattolica, celebriamo l’Eucaristia sull’altare del mondo scosso da venti di guerra che mai sono stati così preoccupanti. Cosa dice il Corpus Domini a un mondo ferito, spaventato, minacciato dalla guerra?

Proprio questa domenica, mentre la Chiesa, nel giorno del Corpus Domini, celebra il Giubileo dei Governanti, abbiamo appreso al risveglio che gli Stati Uniti hanno direttamente attaccato l’Iran. Intanto il popolo palestinese continua a soffrire, come un unico pezzo di carne nelle mani di un macellaio al quale piace la visione del sangue. Sembra di sentire Gesù che dice: “questo è il mio corpo … questo è il mio sangue … dato per voi”.

L’Eucaristia non è un rito da osservare, ma uno stile di vita da scegliere, poiché o siamo uomini e donne del pane spezzato e condiviso o siamo complici della prepotenza che genera la violenza.

Abbiamo appena vissuto insieme una piacevole processione per le strade principali del nostro paese. Mi auguro che le immagini che abbiamo ammirato in piazza, realizzate con attenzione ed entusiasmo da un gruppo di volontari, ci aiutino a comprendere il messaggio che si voleva trasmettere: nell’anno del giubileo, segnato da conflitti tra culture, la testimonianza di una giovane pellegrina possa aiutarci a riscoprire il volto giovane della Chiesa guidata da Leone.

Non abbiamo bisogno di persone saccenti. Se è vero che le sfide si accolgono, è altrettanto vero che non vale la pena rispondere all’ignoranza funzionale. Scegliere la pace non è un segno di debolezza, ma un atto di coraggio. Siamo capaci di accogliere l’insolente senza reagire? Siamo in grado, come cristiani, di incidere nella storia con azioni politiche orientate al bene comune?

Il giubileo dei governanti richiama la dottrina sociale della Chiesa, in particolare il capitolo sulla politica. Gli ultimi pontefici hanno ricordato che la politica è una forma di carità, una vocazione da accogliere, quindi una chiamata alla quale rispondere.

L’azione politica è tale quando si esprime in termini di servizio al prossimo. Il politico ispirato sa che deve rispondere alle esigenze della collettività e non alla logica del consenso.

Allora, vediamo nel Corpo di Cristo un’azione politica, una strategia ecclesiale che ci aiuta ad esprimere un giudizio su questo tempo e ad elaborare unprogetto per il futuro.

Chiediamo, inoltre, la grazia di accogliere le sfide senza reattività, ma con fermezza evangelica, rispondendo alle ingiustizie con un pezzo di quel pane spezzato.

Carlo Acutis, come riporta il disegno nella navata centrale, ci ricorda che “l’Eucaristia è l’autostrada per il cielo”. Quell’autostrada ha una caratteristica interessante, non gira intorno al dolore del mondo, ma passa attraverso, percorrendo una galleria che ti lascia intravedere la luce da lontano, donandoti sempre un motivo di gioia.

Abbiamo tutta l’estate per osservare con attenzione i miracoli eucaristici esposti. Vi invito a venire quando state comodi, la chiesa è sempre aperta. Vi ricordo che ogni miracolo raccontato non è una favola per deboli, ma una storia per persone che hanno il coraggio di credere.

Grazie per l’attenzione, ma non serve a molto se non si trasforma in azione.

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In una calda domenica di metà giugno, nelle Chiese di tutto il mondo, continuiamo a chiamarlo Trinità, nonostante l’umanità sembrerebbe non essere più stata creata ad immagine di Dio.

Solo nella Chiesa si può parlare di amore come se nulla fosse, dopo una notte che ha visto il resto d’Israele giocare a Risiko in terra persiana, infastidendo un colosso della civiltà islamica moderna.

La Santissima Trinità, cuore del mistero cristiano, un solo Dio in tre Persone, che vede il Padre e il Figlio scambiarsi un amore talmente intenso da essere qualcosa di vivo, lo Spirito Santo. Un mistero da accogliere per fede e uno stile di vita da incarnare.

La Trinità è ciò che distingue il punto di vista cristiano sullo stesso Dio degli ebrei e dei musulmani. Ci rivela che Dio non è isolamento, ma relazione viva, comunione, dialogo. E questo ha un significato fortemente attuale, soprattutto in un tempo segnato da divisioni, solitudini e conflitti globali.

Paradossalmente, nell’era delle connessioni social, siamo in rete con tutti, ma restiamo soli nonostante ci portiamo il mondo in tasca. Perché una volta eri solo quando restavi a casa, ora lo sei se provi a distrarti e ti allontani dal segnale wifi, per connetterti all’altro tramite uno sguardo e una stretta di mano.

In settimana al nostro Centro d’Ascolto Zonale si è rivolta l’ennesima persona in cerca d’aiuto. Ve ne parlo perché non è della nostra comunità e, quindi, la privacy è preservata. La conversazione è stata breve, ma intensa. In pochi passaggi siamo giunti dritti al problema: la solitudine.

Ci vuole coraggio ad affermare che siamo fatti ad immagine di Dio se il male dei giovani di oggi è l’isolamento sociale. Estraniamento solo apparentemente ricercato, conseguenza di un conflitto interiore esploso, forse, proprio perché non possiamo fare a meno di relazioni.

Stiamo parlando di un amore che, una volta, avrebbe indossato i colori della Trinità e le luci di un borgo in festa, per circolare tra stradine ricche di emozioni contrastanti, dove la bellezza di un volto e la forza di uno sguardo avevano più forza di ogni parola, al punto tale di trasformare quell’incontro in un volo. Perché guardare verso Dio significa cogliere la presenza dell’altro e scoprire la dimensione trinitaria di ogni relazione interpersonale. O siamo soli o siamo in tre, questo è il nostro ‘destino’. Quando amiamo e ci lasciamo amare, batte il cuore trinitario.

Purtroppo il retaggio culturale non aiuta. Se, oggi, abbiamo un Dio Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, è perché a quei tempi, quando si codificava la tradizione orale, si era figli di una società patriarcale che non conosceva altro linguaggio. Oggi forse sarebbe diverso, anche se siamo ancora lontani da quella bontà del cuore che fece dire a Giovanni XXIII che Dio è Madre e lo è in modo carnale, attraverso il figlio, come provano ad esserlo le mamme del centro storico di Napoli o della striscia di Gaza.

Nel momento in cui la Chiesa celebra la Santissima Trinità, allora, non possiamo restare indifferenti rispetto alla sofferenza dei popoli, in Terra Santa, Ucraina, Sudan, Nigeria, Myanmar, …, oggi a Teheran. Il coraggio di Leone ci contagi! Siamo chiamati alla preghiera insistente e all’impegno costante per la pace. Ricordiamoci, infatti, che ogni persona è figlia dello stesso Padre … e della stessa Madre.

Restiamo ‘sul pezzo’ e aggiungiamo che oggi la Chiesa celebra il giubileo degli sportivi. Anche nello sport è possibile ritrovare frammenti trinitari, lì dove gli avversari si stringono la mano e non si considerano nemici. Essere persone sportive significa operare affinché si armonizzino le differenze, nel rispetto dei ruoli e delle posizioni e si comprenda che l’importante non è che vinca qualcuno, ma che nessuno perda. Le vittorie si costruiscono insieme.

Lo sport educa alla fraternità. Ricordo quando da giovane si partecipava ai tornei francescani e si chiedeva all’altro di ‘giocare insieme’, come da bambini, quando la sfida non era con il nemico, ma con l’amico del cuore. In questo senso, lo sport diventa profezia di pace, se vissuto secondo lo stile della Trinità.

Il Dio che celebriamo oggi è unità nella diversità delle identità personali. Che questa settimana che ci separa dal Corpus Domini possa essere il tempo giusto dell’incontro con te, nel nome della Madre, del Figlio e dello Spirito Santo.

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Quando ti spingi troppo verso l’alto è un attimo … e cadi giù! È la torre di babele che, come cantava Bennato quasi 50 anni fa, continuiamo a costruire, “sempre più grande, sempre più alta e bella”, perché, tutto sommato, ci sentiamo ancora i padroni della terra e, puntualmente, più ci affanniamo ad andare verso l’alto, più precipitiamo verso il basso.

La canzone di Edoardo la ricordano tutti, forse non molti, però, avranno presente la copertina del disco dall’omonimo titolo. Si vede una torre, a forma di piramide, composta da vari elementi in sequenza, che raccontano la storia dei guerrieri e delle armi, dagli archi alle lance, dalle palle di cannone ai missili terra/aria.

Il messaggio è chiaro, più vuoi sostituirti a Dio, più escludi l’altro dalle tue relazioni, più ci sono scontri. Perché la maggior parte dei conflitti nasce dall’incapacità di comprendersi.

Arriva Gesù, si impegna per qualche anno, ma non se ne va prima di aver trovato una soluzione … la Pentecoste! Grande festa in riparazione alla torre di babele, perché se lì si ‘imbrogliano’ le lingue, con la discesa dello Spirito Santo accade una cosa strana, la distinzione tra culture resta, ognuno continua a parlare la sua lingua, ma stranamente si comprendono lo stesso e le diversità culturali, finalmente, diventano per un giorno, ricchezza e scambio reciproco.

Poeticamente verrebbe da dire che è la forza dell’Amore, questo Spirito che per definizione è Dio. Di fatto, però, con i tempi che corrono, il ‘piccione’ spesso si ammala e, tante volte, si ‘intossica’.

La Pentecoste! Sarebbe davvero un gran momento per la Chiesa, se non fosse per il fatto che sembrerebbe nascondersi dietro delle mura che, ironia della sorte, esistono realmente, a rappresentare simbolicamente la difficoltà di passare da istituzione a popolo.

L’immagine che torna utile per raccontare questa storia è quella dell’albero con un fusto solido e tanti rami, di diversi spessori e varie lunghezze, che pur andando in direzioni diverse, sembrerebbero tutte verticalizzare verso l’alto, cercando il sole, fonte della vita.

Penso all’anno santo e, in particolare, al giubileo dei movimenti, delle associazioni e delle aggregazioni ecclesiali, che si celebra questo fine settimana a Roma e che ha ispirato l’immagine dell’albero. Mi viene in mente quando, negli oratori dei grandi quartieri, per cercare di mettere un po’ di ordine tra i diversi gruppi, si coniò uno slogan che più o meno suonava così: ‘Tutti insieme in oratorio, per annunciare il Vangelo in tanti modi diversi’.

Mi piace immaginare che la scelta non sia stata casuale e che si sia decisa la Pentecoste proprio per sottolineare come lo Spirito Santo può soffiare come gli pare, suscitando forme sempre nuove per rendersi presenti come Chiesa nel mondo contemporaneo.

Qualche anno fa, proprio ai tempi dei gruppi e delle GMG vissute dall’attuale generazione di cinquantenni, c’era una canzone dei Gen Rosso che andava forte perché esprimeva il disagio dei giovani ad accogliere la novità, giustificando una presunta assenza dello Spirito. La prima strofa dice così:

Dove sei? Perché non rispondi?

Vieni qui. Dove ti nascondi?

Ho bisogno della tua presenza.

È l’anima che cerca te.

Sarà che sono stato sempre convinto che, per comprendere la vita, a volte bisogna sforzarsi di guardarla al contrario, ma mi piace pensare che, a questo punto, è lo Spirito che si rivolge all’essere umano, proponendogli cose nuove, senza ricevere risposte.

Tu, dove sei? Perché non rispondi all’Amore? Vieni qui, non nasconderti e lasciati andare alla creatività dello Spirito. Ho bisogno della tua presenza per sentirmi Madre. È l’anima, fatta di puro Spirito, che ti cerca. E non scandalizzarti se accompagno la mia pazzia mettendo gli orecchini, portando i tatuaggi e indossando i blue jeans stracciati, apparirò pure borderline, ma tu mi ami per questo, perché sempre Io Sono.

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Quando in una piccola comunità si celebrano le prime comunioni, il momento di gioia e di festa dovrebbe coinvolgere tutti, soprattutto se si pensa che domenica 1 giugno la Chiesa celebra il giubileo delle famiglie, dei bambini, dei nonni e degli anziani.

Non una domenica come le altre, anche perché, oltre ad essere ancora nel tempo di Pasqua, sono passati 40 giorni dalla Resurrezione e, oggi, celebriamo l’Ascensione di Gesù al cielo. Per l’occasione, questa, da 59 anni, è la domenica che la Chiesa ha scelto per celebrare la Giornata Mondiale per le Comunicazioni Sociali.

L’Eucaristia, autostrada per il cielo

Quanti spunti di riflessione per un solo giorno, anche per una piccola comunità come quella di Campolattaro, dove, come se non bastasse, a supporto della Prima Comunione, arriva Carlo Acutis con la sua mostra sui miracoli eucaristici, per ricordarci che l’Eucaristia è l’autostrada per il cielo. Un connubio perfetto con le prime comunioni, per otto ragazzi che, sui passi di un giovane morto a 14 anni, oggi vivono l’esperienza della comunità in comunione, ci auguriamo anche solo dal punto di vista del significato simbolico, purché univocamente interpretato.

Alessia, Greta, Eliana, Nicolas, Pietro, Santiago, Sebastian e Valerio, se non ci fossero loro, Campolattaro avrebbe una possibilità in meno di pensarsi ancora viva in futuro, poiché, purtroppo, dagli adulti sembrerebbe che ci sia ancora poco d’aspettarsi.

Se solo questa fosse l’occasione per far celebrare la prima comunione ai genitori, avremmo fatto un grosso passo avanti, non per riempire le chiese, ma perché a non rendere sempre la comune unione nelle nostre comunità è spesso quella superficialità di fondo che offusca la capacità relazionale e, quindi, la possibilità di una comunicazione costruttiva.

 “Condividete con mitezza la speranza che sta nei vostri cuori” (1Pt 3,15-16)

Il titolo del messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni lo trovo molto ingenuo, poiché dà per scontato che nei nostri cuori ci sia ancora speranza. Ho difronte a me questi ragazzi e immagino che il suggerimento di Pietro riguardi innanzitutto loro.

Colpisce che, per questa prima domenica di giugno, ad accompagnarci sia ancora papa Francesco che, a gennaio, pubblicò il testo del messaggio che avremmo dovuto meditare per l’occasione. Bergoglio invita a disarmare la comunicazione dall’aggressività che, ultimamente, complici i social, la caratterizza.

Attenzione, però, a non capovolgere la situazione. Non sono i social che ci rendono cattivi, ma è la nostra aggressività che emerge grazie a strumenti neutri che qualcuno utilizza tirando fuori il peggio di sé. Perché i mostri o non esistono o sono prigionieri dentro di noi e basta che si crei la condizione ‘giusta’ affinché emergono. Dentro di noi e non intorno a noi c’è l’inferno. Fiamme che si alzano per dividere e che possono essere spente dalla Comunione, perché a Gesù non piace dividere, ma moltiplicare.

Festeggiamo la Repubblica con il tricolore a lutto

Oggi è la festa dei bambini della parrocchia, ci auguriamo che non diventino adulti prima che la loro innocenza ci coinvolga. Domani, invece, lunedì 2 giugno, è la festa della Repubblica italiana. Il tricolore è a lutto, si aggiunge un nero che rimanda alla bandiera della Palestina. Cosa può fare un bambino della prima comunione per i suoi coetanei della striscia di Gaza? Potrebbe provare ad entrare in comunione con loro e contribuire a creare una unione comune sul fronte della Pace.

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Un’atmosfera di attesa e di gioia ha riempito  mercoledì 28 maggio, il chiostro e la chiesa del convento dei frati minori cappuccini di Morcone, dove i bambini prossimi a ricevere la prima Comunione hanno vissuto la loro “Festa del Perdono”, un momento significativo di preparazione spirituale prima del grande giorno dell’incontro con l’Eucaristia.

Accompagnati dai catechisti e dai genitori, i piccoli comunicandi si sono radunati con il cuore carico di emozione per questo primo incontro personale con il sacramento della Riconciliazione. Dopo un momento di riflessione e preghiera comunitaria, guidati dalla comunità dei frati, i bambini hanno avuto l’opportunità di confessarsi individualmente e sperimentare, soprattutto in questa occasione, il senso più ampio di Chiesa, grazie alla presenza di più sacerdoti, in un luogo sacro punto di riferimento della nostra zona pastorale.

È stato un momento toccante osservare la serietà e, al contempo, la serenità sui volti dei bambini mentre si accostavano al confessionale. I francescani, con la loro consueta accoglienza e pazienza, hanno saputo guidare ogni bambino in questo dialogo intimo con Dio, offrendo parole di conforto e di incoraggiamento.

La Festa del Perdono non è stata solo un rito, ma un’occasione per i bambini di comprendere il valore del pentimento, del perdono e della misericordia divina. Un’esperienza che, senza dubbio, rimarrà impressa nei loro cuori come un preludio significativo alla loro prima Comunione, che celebreranno con grande gioia e partecipazione domenica 1 giugno.

Il pomeriggio si è concluso con un piacevole momento conviviale che ha visto la partecipazione di bambini, catechisti, genitori e sacerdoti.

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Nella VI domenica del tempo di Pasqua la Chiesa incalza con la lettura del vangelo di Giovanni, continuando con il discorso di Gesù sull’amore che prende forma attraverso l’ascolto e il supporto dello Spirito, affinché la pace diventi un’azione performante.

Così ripercorriamo la settimana appena trascorsa, provando a sintetizzare le suggestioni di questi giorni di resurrezione, consapevoli della complessità che si crea quando si forza l’ingresso di eventi drammatici in spazi di gioia ritagliati in più occasioni.

La lettura del vangelo sembra delineare una proposta che passa attraverso un percorso a tappe: ascoltare, insegnare, accogliere la pace. Una pace che il mondo non conosce più e che, di conseguenza, è incapace di offrire a chi tende la mano verso il suo carnefice.

Penso alle immagini di queste ultime ore, che arrivano da Gaza più per spettacolarizzare l’informazione che per scuotere le coscienze. Ma anche ai messaggi giustamente incastrati nella cornice di uno spettacolo, in diretta da Assisi, che non vuole solo intrattenere, ma anche accendere i riflettori sui luoghi dimenticati della terra, dove toccare con mano la missione della Chiesa.

La mente vola alla festa di venerdì sera e seleziona un primo fermo immagine: tra le bandiere azzurre sventolate in segno di vittoria, si notano i colori della Palestina, come a dire che se stiamo festeggiando il riscatto di una città, abbiamo forse vinto una battaglia, ma stiamo perdendo la … pace!

Se i rapporti tra noi sono resi tossici da un amore conflittuale è perché abbiamo perso la pace interiore, prima ancora che quella esteriore. Quando una persona si chiude all’amore, in realtà sta manifestando un conflitto interiore che si nutre dell’assenza dell’altro, soffocando un sentimento che, in tempi di pace, era sincero.

Si fa festa, ma abbassiamo il volume

La festa continua, ma bisognerebbe abbassare il volume, perché qualcuno dorme. Più di centomila persone si riversano nel cuore di Napoli, occupano piazza plebiscito, la fontana del “carciofo”, la galleria … e lì, ecco che per una sera, viene turbato il sonno di quel barbone che, non curante del mondo che gli passa accanto, si rende invisibile sotto le coperte, se non fosse per quei piedi storti a testimoniare che, tra quegli stracci, c’è un essere umano. Mi chiedo come possa far finta di nulla, sicuramente sveglio in quel ‘caos’, immobile, con la testa coperta, a voler nascondere quella pazzia che, tutto sommato, forse è proprio la sua salvezza.

Gli do un nome immaginario a questo barbone e penso che a Mirko, tutto sommato, gli abbiamo rovinato una notte, mentre lui avrebbe il diritto di non farci dormire tutte le notti … se solo lo vedessimo!

Da un’altra parte, invece, la festa è sospesa, perché oltre a chi non riesce a dormire, c’è anche chi non è riuscito a vivere. E così, un intero quartiere si spegne e omaggia un ragazzo di 16 anni che se n’è andato prima del tempo, in sella al suo scooter, lo stesso che, forse, se qualche ora prima le cose fossero andate diversamente, lo avrebbe portato a sfilare per le strade della sua città.

L’amarezza della festa passa anche per un paese che si tinge di nero per la morte prematura di un giovane clinicamente compromesso, mentre un padre, a poca distanza, resta sull’asfalto, vittima di un incidente, mentre sta andando a prendere il figlio.

Il Festival di Cannes, allora, arriva a pennello e quest’anno ci insegna che basta “Un semplice incidente” per spostare l’attenzione su ciò che non si vede. Chest’è ‘a vita, la nostra vita, che suona come “vi lascio la pace, vi do la mia pace”, poiché, diversamente, non si potrebbe festeggiare e, quindi, non sarebbe tempo di resurrezione.

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Il comandamento dell’amore

Siamo alla V domenica del tempo di Pasqua e la Chiesa continua a seminare resurrezione su tutti i fronti, questa volta andando al cuore del Vangelo e rilanciando un insegnamento che resta sempre nuovo perché, forse, dopo più di duemila anni, ancora disatteso: l’Amore!

È il tema principale in ogni forma d’arte e genere letterario. Ne parlano le canzoni, lo troviamo come attore non sempre protagonista nel cinema, addirittura diventa un solido movente nei migliori romanzi criminali, eppure, dell’amore, ne sappiamo sempre molto poco, soprattutto quando ci riguarda.

Giusto ieri sera, all’Eurovision Song Contest ha vinto “Amore sprecato” (Wasted love), una canzone che parla di un ragazzo che pur amando dal profondo del cuore e donando tutto se stesso, non è stato ricambiato.

La delusione è grande! Penso a Gesù, oggi, nel cenacolo, dopo aver lavato i piedi agli apostoli, annunciato il tradimento e sollecitato il suo traditore (“quello che devi fare, fallo al più presto”), rilancia il comandamento dell’amore, reso nuovo dal termine di paragone che lo rende protagonista: “come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.

Non è più il sogno di Israele, giunto al secondo posto del festival europeo, ma l’amara realtà, che vede il tuo ‘piccolo amico’ girare le spalle e andar via, lasciando vuoto uno spazio che gli apparteneva. Forse perché gli amori arrivano con gli angeli e, questi, quando hanno terminato la loro missione, volano via.

Il segreto è tutto lì, nell’amarsi gli uni gli altri, non solo senza la pretesa di essere ricambiati, ma anche accettando di essere venduti, affinché il ‘traditore’ possa conquistarsi il posto dove andare a morire.

Il giubileo delle confraternite e l’anniversario della Laudato si’

Amarsi gli uni gli altri … suona quasi come dire che, per essere felici, devi vivere la fraternità universale con tutto il creato. Tema caro a papa Francesco, lasciatoci in eredità grazie alla Laudato sì, enciclica sulla cura della casa comune, che in questi giorni compie dieci anni.

E la fraternità rimanda, in questo giorno, all’anno santo, poiché la Chiesa, nella V domenica del tempo di Pasqua dell’anno 2025, celebra il giubileo delle confraternite. Una piaga per qualche parroco, un tassello importante nella storia della comunità credente, lì dove, già nel medioevo e, successivamente, fino ai giorni nostri, le persone sentono l’esigenza di associarsi, all’epoca in congregazioni, oggi in vecchi e nuovi movimenti che, soprattutto nel Sud Italia, hanno reso la vivacità della Chiesa, finché non sono ‘passati di moda’.

Evidentemente, il concetto va rivisto, poiché se la Chiesa non è in grado di intercettare l’amore secondo le frequenze del mondo contemporaneo, rischia di essere lasciata alla deriva, non interessando più a nessuno.

Sono passati i tempi delle congregazioni che diffondevano le devozioni e si impegnavano nelle pie opere di carità. La nostra parrocchia vanta presenze di tradizione solida, come il terz’ordine francescano, ma anche di recente costituzione, come il gruppo di preghiera di Padre Pio e l’Azione Cattolica. Esperienze una volta forti, ma che si sono volatilizzate con gli angeli di cui sopra.

Papa Leone, questa è … perfetta letizia

Se, allora, dobbiamo amarci gli uni gli altri e io sono l’uno, cosa fare per non perdere l’altro? Papa Leone ci viene incontro in questo giorno per lui importante, chiedendoci di seguirlo in un cammino nuovo come il ‘comandamento’ di Gesù.

E fu sera e fu mattina … primo giorno di polemiche! Perché la famiglia non si tocca, soprattutto se ci sono di mezzo dei petits enfants. La Bible de Jérusalem così identifica gli interlocutori di Gesù. L’espressione francese la trovo più utile per indicare la capacità di noi altri che, essendo piccoli, abbiamo dei limiti. La stessa piccolezza, però, diventa il criterio di preferenza di Dio.

Una piccolezza che passa anche attraverso la fragilità dei giovani, in questi giorni al centro del dibattito pubblico. In settimana, ad un convegno organizzato dall’ASL territoriale, sul rapporto tra giovani e aree interne, è stato evidenziato come l’impatto ambientale, nelle zone dell’entroterra, possa fare la differenza circa una serie di criticità che emergono in neuropsichiatria infantile. È dell’altro ieri, invece, la notizia riportata da Avvenire che i giovani stanno male e i disturbi dell’umore aumentano negli adolescenti, complice anche l’adolescenza.

Penso, così, ad un’altra espressione francese che evoca belle emozioni: petit amie. Piccola amica che, nel linguaggio comune, vuole intendere una persona alla quale ti senti legato e che, forse proprio perché non devi attenderti nulla in cambio, resta piccola davanti a te, per farsi grande davanti a Dio. Sono queste le persone che, evidentemente, meritano di essere amate.

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