La pace passa attraverso l’orgoglio di essere diversi

Posted on Luglio 6, 2025

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La pace passa attraverso l’orgoglio di essere diversi

“Rallegratevi con Gerusalemme,
esultate per essa tutti voi che l’amate.
Sfavillate con essa di gioia
tutti voi che per essa eravate in lutto.”

Ci vuole coraggio a proclamare questo annuncio di gioia in questa calda prima domenica di luglio! All’imbarazzo delle scorse settimane, dove ripetutamente si nominava Israele, fortunatamente per indicare il popolo di Dio, oggi si aggiunge l’invito a rallegrarsi con la città simbolo della Terra Santa.

Ci pensavo questa notte ed, in effetti, se è vero che Israele è il popolo di Dio, allora Gerusalemme è la città non di una nazione, ma di questa popolazione che, in tre modi diversi, interpreta la stessa paternità divina.

Il Dio di Gerusalemme è il Dio di Abramo, Isacco, … Ismaele! Perché è Lui che è riconosciuto tale da ebrei, cristiani e musulmani. Ed, allora, l’invito a rallegrarsi è rivolto a quel popolo credente rappresentato simbolicamente dalla città santa.

Lo vediamo indicato nel quadro che abbiamo di Maria Migrante. In basso c’è quell’immagine fortemente significativa, di un muro dove da un lato si piange su ciò che resta di un tempio distrutto e dall’altro si impone maestosa la cupola d’oro della moschea. Mi piace pensare che i mattoni di quel muro rappresentino i cristiani, che marcano il confine e, solo loro, oggi, estate 2025, annunciano la pace alle altre due culture che, invece, si fanno la guerra.

Non ci sono lavoratori

Il brano del Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di questo, l’annuncio della pace. È arrivata l’estate, fa caldo, siamo chiamati ad uscire e ad andare a mettere in pratica ciò che abbiamo imparato durante l’itinerario educativo invernale.

Ci avete mai pensato che i tempi forti dell’anno liturgico e le attività formative, sono in inverno? Il motivo è semplice, in inverno si studia (ed infatti le scuole stanno aperte) e in estate si esce, sfruttando il tempo libero per intensificare l’azione a favore della pace.

Il richiamo agli operai che sono pochi è interessante. Mi viene in mente quanto osservato dal Centro d’Ascolto: una volta venivano a chiedere lavoro, oggi, invece, a quanto pare, torniamo al Vangelo, poiché mancano i lavoratori.

Non voglio offendere nessuno, ma mantenendomi nella cornice della storia del popolo eletto, sembrerebbe che la diaspora coinvolga i giovani intellettuali e noi dobbiamo accontentarci del resto d’Israele, fedele alla terra, questa volta per pigrizia, chiuso alla possibilità di crescere e contribuire alla ripresa del territorio.

Non è possibile che si preferisca arrangiare come muratori e camerieri, anziché accogliere una proposta d’impegno sociale, retribuita secondo i contratti nazionali di lavoro, che oltre a darti la “pagnotta”, ti pone nella condizione di apportare un contributo allo sviluppo integrale della nostra area interna. A questo punto, visto che lo vuoi tu, è veramente il caso di dire: “ma vai a zappare la terra”.

Uscire per annunciare la Pace

Chi accoglie la proposta di Gesù, invece, è chiamato ad uscire, andare oltre, per annunciare la pace. Trovo interessante il passaggio sul possibile fallimento: “prima dite: Pace a questa casa!. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi”. Mi rincuora sapere che se pure non vengo accolto, non devo demoralizzarmi, anzi, me ne andrò con la pace dentro, perché quell’annuncio ritornerà su di me.

Cosa accade quando interveniamo nei conflitti a nostra portata di mano? Siamo in grado di far pace con la persona che amiamo? Riusciamo ad intervenire, affinché i conflitti rientrino? Ci sentiamo una nullità se l’altro non comprende il nostro amore e resta nel silenzio? Se l’amore che io vorrei condividere con il prossimo mi dovesse tornare indietro, vorrà dire che resterà con me e andrò avanti con il cuore in pace. Purtroppo non è così semplice e, quindi, non bisogna arrendersi.

Nella rassegna stampa delle prime pagine dei giornali di oggi notavo la solita divergenza tra i titoli in primo piano. La questione più importante sembrerebbe essere quella dei dazi di Trump e non le guerre in atto. Addirittura si annuncia la tragedia (e sicuramente lo è) dei ragazzi morti annegati al campo estivo e non si tiene presente dei bambini che ogni giorno muoiono a Gaza e, nelle ultime ore, a quanto pare, anche a Kiev.

Maria Goretti e l’inferno interiore

A proposito di bambini vittime, oggi si ricorda anche Santa Maria Goretti. Tutti conosciamo la sua storia. Per sfuggire ad uno stupro, arriva a farsi ammazzare, ma prima perdona il suo assassino e raccomanda la sua anima a Dio, affinché non sia dannata.

L’attenzione la rivolgo proprio ad Alessandro Serenelli, l’assassino. Arrestato, resta in carcere per 27 anni, si converte, comprende il suo errore e, quando esce, va a vivere con i frati francescani cappuccini, restando in convento fino alla morte.

Per una associazione strana nella mia testa, il sentire di Alessandro, che posso solo vagamente ipotizzare, mi rimanda ad un’altra emozione che non mi appartiene, ma che mi risuona dentro e arriva da don Matteo, non quello della fiction, ma il prete di 35 anni, impegnato in oratorio con i giovani, che ieri si è tolto la vita, apparentemente senza mai aver dato segnali di disagio … così dice l’opinione pubblica.

È solo la punta dell’iceberg. Il malessere tra i sacerdoti è dilagante e, anche se non porta al gesto estremo, è certamente la causa di molti problemi che riguardano il clero nella Chiesa. Una volta sarebbe stato uno scandalo, ora si è capito che non c’è nulla di male ad ammazzarsi!

Detta così suona strano, ma ho usato volutamente questa espressione per alzare l’attenzione sul pericolo dello scandalo nella Chiesa. Abbiamo fatto dei passi avanti e oggi sembrerebbe che si affrontino le questioni da un punto di vista più umano, perché, forse, è proprio questo che è venuto a mancare negli uomini e nelle donne di Chiesa, l’umanità.

Il Pride 2025

Torniamo a Gerusalemme e al suo significato multiculturale. La città santa è la città delle diversità religiose che, radicate nel tessuto sociale, esprimono la complessità culturale. Anche qui, con una delle mie associazioni acrobatiche, penso che Gerusalemme possa celebrare le differenze così come è accaduto in questi giorni al Pride di Napoli.

Ci avete fatto caso? Non lo hanno promosso come gay pride, ma come pride. Forse mi illudo, ma se di orgoglio si può parlare, è solo nei termini di una riscoperta di tutte le diversità, perché ognuno di noi, per parafrasare Carlo Acutis, è un originale a colori, che rischierà di assomigliare all’altro se fotocopiato, in più occasioni, in bianco e nero.

I tempi cambiano, una volta la Chiesa non avrebbe partecipato al gay pride, nonostante qualche ricerca di parte sembrerebbe affermare che i preti omosessuali sono la maggioranza in termini percentuali. Oggi, l’integrazione è scontata e auspicata. Non accoglienza, perché un figlio che torna a casa non è un ospite, ma integrazione di ogni membro all’interno della propria famiglia.

A te che oggi non eri in Chiesa e che forse hai letto fino alla fine, non chiuderti all’amore, rischieresti di sbattere con la testa nel muro e di farti male, come gli ebrei al muro del pianto. La rigidità non è dei cristiani, come la gioia è solo per chi è in grado di accogliere in dono l’amore, perché l’inferno è dentro di te e l’altro è solo una possibilità per trovare la Pace.