“Accresci in noi la fede”
È la preghiera della comunità ecclesiale, rappresentata dagli Apostoli, rivolta al Signore, difronte all’incomprensibile ordinarietà dell’ingiustizia sociale; è il grido della Chiesa in terra di missione, che non regge il confronto con l’occidente e chiede aiuto; è la preghiera mancata di vescovi, preti, frati e suore, che non credono più nella cura delle vocazioni.
Nulla di scandaloso per i tempi di Gesù se, più o meno 600 anni prima di Cristo, il profeta Abacuc sentiva il bisogno di chiedere ragione a Dio del suo silenzio dinanzi all’incessante preghiera contro la violenza, l’iniquità, le rapine, le liti, le contese.
La denuncia è forte: il Signore è spettatore dell’oppressione, resta a guardare e non interviene, neanche quando sono coinvolti bambini, madri, famiglie. Siamo nella fase che precede l’ateismo pratico che porta a convincersi che se Dio non interviene nel mondo, allora non esiste.
Come si può ancora accettare che una terra è santa se, dopo aver accolto il popolo eletto e il Figlio di Dio, resta ancorata ad una ‘santità’ condivisa tra ebrei, cristiani e musulmani, ma non dal fondamentalismo politico radicale?
Il mese missionario
Inizia il mese missionario, per prassi dedicato alla riflessione, preghiera e azione per le terre di missione. Inizia, per noi, come al solito, dopo aver festeggiato San Francesco d’Assisi, in un primo fine settimana dal clima autunnale, che ci ricorda la fine di settembre e delle ultime timide possibilità di programmare una vacanza lastminute.
Come ogni anno, espongo il mappamondo in chiesa e, questa volta, un gesto istintivo mi fa riflettere un attimo dopo averlo compiuto. Il baricentro si è spostato, non più in evidenza l’Africa, terra di missione per eccellenza, ma il Medio Oriente, la Terra Santa, Israele e Palestina.
Penso a Francesco d’Assisi e al suo incontro con il sultano, in Egitto. Un posto che da luogo di schiavitù si è trasformato in rifugio per la salvezza, per la famiglia di Nazareth ieri, per le famiglie palestinesi oggi.
La risposta del Signore e della Chiesa
Torniamo alla prima lettura, dopo lo sfogo del profeta sul silenzio di Dio, è il Signore stesso a rispondere, invitandolo a ‘sognare’ e a prendere ‘appunti’ perché si possa condividere, non temendo, perché ogni fenomeno sociale ha una sua scadenza.
Ricordo quando il mio papà, che ha frequentato la scuola durante il fascismo, raccontava delle rassicurazioni del suo professore: “non vi preoccupate, è un fenomeno sociale e come tale finirà”. Tutto ha una scadenza, così il nazismo, il comunismo, il colonialismo, … il genocidio di matrice neosionista.
Intanto, il cardinale Pizzaballa, ricordando che la Chiesa deve alimentare la speranza, soprattutto nell’anno del giubileo, ci invita ad essere positivi e accoglie con cautela i segnali delle ultime ore. Sembrerebbe, infatti, che Hamas abbia ipotizzato la liberazione dei prigionieri e si prepari a negoziare.
Andiamo in guerra?
Nel frattempo, venti di guerra soffiano dall’Est Europa, portando con sé la minaccia dei droni e la possibilità di una difesa senza precedenti.
Incalza, infatti, negli ultimi giorni, la notizia che presso le sedi dei Comuni è possibile prendere visione delle liste di nomi dei ragazzi che, in caso di necessità, saranno chiamati alle armi. Si tratta dei ragazzi che quest’anno hanno compiuto 17 anni, ai quali si ricorda che il servizio di leva obbligatorio non è stato soppresso, ma sospeso, quindi può essere ripreso, in qualsiasi momento, in caso di necessità.
Un’informazione, questa, amplificata dai mezzi di comunicazione, poiché la crescita dell’attenzione da parte dell’opinione pubblica è direttamente proporzionata alla crescita dell’ansia per la notizia che, se non è drammatica, non attira.
Eppure, dice lo storico, gli elementi ci sono tutti, poiché stiamo vivendo un periodo molto simile a quello precedente la prima guerra mondiale. Ancora una volta mi sembra un’affermazione ‘sensazionalista’, che non tiene conto dei cambiamenti socioculturali e politici, a oltre 100 anni di distanza.
Il giubileo dei missionari e dei migranti
Così torniamo al mese missionario che apre, in quest’anno speciale, con il giubileo dei missionari e dei migranti. Un abbinamento, questo, che dovrebbe far riflettere sul fatto che, se prima ci voleva una vocazione particolare per poter partire e raggiungere le terre di missione, oggi, invece, la missione arriva qui, a casa nostra e ci invita ad attivarci.
Non ci sono più scuse, la missione è qui e coinvolge tutti. Vi faccio notare che si parla di ‘migranti’ e non di ‘immigrati’. Perché sotto la protezione di Maria Solacium Migrantium c’è chi arriva dal deserto, dall’Europa dell’Est, dal Mediterraneo, dal Medio Oriente e dall’Asia Centrale, dall’America Latina, ma anche chi parte dall’Italia, dalle aree interne della Penisola, dal Sud, dai paesi dell’entroterra Campano, dal Sannio, … da Campolattaro!
Vi invito a leggere l’articolo pubblicato ieri su Il Tammaro, basta andare sul sito o sulla pagina facebook del giornale e lo trovate. Non vi scoraggiate, è un po’ lunghetto, ma si parla di noi e della Chiesa. Di Quella Chiesa che sta perdendo la fede, che ha fallito su ciò che più doveva essergli connaturale, la pastorale delle vocazioni, per continuare, però, a percepirsi missionaria, in una terra, la nostra, dove i pochi preti superstiti, per sopravvivere, non possono che sentirsi tali, appunto missionari!
Cosa può fare la Chiesa in queste zone? In cosa consisterebbe la pastorale delle aree interne? A sentire i vescovi, i parroci dei paesi dovrebbero attivare percorsi di accompagnamento verso un processo “irreversibile” che porterà alla fine.
Signore, dove sei? Perché non rispondi? Spettatore silenzioso di questa violenza, per favore, accresci la fede nella Chiesa, … “accresci in noi la fede”.



