Credo in Te perché tra le fiamme non ti vedo

Posted on Agosto 10, 2025

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Credo in Te perché tra le fiamme non ti vedo

Per in ostri padri è giunta la notte della liberazione, quando toccherà a noi? Non è dato saperlo e, quindi, per ora, non ci resta che aggrapparci alle fede.

Le letture che sono state proclamate in chiesa, per questa domenica di mezza estate, invitano a riflettere sull’intervento di Dio nella storia e, in particolare, nella vita personale di ognuno. Come per Abramo e Sara, dovremmo chiederci cosa ci è accaduto in questi anni e valutare se le scelte che abbiamo compiuto sono state guidate dalla fede. Sarebbe un bell’esame di coscienza!

La seconda lettura inizia con Paolo che definisce la fede: “la fede è fondamento di ciò che si spera e prova di ciò che non si vede”. Ciò in cui speriamo lo sappiamo, o almeno così dovrebbe essere, perché contrariamente vivremmo nella disperazione.

Un po’ più difficile è avere la prova dell’esistenza di qualcosa che non si vede. Per fortuna la fede, però, riguarda Dio e solo il suo surrogato coinvolge l’uomo, ossia la fiducia. Perché non si può avere fede in una persona senza rischiare di ergerla a Dio, come non si può avere fiducia nel Signore senza il pericolo di ridurre il rapporto ad una relazione dalle dinamiche umane.

Ma noi questo siamo, esseri umani e, quindi, non possiamo che aggrapparci alla fede per dare un senso a ciò che accade. Perché oltre ogni possibile ragionevole riflessione, ci vuole fede per accogliere ciò che accade.

Di situazioni se ne potrebbero riportare tante. Quando eravamo più giovani, ad esempio, ricordo come rimasi frenato difronte alla possibilità di andare in missione per qualche mese, quando chi tornava dall’Africa, raccontava che, al suo arrivo, era stato accolto da bambini che, alla sua ripartenza, non c’erano più.

Sarà pure banale ricordarlo, ma la missione si può vivere anche qui. Perché ci vuole una grande botta di fede per andare a scavare dei cadaveri di bambini morti sotto le macerie di un ballatoio che crolla, o andare a raccogliere i pezzi di corpi straziati da una funivia precipitata. Come può servire recuperare la propria fede dopo che sei stato in un reparto di pediatria oncologica per salutare, per l’ultima volta, un piccolo malato terminale. Ancora, per fede ti senti mosso dal desiderio di creare le condizioni perché dei ragazzi, più sfortunati dei loro compagni, sono costretti a lasciare il loro focolare domestico, per essere collocati in una comunità educativa. Per fede accetti anche che un padre di tre bambini possa morire con l’infarto ed un adolescente perdere la vita con un incidente stradale. Per fede, infine, ascolti a fatica l’urlo delle anime innocenti che salgono al cielo dalla Palestina, dall’Ucraina, dalla Nigeria o dal Congo.

Dire che ci vuole fede, in questi casi, significa coinvolgere Dio e pretendere che continui a credere ancora in noi anche se, dopo questo e non solo, siamo ‘incazzati’ con Lui. Perché sarebbe inutile arrabbiarsi con chi non capisce, non risolveremmo nulla e staremmo solo peggio. Con Dio, invece, ne vale la pena, perché è Padre e comprende lo sfogo di un figlio che può anche arrivare a mandarlo a quel paese.

Ma come si cura la fede? Non basta la preghiera. Gli uomini di fede non sono quelli che si limitano a pregare. C’è un’espressione latina, un po’ “pesante”, che aiuta a capire: il depositum fidei. Per deposito della fede, in parole semplici, si intende la dottrina, il contenuto della fede, la Parola di Dio che, interpretata dalla Chiesa, arriva a noi anche attraverso i contenuti del Catechismo della Chiesa Cattolica.

In altre parole, per crescere nella fede bisogna studiare. Non può esserci fede matura senza il contributo della ragione, se volete, delle scienze. Per millenni e fino a qualche secolo fa, la scienza dominante era la filosofia, oggi, fortunatamente, assistiamo all’avanzata del pratico sulla rappresentazione simbolica e, di conseguenza, agli uomini di fede e alla comunità ecclesiale interessano tutti i contesti sociali, dall’agire politico alle questioni giovanili, dall’attività fisica al tempo libero, dalla vita affettiva alle problematiche familiari, dalla ricerca genetica alla fisica quantistica, etc.

Il segreto, per comprendere dove rivolgere la nostra attenzione, lo svela Gesù nel Vangelo che abbiamo ascoltato: “dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”.

Sarebbe scontato dire che il nostro tesoro è in Dio. Troppo semplice, poco compromettente, escluderebbe il confronto con gli altri e con me stesso.

L’idea che non si debba nascondere una lampada accesa mi rimanda alla foto che sta girando, da qualche ora, del nostro vescovo, in questi giorni in Albania. Non l’abbiamo mai visto in t-shirt rossa, a mezze maniche e cappellino di paglia, ma neanche riuscivamo ad immaginarcelo con un bambino in braccio, palesemente in stato di indigenza. Come più volte ho avuto modo di spiegare, ben venga se si accendono i riflettori su ciò che si fa, ma ciò ha senso solo se al centro si pone il messaggio, la buona notizia, la proposta di Gesù, il Vangelo dei poveri.

Credo che il nostro tesoro sia lì, in ciò che non cogliamo:

nel silenzio che non comprendiamo,

nel dramma che affrontiamo,

nel forestiero che non accogliamo,

nel cuore che continua a battere dall’interno e fa finta di non sentire il richiamo di chi bussa da fuori, perché vorrebbe tornare in pace a casa sua, senza sentirsi come quel ladro non atteso e non gradito.

A. G.