È il tempo dell’attesa per chi guarda verso il futuro aspettando di celebrare il natale.
Tutti gli anni, nelle prime domeniche di dicembre, ribadiamo sempre lo stesso concetto: la prima fase dell’avvento ci proietta in avanti, verso ciò che non ancora è accaduto.
Come cristiani siamo profeticamente chiamati a penetrare con lo sguardo il presente per cercare di cogliere qualche elemento che ci aiuti a comprendere dove stiamo andando. È il successo del sognatore che, alla Martin Luther King, immagina per i propri figli un mondo senza violenza, dove tutti possano vivere pacificamente insieme.
Mi piace pensare che, da bravo pastore cristiano, Martin conoscesse le scritture e si fosse lasciato ispirare dal profeta Isaia, in particolare dalla pagina che la Chiesa propone per la seconda domenica di Avvento. Sogna, il profeta, come il pastore e descrive un mondo diverso, dove il lupo andrà a vivere insieme all’agnello, il leopardo dormirà con il capretto, il vitello e il leone mangeranno insieme, la mucca e l’orsa andranno a passeggiare come vecchie amiche, il leone mangerà la paglia e non un essere vivente suo simile. Sogna, il ragazzo, un mondo più a misura dei piccoli, dove il lattante potrà giocare nella tana dei serpenti e il bambino toccare con mano il serpente velenoso.
Immagini che rasenterebbero la poesia, se non fosse per il fatto che sono portatrici di un messaggio forte, contro chi alimenta la violenza.
Circa 700 anni dopo, toccherà a Giovanni battista stimolare le coscienze, questa volta con un discorso più crudo, da persona che veste di peli di cammello e mangia le cavallette con il miele selvatico. Raccoglie gli abitanti di Gerusalemme, del regno di Giuda e delle aree interne lungo il fiume, per invitarli alla conversione integrale e non solo parziale.
Mi colpisce che, come sottolinea l’evangelista, queste persone, dopo aver confessato i loro peccati e aver aderito alla proposta di cambiamento, continuano ad essere trattati male da Giovanni che insiste, chiamandoli “razza di vipere”. Il dichiarare il senso di appartenenza non basta, bisogna fare “frutti degni della propria conversione”. È troppo facile nascondersi dietro un’etichetta, professarsi cattolici, frequentare la Chiesa, senza un’azione concreta che accompagni queste prese di posizione.
Al momento giusto Giovanni si mette da parte e indica Gesù come il salvatore. La Chiesa sarà uno strumento che egli ci fornirà per uscircene nel migliore dei modi. Dal mandato sono trascorsi più di duemila anni e, oggi, papa Leo ribadisce che la Chiesa non può stare in silenzio difronte alle ingiustizie.
Siamo alla vigilia dell’Immacolata e, quindi, riflettendo su questi aspetti, mi viene in mente l’allestimento del presepe. Penso alla sua rappresentazione, alla Betlemme attualizzata nei secoli e giunta fino ai giorni nostri, alla recita dei pastori napoletani e mi chiedo se sono loro a rappresentarci o, al contrario, siamo noi a recitare quella parte, perché tutto sommato, non solo si è sempre fatto così, ma è anche questa la mia vita!
Intanto il messaggio è chiaro: il Figlio di Dio si incarna nella storia attuale, nella nostra vita, sia che siamo pizzaioli, fabbri o pescivendoli, sia che ci attiviamo come dipendenti o liberi professionisti.
Vi parlo di questo per lanciare un’iniziativa che abbiamo pensato con i ragazzi del percorso di cresima: il concorso dei presepi. Chi lo gradisce, durante le feste di Natale, riceverà la visita dei ragazzi del paese che verranno ad apprezzare i vostri presepi.
Io, personalmente, ho già allestito il presepe con la sola immaginazione e più che di un sogno, si tratta solo della mia personale interpretazione della realtà. Ripercorro il motivo della canzone di Natale diffusa tra i giovani francescani di 40 anni fa e descrivo la mia scena …
Ecco la stalla nel bosco, con il bue, l’asinello e l’assistente sociale che accorre già; bambole di pezza, con il suono elettrico della chitarra, a raccontare un pezzo di cultura italiana a noi lontana; droni che volano, tra angeli inermi, con bombe che cadono a Kiev, a Gaza e in questi giorni in Sudan; le nostre case, violate dal pastori ignoti che entrano leggeri dalla finestra, per uscirne con i sacchi pieni; nel frattempo c’è sempre chi dorme e non si accorge di nulla, mentre in pochi restano meravigliati per un evento ordinario, che solo l’incontro tra cielo e terra poteva rendere straordinario.
Questo è il mio presepe, che continuerò ad arricchire di nuovi elementi durante l’avvento. Nel frattempo chi vuole può “divertirsi” a rappresentare il proprio mondo, illuminandolo di quella luce che simbolicamente abbiamo acceso all’inizio della celebrazione, ma che, ancora una volta, è solo una rappresentazione simbolica di una realtà che già si è realizzata, ma non è ancora salvata: la tua vita!



