Oggi, 24 agosto, la diocesi di Benevento celebra, in maniera solenne san Bartolomeo Apostolo. Quest’anno, capitando di domenica, poiché si tratta del patrono principale, il vescovo ricorda di sostituire il formulario con quello proprio e, quindi, diversamente dal resto del mondo cattolico, dai noi si leggono altre letture. Per questo motivo, chi è andato in chiesa, non ha trovato i foglietti della Messa, poiché, quelli che utilizziamo di solito, sono nazionali.
La pagina di Vangelo che ascoltiamo è tratta da Giovanni che racconta la chiamata di Natanaele, l’apostolo presentato a Gesù da Filippo, che gli altri tre vangeli chiamano, appunto, Bartolomeo.
Parlare degli apostoli significa guardare in faccia la Chiesa e coglierne i suoi tratti nella storia, consapevoli che, fin dalle sue origini, si è mostrata sempre santa e peccatrice.
Nel racconto della chiamata di Bartolomeo, ritroviamo l’importanza dell’intermediazione tra l’uomo e Dio, tra l’umanità e Gesù Cristo, rappresentata dalla figura di Filippo. Fateci caso, le migliori relazioni interpersonali tra il Padre e i suoi figli avvengono sempre tramite una terza persona. Così sarà, ad esempio, per la chiamata di Samuele nel tempio, ma anche Maria con l’Arcangelo Gabriele o lo stesso Gesù quando chiama Pietro.
Uno dei problemi di questa società contemporanea, infatti, dove la Chiesa sembra arrivare sempre seconda, è la mancanza di testimoni autorevoli, figure carismatiche che sappiano indirizzare il popolo verso la giustizia. A tal proposito Pietro, nella prima lettura invita a riflettere in tal senso.
Una piaga, diffusissima da queste parti, è il pregiudizio che, nel caso di Natanaele, è collegato alla brutta abitudine di classificare le persone secondo la loro provenienza: “può venire qualcosa di buono da Nazareth?”. Giudicare le persone in base alle origini, alla cultura di provenienza, al colore delle palle, alla religione, significa non accogliere la novità e, di conseguenza, chiudere con la possibilità di confrontarsi per migliorarsi. Questo atteggiamento può portare all’isolamento e alla solitudine, e può far perdere di vista il valore dell’umanità comune.
L’intermediazione è fondamentale nelle comunicazioni sociali lì dove, però, questa non è vista come sterile raccomandazione, ma sana preoccupazione che l’altro venga visto per quello che è. Su questo ci torniamo più avanti.
La giustizia di Dio non si limita a seguire la legge, poiché i “migliori” crimini nella storia dell’umanità sono stati perpetrati da legittimi governi nel pieno dei loro poteri esecutivi. Perché è legittimo, per il governo d’Israele, attaccare Gaza, o per il presidente della Russia invadere l’Ucraina. Mentre scrivo arriva la notizia del raid di Israele in Yemen, tutto legale, l’attacco non arriva dai terroristi, ma dal governo in carica. Come, in Italia, in passato era regolata per legge la deportazione degli ebrei e, oggi, è legale sopprimere una vita entro il terzo mese di gravidanza. La giustizia, invece, rispetto alla legalità, cerca di comprendere e di aiutare, piuttosto che di prevenire con la forza e condannare a morte.
Ora, poiché la Chiesa siamo noi, siamo chiamati a vivere questa giustizia, a essere strumenti di intermediazione tra l’uomo e Dio, come Filippo con Bartolomeo, accettando il rischio del fallimento, consapevoli che, al momento giusto, ci penserà Gesù a capovolgere la logica, a pensarci bene, rispondendo a tono alle provocazioni: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità».
Perché se è vero che non ti aspetti nulla di buono da Nazareth, è altrettanto vero, sembrerebbe ascoltando Gesù, che non è facile trovare un israelita onesto, trasparente, privo di falsità.
Oggi la distinzione tra Israele e popolo ebraico è fondamentale, anche se forzata. Israele sta agli ebrei come la politica sta al popolo. La prima è da giudicare, il secondo da difendere.
Torniamo su Natanaele per renderci conto che basta poco per stimolare la conversione e aiutare gli altri a riprendersi. In due battute Bartolomeo cambia visione dell’altro. Dal nulla di buono che può venire da Nazareth al “maestro, figlio di Dio e re d’Israele”.
Vi rendete conto del salto? A quel poco di buono che veniva dalla periferia, dall’entroterra, dalle montagne, gli viene riconosciuta la bontà dell’insegnamento, la provenienza da Dio e, soprattutto, l’autorevolezza su Israele. Quanto è forte, oggi, quest’ultimo aspetto, alla luce di ciò che sta accadendo in Palestina!
Ma cosa ha provocato questo repentino cambiamento in Bartolomeo? È bastato che Gesù gli dicesse di averlo visto sotto l’albero di fico, prima ancora che Filippo lo chiamasse. Questa è alta teologia e, forse, proprio per questo, profonda psicologia. Prima che la Chiesa ci chiami, il Signore già ci conosce e sa che non possiamo farcela da soli. Per cambiare, a Bartolomeo è bastato essere visto!
Perché il problema nelle relazioni è proprio la carenza di attenzioni reciproche: se oggi una coppia non funziona, è perché l’uno non vede l’altra; se un figlio esprime delle difficoltà a scuola è perché, forse, a casa non è visto dai genitori; se un lavoratore, all’improvviso, non compie più il suo dovere, forse è perché è trascurato; se un prete si perde, potrebbe essere stato abbandonato; etc. etc.
Il virus globale di questa generazione è la solitudine e la depressione è la sua conseguenza. Le persone continuano ad ammazzarsi e, ogni tanto, sentiamo che qualcuno sparisce, portandosi dietro un vissuto che, volontariamente, si cerca di nascondere, facendo finta di meravigliarsi, perché tutto sembrava normale finché non se ne parla a “Chi l’ha visto?”. Verrebbe da rispondere: nessuno … quando era in mezzo a noi, mentre ora lo vedono tutti!
San Bartolomeo, patrono della diocesi di Benevento, intercedi per noi e aiutaci a vedere la Chiesa, prima che si perda definitivamente.



