Domenica 19 ottobre, anche oggi la Chiesa è in festa e, ancora una volta, ha più motivi per festeggiare. Dovremmo essere felici, ma siamo troppo distratti per comprenderlo.
Celebriamo la Giornata Mondiale Missionaria, dopo aver pregato dall’inizio del mese per le missioni, ancora una volta accompagnati da Maria Migrante, l’icona che da tre anni vi propongo come modello di Madre che, guarda dalla finestra ciò che accade e prega per i suoi figli in giro per il mondo.
Insiste Maria, come la vedova con il giudice, perché sia fatta giustizia. Guarda verso il Figlio, intercedendo verso il Padre, perché si possa risvegliare in noi lo Spirito.
Insiste la vecchietta, sfida l’uomo disonesto, usando la sua disonestà a suo favore. Non teme Dio chi non ha riguardo per alcuno, ma non è peggiore di chi avrà la possibilità di incontrare il Figlio dell’uomo, quando questi verrà sulla terra e farà fatica a trovare la fede.
Da sempre mi colpisce questo legame tra fede e giustizia, riconosciuto da Gesù in ben due beatitudini su nove: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”, sembra essere il motivo di tanta perseveranza nella vittima che si rivolge al giudice e viene nutrita; “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”, diventa, poi, la chiave di lettura per comprendere che avere fede e, quindi, credere nel regno dei cieli, è la strada migliore per sopravvivere alle ingiustizie.
Il motivo per il quale Gesù racconta questa storia è chiaro, lo esplicita l’evangelista all’inizio: per far comprendere della “necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. Perché c’è la possibilità che dopo aver pregato per una vita, si possa perdere la fede. Ne sanno qualcosa quelli che non hanno avuto risposte alle loro suppliche e si sono allontanati. Come, anche, lo può comprendere chi fa fatica a riemergere, dopo aver toccato il fondo.
Il grande Mosè non è da meno. Non ce la fa a pregare sempre e, quando si stanca, il popolo soccombe. Sembra quasi un meccanicismo: alzo le mani verso il cielo e il popolo prevale, le abbasso e il nemico ha il sopravvento. E così, chi gli sta accanto capisce e lo aiuta, sostenendogli le braccia.
Anche nella preghiera, da soli, non possiamo farcela. Dobbiamo sostenerci gli uni con gli altri, soprattutto nelle difficoltà. Penso alla recita del Rosario e concludo che è proprio così. Proprio voi, diversamente giovani, avete bisogno di venire in chiesa per recitare il Rosario insieme e supportarvi nella preghiera. Potreste recitarlo a casa, da sole, di solito lo recitate pure, ma soprattutto con l’iniziativa di questi giorni, mi state dimostrando che c’è bisogno di un sostegno.
Mi fa piacere, infatti, apprendere che molte famiglie della nostra comunità si sono prenotate per ricevere la statuetta di Maria a casa, per qualche giorno. Sembra quasi la pietra che hanno fornito a Mosè per aiutarlo a pregare. Non c’è niente da fare, abbiamo bisogno di sostegni, fosse pure una statuetta, ma senza una “protesi” si fa più fatica.
La salvezza che arriva dal Vesuvio
Penso, allora, a Bartolo Longo, un altro motivo per festeggiare oggi, soprattutto noi che di questa regione dovremmo farne un motivo di vanto, mentre invece siamo troppo presi dall’identità sannita. Eppure i sanniti hanno combattuto contro i romani, non contro i napoletani, perché fate così?
Bartolo, una figura che, mi auguro, con la sua canonizzazione, possa essere recuperata. Non era campano, ma all’ombra del Vesuvio si è fermato e una piccola edicola della Madonna gli ha fatto da sostegno, perché potesse dare giustizia alla sua fede.
Stavo leggendo qualcosa su questo evento, perché la figura di Bartolo Longo mi ha sempre colpito. Fin da ragazzi andavamo a Pompei e ci chiedevamo perché non ci tenessero a farlo santo. Non se ne parlava e, in effetti, se ci pensate, è passato un po’ in sordina. Eppure il Rosario lo recitiamo tutti i giorni e l’icona della Madonna di Pompei è in tutte le chiese.
Anche dai media cattolici prendo atto che la figura e il messaggio di Bartolo non è stata compresa fino in fondo e, forse, proprio per questo, la devozione a Maria si è diffusa, ma non è cresciuta l’adesione alla Chiesa. Il TG conferma che è stato canonizzato il fondatore del santuario di Pompei. Lo trovo limitante e per nulla educativo sul piano della testimonianza cristiana.
Come ho avuto già modo di raccontarvi, se andiamo a Pompei e giriamo per gli spazi adiacenti al tempio, abbiamo modo di ammirare la mostra fotografica che racconta l’opera di Bartolo Longo. È così evidente che, mentre si alzava la chiesa, mattone su mattone, accanto prendeva forma l’opera completa, con gli orfanotrofi, le scuole, gli spazi per insegnare un mestiere ad uomini e donne, i luoghi per accogliere i poveri. Trovo davvero riduttivo indicare il santuario come l’opera di Bartolo e circoscrivere la santità di quest’uomo alla sua costruzione.
L’educazione all’affettività
Con Bartolo Longo vengono canonizzati altri testimoni, uomini e donne, seguaci di Gesù, figli delle missioni, perché provenienti da tutti i continenti. Ve li citerei anche tutti, ma resterebbero nomi impronunciabili, che dimenticheremmo in un attimo. Ci basti sapere che provengono da tutti i continenti, sono uomini e donne, religiosi e laici, missionari martiri e operatori di carità. Tra questi, però, uno lo voglio nominare, perché mi ha colpito in modo particolare.
Un ragazzo di nome Peter, nato in un villaggio di un isolotto della Papua Nuova Guinea, in una tribù che vedeva, in quegli anni, arrivare i primi missionari. I genitori accolgono il Vangelo, si convertono, sono tra i primi battezzati di quelle zone. Peter, ormai cresciuto si sposa e riceve il sacramento del matrimonio. Diventa catechista di quelle prime cellule cristiane, punto di riferimento lì dove, in quelle zone, i sacerdoti non riuscivano ad arrivare ovunque. Viene arrestato per il “suo” insegnamento contro la poligamia. Era troppo per quella gente. Condannato a morte, lo finiscono con una siringa di veleno.
A breve riprenderanno gli itinerari di educazione alla fede. Cari catechisti, qualcuno per prendere seriamente questa missione è morto ammazzato. Non siamo a quei livelli, ma essere attaccati, anche da chi si professa cattolico, perché si prova a trattare temi “sensibili”, è una possibilità concreta. Se poi, si parla di educare all’amore, all’affettività, alla sessualità, la censura diventa paradossale, poiché non esiste argomento che non si possa trattare con i bambini, naturalmente con gli strumenti e i linguaggi giusti, questa è pedagogia.
Dovremmo provare a scontrarci con le nostre incoerenze e formarci al pensiero critico, soprattutto in questo momento storico, dove l’accesso alla disinformazione è “garantito”. In particolare, per quanto riguarda le nostre comunità e la catechesi, finché non lo vieteranno per legge, come accaduto in Papua Nuova Guinea, proviamo ad educare i piccoli delle nostre parrocchie alla morale della vita fisica. Potrebbe aiutare a prevenire violenze di genere, bullismo, problemi di salute mentale e aiutare a costruire relazioni sane e positive. È un problema di comunicazione, perché quando si ama, si comunica sempre; ma quando si comunica, non sempre si ama.
L’opzione preferenziale per i poveri
La giornata di oggi ricorda che siamo noi la pietra che attende chi è impegnato altrove per continuare la sua missione. Pensavo come gli eventi marcano l’unico percorso della Chiesa che, al di là del papa più o meno simpatico, passa attraverso un’unica strada che attraversa la storia e che, tracciata da Gesù, ha bisogno della manutenzione ordinaria degli “operai dell’ultim’ora”.
Così, vi faccio notare una situazione che si è venuta a creare e che a me piace tanto. Domenica scorsa vi ho accennato dell’Esortazione di papa Leo, primo documento ufficiale da lui firmato, che detta un po’ la linea programmatica da seguire, l’idea di Chiesa del nuovo pontefice. Oggi, per la giornata mondiale missionaria, ci confrontiamo ancora una volta con Francesco, poiché il messaggio per questa giornata è firmato da lui. Ebbene, cosa apprendiamo? Che l’idea di Chiesa dei due Pastori è la stessa e continua a parlare la lingua dei poveri.
La missione parte dall’attenzione per il nostro contesto di prossimità e, quindi, per ciò che è più vicino a noi, spazio, comunità, persona. Ci aspetteremmo, infatti, un focus sui Paesi tradizionalmente indicati come terre di missione ed, invece, Francesco si preoccupa per l’occidente, indicandola come la destinataria della missione. A tal proposito, nel messaggio per la GMM, esprime questo concetto che voglio riportare completo, perché ci aiuti a riflettere e ad agire:
“Animate da una speranza così grande, le comunità cristiane possono essere segni di nuova umanità in un mondo che, nelle aree più “sviluppate”, mostra sintomi gravi di crisi dell’umano: diffuso senso di smarrimento, solitudine e abbandono degli anziani, difficoltà di trovare la disponibilità al soccorso di chi ci vive accanto. Sta venendo meno, nelle nazioni più avanzate tecnologicamente, la prossimità: siamo tutti interconnessi, ma non siamo in relazione. L’efficientismo e l’attaccamento alle cose e alle ambizioni ci inducono ad essere centrati su noi stessi e incapaci di altruismo. Il Vangelo, vissuto nella comunità, può restituirci un’umanità integra, sana, redenta”.
Ecco le nuove forme di povertà e le attuali terre di missione dove rendersi presenti. A maggior ragione se si pensa che la strategia di aiutare gli ultimi a casa loro è fallita da tempo e la Chiesa l’ha compreso in anticipo, perché per prima ci aveva provato. La missione è qui, perché qualcuno è riuscito a sopravvivere alle tempeste di sabbia, a superare le onde oscure, a saltare i muri del pianto. Dobbiamo darci da fare, prima che sia troppo tardi e si alzi verso il cielo l’ultimo volo.
A. G.