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1° novembre, Tutti i Santi, non è il giorno del ricordo dei nomi scritti nel calendario, ma la festa dei santi ignoti, di quelle innumerevoli persone che, pur non essendo state innalzate agli onori degli altari con la canonizzazione ufficiale della Chiesa, hanno vissuto l’esistenza terrena in una santità quotidiana, applicando radicalmente la logica evangelica dell’amore incondizionato per il prossimo.

Questa solennità si rinnova ogni anno perché si rinnova costantemente l’esercito silenzioso e sconosciuto dei beati. Basti pensare ai cristiani che, anche solo nell’ultimo anno, sono stati barbaramente uccisi in odio alla loro fede, specialmente in luoghi di conflitto e persecuzione. La Nigeria, ad esempio, continua a piangere le vittime innocenti – tra cui neonati, bambini, madri e padri – massacrate da miliziani armati perché cristiani. Solo qualche giorno fa, infatti, abbiamo appreso dell’ennesimo attentato ad una chiesa cristiana. Questi sono i martiri che testimoniano con il sangue l’amore estremo, ma che spesso rimangono cifre anonime nelle cronache globali, santi senza nome, che resteranno tali e, per questo, festeggiati il primo giorno di novembre.

Ma i santi ignoti sono anche tutti coloro che sono strappati alla vita in modo prematuro e innocente, le cui esistenze, pur brevi, hanno rappresentato un lampo di purezza evangelica, di carità silenziosa e di accettazione del dolore.

Oggi, camminando per il cimitero, mi sono soffermato sulle tombe dei bambini, per una profonda riflessione sulla fede.

Voi sapete che la Chiesa opera con prudenza quando deve proclamare un santo. Una canonizzazione è, in tal senso, una dichiarazione infallibile che quella persona è nel Regno dei Cieli e, per questo, può essere venerata. A rigore di dottrina, quindi, non è permesso pregare i defunti se non i Santi canonizzati. Ma è altrettanto vero che, nell’immaginario collettivo, un bambino che muore vola dritto in Paradiso, poiché la sua innocenza è una garanzia di beatitudine che supera ogni umana incertezza, perché, come abbiamo ascoltato anche oggi dalle parole di Gesù, sono “beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”.

Penso che le tombe dei bambini dovrebbero essere custodite come quelle dei Santi. A loro possiamo e dobbiamo rivolgerci, perché sono gli intercessori a noi più vicini.

È stato un dispiacere scovare una di queste piccole lapidi trascurata. Qualcuno potrebbe dire che i genitori non ci sono più. Sarà anche vero, ma noi siamo qui, comunità credente, incapace di prendersi cura dei suoi figli, prima e dopo la morte!

La festa dei santi ignoti, diventa la festa dei bambini che non ci sono più e l’occasione per curare questi luoghi d’incontro con il mistero.

La festa di Ognissanti, quindi, non è solo una commemorazione del passato, ma anche un’attualizzazione di un futuro che è reso presente nello sguardo di un fanciullo. Penso alle foto di quei bimbi che non ci sono più, i cui sepolcri dovrebbero risplendere per la certezza della loro santità, ma anche a quei genitori andati via troppo presto, lasciando i piccoli a piangere sulle loro tombe. Questi sono i santi ignoti e oggi è la loro festa.

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Mi piace chiamare questa domenica, ultima del mese missionario, come la domenica delle 2P (“due pi”): Preghiera e Povertà. Un binomio fortissimo, che suona quasi come uno slogan da inserire su un “manifesto elettorale” di qualche fallito che aspira al trono e cerca consenso tra le alte sfere della gerarchia ecclesiale.

Nella prima lettura apprendiamo che la vera preghiera, che attraversa le nubi e arriva all’Altissimo, è quella generata dal cuore dei poveri. Una povertà che nasce da una condizione di fragilità indipendente dalla mancanza di ricchezza economica e che dipende dalla condizione di precarietà indotta dal contesto sociale di riferimento, che rende la tua anima ultima, perché vedova, orfana, oppressa. Privata della parte di te che ti completa, lasciata sola troppo presto ad affrontare il mondo, schiacciata dalle convenzioni e dalle aspettative e dal giudizio degli altri.

È la storia della coppia che sale al tempio a pregare, raccontata da Gesù “per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”.

Bisogna conoscere il contesto culturale dell’epoca per comprendere fino in fondo la parabola riportata da Luca.

Oggi diremmo che i farisei sono un gruppo di ultracattolici, radicati nel fondamentalismo di matrice religiosa, apparentemente fondato su principi etici per giustificare il formalismo che l’accompagna. Mi verrebbe da dire, con un termine napoletanamente intraducibile, che si parla dell’indole “bizzoca” di tante persone di Chiesa, che sarebbe riduttivo esprimere con il bigottismo.

I pubblicani, invece, suonavano all’orecchio del popolo, come gli attuali esattori delle agenzie che acquistano dall’ente pubblico un credito, anticipando il dovuto, per poi aggredire il debitore con minacce giuridiche e non solo. Insomma, brutta gente, che ha tradito le proprie origini e si è alleato con il nemico, per soldi, forte del principio che “l’ambasciatore non porta pena”.

Questi sono i protagonisti della storia, entrambi credenti che frequentano il culto e conoscono le usanze, al punto che, quando entrano nel luogo sacro, sanno che, la prima cosa da fare, è porre la loro coscienza al cospetto di Dio. Solo che il fariseo non riesce a vedere i suoi limiti, ritiene di non aver commesso peccati, perché non ruba, è giusto, non tradisce la moglie, fa i digiuni settimanali e paga pure le tasse. Non è, insomma, come il suo involontario compagno di preghiera, traditore del popolo, peccatore pubblico, che osa entrare in Chiesa.

Sarà l’atmosfera che si respira in questi giorni, ma l’atteggiamento del fariseo mi fa pensare al modo di comunicare dei politici impegnati in campagna elettorale, di qualsiasi estrazione, senza alcuna preferenza di tendenza. Invece di essere propositivi, spiegando come pensano di apportare il loro contributo alla collettività, si limitano a guardare all’avversario, con argomentazioni che non sanno neanche più di demagogico, come quando si faceva a gara a chi la sparava più grossa.

La condanna di Gesù è chiara, ma ancora più esplicito è l’esempio che ci pone con il traditore che si riconosce peccatore e, per questo, va in chiesa. Perché la Chiesa, secondo l’immagine che ci ha lasciato papa Francesco, è un ospedale da campo e, quindi, un presidio di prossimità per chi è ferito.

A tal proposito, avete sentito che la Chiesa nazionale ha reso pubblico il documento di sintesi del cammino sinodale in Italia. Leggendo le conclusioni e, soprattutto, osservando le reazioni dei farisei da tastiera, ancora una volta mi piace calare il vangelo di oggi nell’attualità, in questo caso ecclesiale.

Innanzitutto, prendiamo atto che, giustamente, non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Se vi ricordate, alla vigilia dell’apertura del Sinodo, ci siamo divertiti a giocare con i pronostici, prevedendo che, tutto sommato, la Chiesa, a meno che non fosse in una profonda crisi di identità, conosceva la sua natura e sapeva che doveva riproporsi al mondo contemporaneo. Non a caso era partita nel modo giusto, ponendosi in ascolto. E anche qui potevamo immaginare quali sarebbero state le questioni conclusive.

E così, ecco che ci abbiamo messo quattro anni per tornare al punto di partenza e risalire sull’onda mediatica che pone in evidenza le questioni di sempre: la ridefinizione della donna nella Chiesa, l’accoglienza della comunità LGBT, la dimensione sinodale della comunità ecclesiale.

Ritornano i farisei al tempio che, guardandosi intorno, scovano i pubblicani di turno, a loro dire traditori del popolo cristiano, che si riconoscono peccatori perché, forse, fino a non molto tempo fa, hanno espresso qualche pregiudizio e, ora, sono pentiti.

Mi chiedo se lo sdegno che stanno manifestando i fondamentalisti cattolici sui social è convinto o strumentale. Nella migliore delle ipotesi non hanno ancora letto il documento e, quindi, manifestano la loro superficialità. Diversamente, se sono consapevoli di quello che dicono, allora siamo difronte all’ignoranza funzionale, che oltre a non comprendere quello che legge, si attacca come un tumore galoppante alle cellule sane.

Perché, mi spiegate cosa c’è di strano a dire che non bisogna opporsi alle fobie? La Chiesa si sarebbe allontanata da Cristo e dal vangelo perché chiede ai vescovi di non opporsi alle iniziative che contrastano ogni forma di violenza e discriminazione, comprese quelle contro l’omofobia e la transfobia. Parliamo di prese di posizione che cercano di contenere l’aggressività di chi ha paura (fobia) della diversità.

Il pretesto è lo spettacolo del gay pride, per qualcuno volutamente provocatorio, che, secondo loro, riceverebbe l’avallo della Chiesa italiana. Per fortuna è stato spiegato che si tratta dell’adesione della Chiesa alle giornate contro gli abusi, innanzitutto tramite la preghiera.

Allora il punto è proprio questo: siamo noi che generiamo i nuovi poveri, ogni qualvolta etichettiamo chi la pensa diversamente da noi, favorendo l’emarginazione e prendendo le distanze.

Ritorniamo, così, al punto di partenza: la preghiera dei poveri. Concludo con un’immagine. All’ingresso della galleria di Napoli, in un angolo sporco dei gradini d’accesso, giace una donna con accanto il suo cane. Lasciate che la chiami con l’unico nome che rende la sua condizione, non per mortificarla, ma per scuotere le nostre coscienze: una barbona! Chiede l’elemosina, ma senza dare fastidio. Accanto a lei un cartoncino con una scritta a pennarello informa che i soldi servono per acquistare le crocchette al suo amico fedele. Ecco la preghiera dei poveri che ci interpella e che ha bisogno di noi per poter uscire dalla nebbia e arrivare al Cielo.

 

A. G.

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Domenica 19 ottobre, anche oggi la Chiesa è in festa e, ancora una volta, ha più motivi per festeggiare. Dovremmo essere felici, ma siamo troppo distratti per comprenderlo.

Celebriamo la Giornata Mondiale Missionaria, dopo aver pregato dall’inizio del mese per le missioni, ancora una volta accompagnati da Maria Migrante, l’icona che da tre anni vi propongo come modello di Madre che, guarda dalla finestra ciò che accade e prega per i suoi figli in giro per il mondo.

Insiste Maria, come la vedova con il giudice, perché sia fatta giustizia. Guarda verso il Figlio, intercedendo verso il Padre, perché si possa risvegliare in noi lo Spirito.

Insiste la vecchietta, sfida l’uomo disonesto, usando la sua disonestà a suo favore. Non teme Dio chi non ha riguardo per alcuno, ma non è peggiore di chi avrà la possibilità di incontrare il Figlio dell’uomo, quando questi verrà sulla terra e farà fatica a trovare la fede.

Da sempre mi colpisce questo legame tra fede e giustizia, riconosciuto da Gesù in ben due beatitudini su nove: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”, sembra essere il motivo di tanta perseveranza nella vittima che si rivolge al giudice e viene nutrita; “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”, diventa, poi, la chiave di lettura per comprendere che avere fede e, quindi, credere nel regno dei cieli, è la strada migliore per sopravvivere alle ingiustizie.

Il motivo per il quale Gesù racconta questa storia è chiaro, lo esplicita l’evangelista all’inizio: per far comprendere della “necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. Perché c’è la possibilità che dopo aver pregato per una vita, si possa perdere la fede. Ne sanno qualcosa quelli che non hanno avuto risposte alle loro suppliche e si sono allontanati. Come, anche, lo può comprendere chi fa fatica a riemergere, dopo aver toccato il fondo.

Il grande Mosè non è da meno. Non ce la fa a pregare sempre e, quando si stanca, il popolo soccombe. Sembra quasi un meccanicismo: alzo le mani verso il cielo e il popolo prevale, le abbasso e il nemico ha il sopravvento. E così, chi gli sta accanto capisce e lo aiuta, sostenendogli le braccia.

Anche nella preghiera, da soli, non possiamo farcela. Dobbiamo sostenerci gli uni con gli altri, soprattutto nelle difficoltà. Penso alla recita del Rosario e concludo che è proprio così. Proprio voi, diversamente giovani, avete bisogno di venire in chiesa per recitare il Rosario insieme e supportarvi nella preghiera. Potreste recitarlo a casa, da sole, di solito lo recitate pure, ma soprattutto con l’iniziativa di questi giorni, mi state dimostrando che c’è bisogno di un sostegno.

Mi fa piacere, infatti, apprendere che molte famiglie della nostra comunità si sono prenotate per ricevere la statuetta di Maria a casa, per qualche giorno. Sembra quasi la pietra che hanno fornito a Mosè per aiutarlo a pregare. Non c’è niente da fare, abbiamo bisogno di sostegni, fosse pure una statuetta, ma senza una “protesi” si fa più fatica.

La salvezza che arriva dal Vesuvio

Penso, allora, a Bartolo Longo, un altro motivo per festeggiare oggi, soprattutto noi che di questa regione dovremmo farne un motivo di vanto, mentre invece siamo troppo presi dall’identità sannita. Eppure i sanniti hanno combattuto contro i romani, non contro i napoletani, perché fate così?

Bartolo, una figura che, mi auguro, con la sua canonizzazione, possa essere recuperata. Non era campano, ma all’ombra del Vesuvio si è fermato e una piccola edicola della Madonna gli ha fatto da sostegno, perché potesse dare giustizia alla sua fede.

Stavo leggendo qualcosa su questo evento, perché la figura di Bartolo Longo mi ha sempre colpito. Fin da ragazzi andavamo a Pompei e ci chiedevamo perché non ci tenessero a farlo santo. Non se ne parlava e, in effetti, se ci pensate, è passato un po’ in sordina. Eppure il Rosario lo recitiamo tutti i giorni e l’icona della Madonna di Pompei è in tutte le chiese.

Anche dai media cattolici prendo atto che la figura e il messaggio di Bartolo non è stata compresa fino in fondo e, forse, proprio per questo, la devozione a Maria si è diffusa, ma non è cresciuta l’adesione alla Chiesa. Il TG conferma che è stato canonizzato il fondatore del santuario di Pompei. Lo trovo limitante e per nulla educativo sul piano della testimonianza cristiana.

Come ho avuto già modo di raccontarvi, se andiamo a Pompei e giriamo per gli spazi adiacenti al tempio, abbiamo modo di ammirare la mostra fotografica che racconta l’opera di Bartolo Longo. È così evidente che, mentre si alzava la chiesa, mattone su mattone, accanto prendeva forma l’opera completa, con gli orfanotrofi, le scuole, gli spazi per insegnare un mestiere ad uomini e donne, i luoghi per accogliere i poveri. Trovo davvero riduttivo indicare il santuario come l’opera di Bartolo e circoscrivere la santità di quest’uomo alla sua costruzione.

L’educazione all’affettività

Con Bartolo Longo vengono canonizzati altri testimoni, uomini e donne, seguaci di Gesù, figli delle missioni, perché provenienti da tutti i continenti. Ve li citerei anche tutti, ma resterebbero nomi impronunciabili, che dimenticheremmo in un attimo. Ci basti sapere che provengono da tutti i continenti, sono uomini e donne, religiosi e laici, missionari martiri e operatori di carità. Tra questi, però, uno lo voglio nominare, perché mi ha colpito in modo particolare.

Un ragazzo di nome Peter, nato in un villaggio di un isolotto della Papua Nuova Guinea, in una tribù che vedeva, in quegli anni, arrivare i primi missionari. I genitori accolgono il Vangelo, si convertono, sono tra i primi battezzati di quelle zone. Peter, ormai cresciuto si sposa e riceve il sacramento del matrimonio. Diventa catechista di quelle prime cellule cristiane, punto di riferimento lì dove, in quelle zone, i sacerdoti non riuscivano ad arrivare ovunque. Viene arrestato per il “suo” insegnamento contro la poligamia. Era troppo per quella gente. Condannato a morte, lo finiscono con una siringa di veleno.

A breve riprenderanno gli itinerari di educazione alla fede. Cari catechisti, qualcuno per prendere seriamente questa missione è morto ammazzato. Non siamo a quei livelli, ma essere attaccati, anche da chi si professa cattolico, perché si prova a trattare temi “sensibili”, è una possibilità concreta. Se poi, si parla di educare all’amore, all’affettività, alla sessualità, la censura diventa paradossale, poiché non esiste argomento che non si possa trattare con i bambini, naturalmente con gli strumenti e i linguaggi giusti, questa è pedagogia.

Dovremmo provare a scontrarci con le nostre incoerenze e formarci al pensiero critico, soprattutto in questo momento storico, dove l’accesso alla disinformazione è “garantito”. In particolare, per quanto riguarda le nostre comunità e la catechesi, finché non lo vieteranno per legge, come accaduto in Papua Nuova Guinea, proviamo ad educare i piccoli delle nostre parrocchie alla morale della vita fisica. Potrebbe aiutare a prevenire violenze di genere, bullismo, problemi di salute mentale e aiutare a costruire relazioni sane e positive. È un problema di comunicazione, perché quando si ama, si comunica sempre; ma quando si comunica, non sempre si ama.

L’opzione preferenziale per i poveri

La giornata di oggi ricorda che siamo noi la pietra che attende chi è impegnato altrove per continuare la sua missione. Pensavo come gli eventi marcano l’unico percorso della Chiesa che, al di là del papa più o meno simpatico, passa attraverso un’unica strada che attraversa la storia e che, tracciata da Gesù, ha bisogno della manutenzione ordinaria degli “operai dell’ultim’ora”.

Così, vi faccio notare una situazione che si è venuta a creare e che a me piace tanto. Domenica scorsa vi ho accennato dell’Esortazione di papa Leo, primo documento ufficiale da lui firmato, che detta un po’ la linea programmatica da seguire, l’idea di Chiesa del nuovo pontefice. Oggi, per la giornata mondiale missionaria, ci confrontiamo ancora una volta con Francesco, poiché il messaggio per questa giornata è firmato da lui. Ebbene, cosa apprendiamo? Che l’idea di Chiesa dei due Pastori è la stessa e continua a parlare la lingua dei poveri.

La missione parte dall’attenzione per il nostro contesto di prossimità e, quindi, per ciò che è più vicino a noi, spazio, comunità, persona. Ci aspetteremmo, infatti, un focus sui Paesi tradizionalmente indicati come terre di missione ed, invece, Francesco si preoccupa per l’occidente, indicandola come la destinataria della missione. A tal proposito, nel messaggio per la GMM, esprime questo concetto che voglio riportare completo, perché ci aiuti a riflettere e ad agire:

“Animate da una speranza così grande, le comunità cristiane possono essere segni di nuova umanità in un mondo che, nelle aree più “sviluppate”, mostra sintomi gravi di crisi dell’umano: diffuso senso di smarrimento, solitudine e abbandono degli anziani, difficoltà di trovare la disponibilità al soccorso di chi ci vive accanto. Sta venendo meno, nelle nazioni più avanzate tecnologicamente, la prossimità: siamo tutti interconnessi, ma non siamo in relazione. L’efficientismo e l’attaccamento alle cose e alle ambizioni ci inducono ad essere centrati su noi stessi e incapaci di altruismo. Il Vangelo, vissuto nella comunità, può restituirci un’umanità integra, sana, redenta”.

Ecco le nuove forme di povertà e le attuali terre di missione dove rendersi presenti. A maggior ragione se si pensa che la strategia di aiutare gli ultimi a casa loro è fallita da tempo e la Chiesa l’ha compreso in anticipo, perché per prima ci aveva provato. La missione è qui, perché qualcuno è riuscito a sopravvivere alle tempeste di sabbia, a superare le onde oscure, a saltare i muri del pianto. Dobbiamo darci da fare, prima che sia troppo tardi e si alzi verso il cielo l’ultimo volo.

A. G.

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In occasione del mese di ottobre, che vede la comunità ecclesiale impegnata nella preghiera e nella sensibilizzazione a favore dell’impegno missionario, accompagnata dalla protezione della Vergine Maria, la parrocchia di Campolattaro, nell’anno straordinario del giubileo, organizza un tour per le case delle famiglie che desiderano ricevere la statua della Madonna pellegrina e riunirsi in preghiera.

Un’occasione preziosa di condivisione, per affidare a Maria, la Madre di Gesù e della Chiesa, le intenzioni personali e rafforzare i legami di fraternità.

Le famiglie che desiderano ospitare la statua della Madonna Pellegrina possono comunicarlo al parroco o ai collaboratori.

Durante la permanenza, si invita a riunirsi in preghiera con parenti, vicini e amici, recitando insieme il Santo Rosario.

Che la preghiera alla Vergine Maria, supporto per le missioni, porti pace, speranza e benedizione a tutte le persone di Campolattaro.

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Si avvicina la stagione della raccolta delle olive, un momento cruciale in queste zone dell’entroterra sannita, che vede impegnate tante famiglie e lavoratori che, per l’occasione, si prendono i giorni di ferie a lavoro.

Un’attività, tra l’altro, capace di riattivare anche i pensionati dandogli una carica da “braccio di ferro”, visto l’impegno e la fatica che ci vuole, senza neanche consumare spinaci … ma un salutare “pane e puparuoli” per la pausa pranzo.

Si fa festa a lavoro, si interrompe la noia da pensionato quotidiano, qualcuno fa anche festa a scuola e … si salta la messa la domenica, perché si sa, se non corri la domenica in campagna, quando ci vai, visto che durante la settimana il tempo non è buono?

In effetti c’è questo comandamento un po’ “strano”, che ricorda di santificare le feste, ma senza impegno, perché poi se si lavora, giustamente, non è festa, … quindi non c’è nulla da santificare.

Scegliere di saltare la Messa, dottrinalmente parlando, si sa che è peccato mortale, perché si viola il terzo comandamento. Inutile dire che li trasgrediamo un po’ tutti gli altri nove, ma, per quanto riguarda il cattolico che, in questo periodo, va a messa la domenica solo se piove a “zeffunno”, mi viene da pensare che commette un doppio peccato, rivelando molto di più di una debolezza spirituale, dal momento che manifesta una imbarazzante mancanza di capacità organizzativa … anche se si sa muore sotto la pioggia!

“Padre, è uscita la buona giornata, Dio capirà.” Eccolo un miracolo eucaristico mancato! Quanti quintali di olive si raccolgono in un’ora? Forse se si riuscisse a capire che essere cattolici significa passare continuamente dal vangelo alla vita e dalla vita al vangelo, il problema organizzativo sarebbe risolto con la stessa efficienza che si usa per stendere le reti, “scotoliare” le piante e … portare le “cascette” al frantoio.

Perché se la Messa fosse davvero sentita come “fonte e culmine” della nostra settimana, non ci sarebbero scuse, ma soluzioni per salvare capre e cavoli, o forse è il caso di dire Gesù nell’orto degli ulivi?

Ho interrogato qualche chierichetto alle prime armi e le ha trovate da sole alcune soluzioni:

  1. Se la domenica volete svegliarvi alle 5 del mattino per andare a lavorare nei campi, potete andare il sabato a Messa, basta organizzarsi per chiudere la raccolta giusto un attimo prima e venire di sera … pure senza farsi la doccia, tanto Dio apprezza chi lavora nella vigna (e nell’uliveto) del Signore. Si passano giornate a scuotere i rami, se si dedica mezz’ora a scuotere l’anima non perdi il raccolto, ma ti raccogli.
  2. Di solito si raccoglie in gruppo, con i familiari, gli amici, i conoscenti … non potete fare i turni? “Tu vai alla Messa delle 8:30, a papà, io resto qui e non ti bestemmio addosso se manchi per un’ora. Poi andrò io a quella delle 11 e tu fai il bravo e continui sotto il sole.” È un meccanismo che utilizzano i lavoratori per non fermare l’attività a ora di pranzo, si potrebbe estendere al banchetto eucaristico … ribadendo che puoi anche venire “che panni da fatica” visto che dopo devi riprendere, quindi nessuno si offende e chi lo fa … è fetente!
  3. Se, poi, la compulsione del raccoglitore seriale fosse così patologica da non poter essere frenata, allora, niente paura, se ne parla con il parroco che, come al solito, deve risolvere tutto lui. E in questo caso sapete che fa? Celebra una messa per i casi più gravi. I parroci sono tutti d’accordo su questo e celebrerebbero volentieri, ma è più facile giustificarsi in nome della salute, perché lavorerai anche per giorni, dalla mattina alla sera, senza fermarti soprattutto di domenica, ma vuoi mettere, anche se l’olio è liquido, ci sarà sempre l’amico che ti dirà “almeno sai che ti mangi”.

Concludiamo con una preghiera … nun se po mai sape’ … Signore assisti i nostri amici raccoglitori di olive, che se si fanno male sarebbe l’ennesimo peccato mortale!

 

Uniti sotto la pioggia

Il parroco

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Per i ragazzi dai 12 ai 20 anni (scuole medie e superiori), un percorso in preparazione alla maturità della fede e della vita, girando per le strade di quel mondo che a tutti dovrebbe essere presentato prima di esservi assorbiti da grandi.

Per eventuali informazioni ed adesioni rivolgersi presso la segreteria dell’oratorio o ad Antonio Mancini.

Forza, fatevi coraggio, perché … chiù ne simmo e chiù belli parimmo!

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È stato pubblicato sul BURC n. 69 del 06/10/2025 il nuovo avviso pubblico Tirocini per l’attuazione del Programma di Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori (GOL).

Per quanto riguarda l’inserimento nelle attività socio-educative promosse dall’Oratorio e dal Centro d’Ascolto di Campolattaro, sono attivati i tirocini di inclusione della durata minima di 6 e massima di 9 mesi, nell’ambito del percorso 4 (Lavoro e inclusione), limitatamente alle indennità mensili di euro 500,00 conferite al tirocinante.

Si fa presente che il requisito di accesso prioritario resta la presa in Carico presso i servizi sociali professionali o sociosanitari. Di conseguenza, le persone interessate, possono chiedere informazioni presso la segreteria dell’oratorio e/o presso il centro d’ascolto, per poi essere indirizzate presso i servizi sociali del Comune di residenza.

Si sottolinea, altresì, che i progetti di inclusione per lo svolgimento delle attività dovranno prevedere come data di avvio il 31/12/2025data fine il 30/06/2026 (termini obbligatori).

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Accresci in noi la fede”

È la preghiera della comunità ecclesiale, rappresentata dagli Apostoli, rivolta al Signore, difronte all’incomprensibile ordinarietà dell’ingiustizia sociale; è il grido della Chiesa in terra di missione, che non regge il confronto con l’occidente e chiede aiuto; è la preghiera mancata di vescovi, preti, frati e suore, che non credono più nella cura delle vocazioni.

Nulla di scandaloso per i tempi di Gesù se, più o meno 600 anni prima di Cristo, il profeta Abacuc sentiva il bisogno di chiedere ragione a Dio del suo silenzio dinanzi all’incessante preghiera contro la violenza, l’iniquità, le rapine, le liti, le contese.

La denuncia è forte: il Signore è spettatore dell’oppressione, resta a guardare e non interviene, neanche quando sono coinvolti bambini, madri, famiglie. Siamo nella fase che precede l’ateismo pratico che porta a convincersi che se Dio non interviene nel mondo, allora non esiste.

Come si può ancora accettare che una terra è santa se, dopo aver accolto il popolo eletto e il Figlio di Dio, resta ancorata ad una ‘santità’ condivisa tra ebrei, cristiani e musulmani, ma non dal fondamentalismo politico radicale?

Il mese missionario

Inizia il mese missionario, per prassi dedicato alla riflessione, preghiera e azione per le terre di missione. Inizia, per noi, come al solito, dopo aver festeggiato San Francesco d’Assisi, in un primo fine settimana dal clima autunnale, che ci ricorda la fine di settembre e delle ultime timide possibilità di programmare una vacanza lastminute.

Come ogni anno, espongo il mappamondo in chiesa e, questa volta, un gesto istintivo mi fa riflettere un attimo dopo averlo compiuto. Il baricentro si è spostato, non più in evidenza l’Africa, terra di missione per eccellenza, ma il Medio Oriente, la Terra Santa, Israele e Palestina.

Penso a Francesco d’Assisi e al suo incontro con il sultano, in Egitto. Un posto che da luogo di schiavitù si è trasformato in rifugio per la salvezza, per la famiglia di Nazareth ieri, per le famiglie palestinesi oggi.

La risposta del Signore e della Chiesa

Torniamo alla prima lettura, dopo lo sfogo del profeta sul silenzio di Dio, è il Signore stesso a rispondere, invitandolo a ‘sognare’ e a prendere ‘appunti’ perché si possa condividere, non temendo, perché ogni fenomeno sociale ha una sua scadenza.

Ricordo quando il mio papà, che ha frequentato la scuola durante il fascismo, raccontava delle rassicurazioni del suo professore: “non vi preoccupate, è un fenomeno sociale e come tale finirà”. Tutto ha una scadenza, così il nazismo, il comunismo, il colonialismo, … il genocidio di matrice neosionista.

Intanto, il cardinale Pizzaballa, ricordando che la Chiesa deve alimentare la speranza, soprattutto nell’anno del giubileo, ci invita ad essere positivi e accoglie con cautela i segnali delle ultime ore. Sembrerebbe, infatti, che Hamas abbia ipotizzato la liberazione dei prigionieri e si prepari a negoziare.

Andiamo in guerra?

Nel frattempo, venti di guerra soffiano dall’Est Europa, portando con sé la minaccia dei droni e la possibilità di una difesa senza precedenti.

Incalza, infatti, negli ultimi giorni, la notizia che presso le sedi dei Comuni è possibile prendere visione delle liste di nomi dei ragazzi che, in caso di necessità, saranno chiamati alle armi. Si tratta dei ragazzi che quest’anno hanno compiuto 17 anni, ai quali si ricorda che il servizio di leva obbligatorio non è stato soppresso, ma sospeso, quindi può essere ripreso, in qualsiasi momento, in caso di necessità.

Un’informazione, questa, amplificata dai mezzi di comunicazione, poiché la crescita dell’attenzione da parte dell’opinione pubblica è direttamente proporzionata alla crescita dell’ansia per la notizia che, se non è drammatica, non attira.

Eppure, dice lo storico, gli elementi ci sono tutti, poiché stiamo vivendo un periodo molto simile a quello precedente la prima guerra mondiale. Ancora una volta mi sembra un’affermazione ‘sensazionalista’, che non tiene conto dei cambiamenti socioculturali e politici, a oltre 100 anni di distanza.

Il giubileo dei missionari e dei migranti

Così torniamo al mese missionario che apre, in quest’anno speciale, con il giubileo dei missionari e dei migranti. Un abbinamento, questo, che dovrebbe far riflettere sul fatto che, se prima ci voleva una vocazione particolare per poter partire e raggiungere le terre di missione, oggi, invece, la missione arriva qui, a casa nostra e ci invita ad attivarci.

Non ci sono più scuse, la missione è qui e coinvolge tutti. Vi faccio notare che si parla di ‘migranti’ e non di ‘immigrati’. Perché sotto la protezione di Maria Solacium Migrantium c’è chi arriva dal deserto, dall’Europa dell’Est, dal Mediterraneo, dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale, dall’America Latina, ma anche chi parte dall’Italia, dalle aree interne della Penisola, dal Sud, dai paesi dell’entroterra Campano, dal Sannio, … da Campolattaro!

Vi invito a leggere l’articolo pubblicato ieri su Il Tammaro, basta andare sul sito o sulla pagina facebook del giornale e lo trovate. Non vi scoraggiate, è un po’ lunghetto, ma si parla di noi e della Chiesa. Di Quella Chiesa che sta perdendo la fede, che ha fallito su ciò che più doveva essergli connaturale, la pastorale delle vocazioni, per continuare, però, a percepirsi missionaria, in una terra, la nostra, dove i pochi preti superstiti, per sopravvivere, non possono che sentirsi tali, appunto missionari!

Cosa può fare la Chiesa in queste zone? In cosa consisterebbe la pastorale delle aree interne? A sentire i vescovi, i parroci dei paesi dovrebbero attivare percorsi di accompagnamento verso un processo “irreversibile” che porterà alla fine.

Signore, dove sei? Perché non rispondi? Spettatore silenzioso di questa violenza, per favore, accresci la fede nella Chiesa, … “accresci in noi la fede”.

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Caro don Cosimo,

la parrocchia di Campolattaro si è unita in preghiera, in comunione con la comunità di Paupisi, già nel pomeriggio di ieri (mercoledì 1 ottobre).

 

Vi giunga l’abbraccio più sentito e commosso di ognuno di noi. Come tutti, siamo profondamente scossi e addolorati per la terribile tragedia che ha colpito il vostro paese e tutta la comunità sannita.

 

In questo momento di dolore inimmaginabile per i parenti e gli amici più prossimi, di fronte a un evento che lascia senza parole e pieni di interrogativi, desideriamo farvi sapere che non siete soli.

 

Continueremo a pregare per le anime di Elisa e Cosimo, strappati prematuramente all’affetto dei loro cari e all’amore di Dio, affinché trovino pace eterna.

 

Le nostre preghiere più intense si elevano per Antonia, affinché il Signore le doni la forza di lottare e la grazia della guarigione. Chiediamo a Dio di sostenerla e di illuminare l’opera dei medici che si stanno prendendo cura di lei.

 

Siamo spiritualmente al vostro fianco, uniti nel dolore e nella speranza che, anche nelle tenebre, la luce della fede e l’amore fraterno possano offrire un po’ di conforto.

 

Possa la comunità di Paupisi trovare la forza nella fede e nel reciproco sostegno per affrontare questa prova durissima.

 

Ci preme, inoltre, farti sapere che il Centro di Ascolto della Zona Pastorale Tammaro è a completa disposizione con le sue risorse umane qualificate. Se qualcuno dovesse sentire la necessità di un supporto emotivo, di uno spazio di ascolto protetto o di una guida per affrontare il lutto e il trauma, il Centro è pronto a intervenire. Non esitare a farci sapere come possiamo attivare concretamente questo aiuto. La solidarietà all’interno dell’unica Chiesa beneventana deve essere forte.

 

Che il Signore vegli su tutti voi e vi doni la sua Pace

 

Il parroco

L’equipe del Centro d’Ascolto Tammaro

La Comunità tutta di Campolattaro

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Exemple

Le letture di oggi invitano a riflettere sul rapporto che abbiamo con la ricchezza che, dalle stesse parole di Gesù, non si esaurisce in una valutazione economica, ma coinvolge le relazioni, l’amicizia, in questo caso interessata e conquistata.

Per l’occasione verrebbe da dire che il fine giustifica i mezzi, ma questa espressione è pericolosa e, per forza di cose, va contestualizzata sempre nel caso particolare che, al di là delle possibilità legali, deve rispondere a criteri di giustizia.

Il giubileo degli operatori di giustizia

A tal proposito, ieri si è celebrato il giubileo degli operatori di giustizia che, per l’occasione, hanno incontrato papa Leone. Il pontefice ha ricordato che “uno Stato senza giustizia non è uno Stato”. Perché possiamo anche moltiplicare le leggi e, a suon di decreti e ordinanze, dare una giustificazione giuridica alle azioni più discutibili, ma la giustizia è un’altra cosa.

La deportazione degli ebrei, durante il ventennio fascista, era supportata dalla legge e permessa dal governo; come oggi, il genocidio nella striscia di Gaza è riconosciuto da parte della comunità internazionale come legittima azione di difesa di Israele, edulcorato da un linguaggio funzionale allo scopo. Durante la repressione nazista la Chiesa emise certificati di battesimo falsi per salvare gli ebrei, commettendo un illecito; oggi ci irrigidiamo difronte alle nuove forme di famiglia, soprattutto quando i loro membri manifestano timidi segnali di avvicinamento.

Ritorniamo, pure, alla domanda su come ci siamo conquistati le nostre ricchezze, ma andiamo avanti e continuiamo a riflettere sull’utilizzo dei beni, la loro destinazione universale, la pari dignità di tutti gli esseri umani e, quindi, l’accesso universale ai servizi di prima necessità, come, ad esempio, l’acqua. Perché, non so se avete sentito e, a dire il vero, non ho neanche verificato se la notizia è vera, ma sembrerebbe che per Gaza si stia pensando di togliere l’acqua, così da stanare gli ultimi coraggiosi.

Sensibilizzare alla prossimità

Se è vero che il prossimo che il Signore chiede di amare è vicino a noi, è altrettanto vero che anche le ricchezze che abbiamo non sono lontane. A mo’ di battuta: cari mogli, come avete conquistato i vostri mariti? Cari mariti, come vivete l’appartenenza alla vostra famiglia?

Quando viviamo i conflitti relazionali e, a volte, proprio con la persona che amiamo non siamo in grado di confrontarci, chiediamoci, ancora, come è nato quel rapporto e, se c’è qualcosa da rivedere, affinché si possa vivere l’esperienza della resilienza trasformatrice.

Volendo stare sul pezzo, trovo ironicamente paradossale che la riflessione sulla ricchezza in contrapposizione a Dio, grazie al vangelo proposto, arrivi proprio nella domenica indicata dalla Chiesa italiana per la Giornata nazionale di sensibilizzazione per il sostentamento del clero. Parlarne mi imbarazza e, se ci penso, mi sa che non mi era mai capitato di toccare questo argomento in tanti anni di predicazione.

Riesco a piegarmi alla questione se la collego ai progetti che la Chiesa porta vanti con l’8xmille e alle attività che, come comunità di battezzati, saremmo chiamati a supportare nei nostri territori. Avete visto tutti l’intervista sul Centro d’Ascolto, “estorta” a sorpresa, poiché i cronisti erano venuti in paese per la mostra sui miracoli eucaristici e, poi, sono rimasti colpiti dalla presenza dello sportello zonale. Purtroppo dobbiamo ritenerci fortunati che stia andando bene, soprattutto alla luce delle difficoltà che sta subendo la caritas diocesana in queste settimane, con la forzata e, ci auguriamo, provvisoria sospensione dei servizi, a causa dello “sfratto”.

Ancora a proposito di utilizzo delle ricchezze, un’altra associazione mi viene con il convegno celebrato in settimana, organizzato sempre dalla Caritas, sulla piaga della ludopatia. Non possiamo restare indifferenti sulla questione, perché interessa troppo le nostre zone. Mi dispiace per chi soffre di questa dipendenza e ha tutta la mia comprensione chi riconosce il disturbo e decide di farsi aiutare. Ciò non toglie, però, che non si può tollerare la tendenza e neanche nascondere che il fenomeno coinvolge troppe persone, soggetti insospettabili che sono disposti a percorrere chilometri per restare anonimi.

Un segnale di speranza al termine dell’estate

Cambiamo registro e, restando sull’onda del momento cavalcata dalla Chiesa per mostrare la sua vitalità, ricordiamo che, in settimana, sarà celebrato il giubileo dei catechisti. Siamo all’inizio dell’anno scolastico e delle attività pastorali e, quindi, riprende anche la catechesi dei fanciulli … e non solo!

Questa cosa che il “catechismo” cammini con la scuola non mi è mai piaciuta. L’accettiamo, anche perché, con la prossima chiusura dell’Istituto scolastico, non sapremo neanche se ci saranno più i presupposti. Parafrasando il messaggio del film Un mondo a parte, quando chiude la scuola, in un paese, finisce tutto, anche la Chiesa, lì dove un po’ di vita in parrocchia si vede ancora grazie ai ragazzi che frequentano l’oratorio.

Queste sono le prospettive, anche se un piccolo segnale di speranza, nella nostra comunità, arriva da questi ragazzi che, andando controcorrente, hanno deciso di restare in paese e, proprio oggi, chiedono il battesimo per il loro figlio, il piccolo Roberto.

Così, siamo a due battesimi in poche settimane. Che cosa significa? Che se mamma, papà, madrina e padrino manterranno la promessa, tra qualche anno ci saranno due bambini che, in qualche modo, dovranno proseguire l’itinerario di iniziazione cristiana avviato dai genitori. Dovremmo sentirci, già da ora, tutti responsabili, chiedendoci adesso come questo sarà possibile e lavorando, in questo momento, affinché Roberto e la sua famiglia possano sentire il sostegno della comunità credente.

Le nostre ricchezze

Se ci risulta difficile rispondere vuol dire che abbiamo qualche problema con l’intelligenza emotiva. Proviamo a rispondere, poniamo sul tavolo ciò che abbiamo a cuore, associamo le emozioni ad una identità e, così, avremo compiuto un passo importante verso la conoscenza di quella parte di noi creata ad immagine di Dio.

Ma non basta! Siamo a metà dell’opera. Dopo aver compreso a cosa siamo legati, dobbiamo porci un’altra domanda, ancora più insidiosa: come ci siamo conquistati queste ricchezze? Con scaltrezza, disonestà, scendendo a compromessi …

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