Nell’anno del giubileo, una Chiesa con le stampelle

Posted on Settembre 7, 2025

Home Blog Articoli Nell’anno del giubileo, una Chiesa con le stampelle

Appuntamenti

Eventi in programma

Exemple

Nell’anno del giubileo, una Chiesa con le stampelle

“Quale, uomo può conoscere il volere di Dio?
Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?”

Apre così, la prima lettura di questa XXIII domenica del tempo ordinario, un giorno di festa all’insegna di una Chiesa che prova a dimostrare di essere giovane, nonostante i capelli bianchi dei suoi protagonisti.

L’interrogazione della Sapienza è retorica, poiché è portatrice di una risposta univoca, che non lascia dubbi: nessuno. Soprattutto quando il discorso è proiettato verso quel senso della vita che, attraversando la propria esistenza, si scontra, quando meno te l’aspetti, con l’esperienza prematura della morte e pensi che se il Signore l’ha permesso ci sarà un motivo.

Perché, come dice Gesù nel vangelo di oggi, «se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Una frase pericolosa, questa, che in certi ambienti fondamentalisti, quando la sequela Christi era ancora competenza della Chiesa, ha fatto danni, ispirando, dal nostro punto di vista, l’attuale crisi vocazionale.

Un messaggio, quello di questa domenica, che si riempie di significato, se collegato alla grande festa di piazza San Pietro, alla quale vogliamo aderire con entusiasmo, celebrando insieme, in comunione con la Chiesa universale, nel giorno in cui papa Leone proclama santi due ragazzi morti prematuramente, Carlo Acutis e Piergiorgio Frassati.

Carlo Acutis, il patrono di internet

La nostra comunità si è concentrata su Carlo, preparandosi a questo giorno prima proponendo un estratto della mostra, da lui ideata, sui miracoli eucaristici e, poi, con il percorso di preghiera, nella nuova cappellina a lui dedicata, iniziato con l’estate.

Il “quadro” creato a giugno, nel contesto dell’infiorata per il Corpus Domini, è lì, a formare un tutt’uno con la mostra. Ancora per poco nel corridoio centrale della chiesa di san Sebastiano, riassume il messaggio e la vita di Carlo: “l’Eucaristia è la mia autostrada per il cielo”.

Un percorso breve, un passaggio veloce come quello di una macchina di grossa cilindrata che pur permettendogli di sfrecciare sull’asfalto e di arrivare in poco tempo al traguardo, non gli ha tolto la possibilità di essere attento ai dettagli del paesaggio attraversato, ponendo attenzione ai dettagli. Quanto sono importanti i frammenti di una vita, soprattutto quando, ad un certo punto, provi a porre ogni pezzo al suo posto e ti esce fuori un’immagine che non ti aspettavi!

Carlo, dal finestrino di questa auto in corsa, ha lanciato a volo ciò che possedeva, provando a preservare l’invisibile, forse perché il mondo si accorgesse di lui e se ne prendesse carico. Penso al suo sacco a pelo, che di notte portava ai barboni per proteggerli dal freddo. Mi piace pensare che nello zainetto che vediamo sulle sue spalle ci fosse sempre qualcosa per loro, poiché non c’è bisogno che gli ultimi te li vai a cercare, se sei attento sono loro ad interpellarti quando giri per strada. Se poi, qualcuno che ami, ti insegnerà a dargli attenzione, allora quel gesto ti resterà nella mente e quei percorsi non saranno mai più come prima.

Carlo ha corso più degli altri ed è arrivato in Cielo prima di chi doveva precederlo, lasciando indietro il padre, la madre, i fratelli, … e perfino la propria vita. Un’esperienza contro natura, quella che vede una madre e un padre sopravvivere al figlio. Un’emozione fuori dal comune che, escluse due mamme in duemila anni di storia, nessuno ha mai provato e, quindi, nessuno può descrivere: vedere un figlio essere proclamato santo!

Eppure, Antonia Salzano, la mamma di Carlo, dopo aver raccontato negli ultimi 19 anni la breve vita del figlio, in piazza San Pietro sembrava quasi vestire a lutto. Sarà stato un caso o un’esigenza dettata dal cerimoniale, ma il cuore addolorato di una madre che perde il figlio precede ogni forma di onorificenza. Del resto le testimonianze di chi l’ha conosciuto vanno in questa direzione. Penso, ad esempio, all’insegnante di Carlo, che in un’intervista non ha avuto timore ad affermare che l’avrebbe preferito tra noi anziché santo in cielo. Lo avrà voluto il Signore? Sarà stata la sua volontà? Ho qualche difficoltà a crederci, ma concludo dicendo a me stesso che non ci è dato di saperlo.

Pier Giorgio Frassati, il facchino dei poveri e l’impegno politico

Per completezza rivolgiamo uno sguardo a Pier Giorgio Frassati. Se non ci fosse stato Carlo, sicuramente avrebbe avuto più spazio. Tante generazioni di giovani, nelle fila dell’Azione Cattolica, sono cresciute alla sua scuola, forse a volte ignare che la spinta all’agire nella società, nel contesto associativo, arrivava proprio da lui.

Anche Pier Giorgio è morto giovane, a soli 24 anni, non prima, però, di aver assaggiato il mondo e averlo trovato, a tratti, un tantino amaro. Nasce nel 1901 e l’inizio della sua adolescenza coincide con la prima guerra mondiale. Attento alle questioni politiche, perché sensibilmente orientato alla giustizia e alla pace, da bravo cristiano vive la Chiesa dei poveri, nella santa Torino dell’inizio ‘900, tra la solita contraddizione di una città divisa tra ricchi e poveri, diavoli e santi.

Di famiglia borghese, ripercorrendo i passi di tanti testimoni della fede che, nei secoli, si sono distinti per spirito evangelico, era sensibile alle questioni sociali che riguardavano i poveri della sua città. Fu nominato “il facchino dei poveri”, perché aiutava le famiglie rimaste senza casa a portare i carretti con i loro effetti personali.

Nel dopoguerra guardò con attenzione al crescente fermento politico e, da militante dell’Azione Cattolica, si iscrisse al nascente Partito Popolare Italiano, fondato da don Luigi Sturzo, convinto che l’impegno dei credenti in politica fosse necessario per una società più giusta. A tal proposito, ebbe modo, fin da subito, di prendere posizione contro quel movimento nazionalpopolare che portò alla nascita del partito fascista.

Il suo animo rivoluzionario lo spinse ad aderire al terz’ordine domenicano con il nome di fratello Girolamo, ispirato a Savonarola.

Ciò che mi colpisce di più, però, è stata la sua visione del sacerdozio, sicuramente legata al modo di percepirsi della Chiesa in quegli anni. Pier Giorgio, infatti, scartò la vocazione sacerdotale poiché convinto che lo stato laicale fosse l’unica condizione che gli permettesse di condividere da vicino il mondo degli operai e dei poveri. Penso che se il Concilio Vaticano II fosse stato celebrato prima e, quindi, in altre parole, se la Chiesa avesse preso consapevolezza in anticipo della sua natura, Pier Giorgio si sarebbe fatto affascinare dalla figura del ‘prete operaio’, anche se, con il senno di poi, è andato via a 24 anni, a quanto pare per una poliomielite fulminante, a due esami dalla laurea, contratta, molto probabilmente, durante la sua attività di assistenza ai poveri.

Noi cattolici, gli ultimi di una Chiesa che prova a dimostrare di essere viva

In questi ultimi mesi continuo a guardare questa Chiesa che insiste nel voler dimostrare che è viva e mi chiedo dove stiamo andando. Un povero prete finito in campagna, ormai stanco, prova a restare a galla; un’insegnante di periferia che fatica a mantenere accesa la gioia e, intanto, brucia a distanza; un oratorio che, come una stanza degli scavi di Pompei, sembra un luogo di altri tempi e attende fondi per rinnovarsi; una comunità dell’entroterra che, ormai, è in via di estinzione, perché incapace di immaginare un ripopolamento della specie primaria; infine, una Chiesa che approfitta del giubileo per provare a dire che c’è per tutti, senza alcuna pretesa di piacere a tutti, soprattutto se si parla di nuove vocazioni.

E noi cattolici? È proprio il caso di dire: “speriamo di cavarcela”.

 

A. G.