I romanzi horror di una volta
La Chiesa celebrando l’assunzione di Maria ricorda al mondo l’importanza del corpo oltre qualsiasi pretesa di primato dell’anima a discapito della “carne”. Per troppi secoli l’idea che il corpo fosse la prigione dell’anima ha caratterizzato culture diverse e segnato la pratica cristiana. Pensate, ad esempio, ai santi che maltrattavano il proprio corpo con penitenze e mortificazioni, fino ad infliggersi volontariamente sofferenze atroci. Un retaggio, nelle nostre zone, l’abbiamo con i battenti di Guardia Sanframondi che, in maniera assurda dal mio punto di vista, con i riti settenari festeggiano proprio l’Assunta.
In realtà, lo sguardo di fede che ha caratterizzato e, spesso, inquinato il messaggio cristiano, necessita di essere bonificato di quei tratti da romanzo horror che si raccontava nei conventi e, purtroppo, anche al catechismo. Lo strumento per filtrare queste scorie inquinanti è la storia, intesa come quel corpo che ha accolto Dio quando si è incarnato, quel grembo materno che ha permesso al divino di assaggiare l’umano.
La storia, quindi, e non il segno leggendario. Penso a Chiara e Francesco d’Assisi, che abbiamo ricordato in settimana e ad una certa tradizione che restituisce un rapporto quasi isterico con il loro corpo. Mi spiegate come un giovane del 1200 potesse muoversi a piedi, da Nord a Sud dell’Italia (e non solo) vivendo di digiuno e penitenza. Vai a Roma, poi sali sulla Verna, dopo spostati in Puglia, ritorna ad Assisi e vai su e giù per il Subasio … naturalmente tutto a piedi.
Un altro santo uomo, Ignazio di Loyola, che proponeva percorsi per i ritiri spirituali e al quale si rifà il mese ignaziano, diceva che per vivere bene l’incontro con Dio bisognava allontanare ogni distrazione e, quindi, arrivare alla preghiera dopo aver riposato e mangiato. Anche il mondo monastico, con le loro massime latine, sembrano confermare questa attenzione al corpo: “bona vocatio, bona manducatio”.
La tua bellezza salverà il mondo
La storia non è solo narrazione, ma anche ricerca, studio, nutrimento per la fede. Perché, parafrasando Dostoevskij, è l’accoglienza della bellezza che ci salverà e non l’astrattezza di un sentimento codificato in versi.
Riflettendo sull’Assunta, in queste ore, pensavo come, in un certo senso, l’anima sta al corpo come le relazioni virtuali stanno al culto dell’immagine. Viviamo in un’epoca dove tutto sembra orientarsi al rapporto a distanza, dalla spesa su internet ai viaggi con il satellite, dalla didattica all’amicizia, dall’amore alla preghiera.
Oggi gli amici si trovano in rete, le relazioni si consumano a video, il consenso si acquisisce su instagram e, paradossalmente, però, cresce il culto del corpo e dell’apparenza a discapito di ciò che rende davvero bella la realtà, oltre qualsiasi interpretazione personale.
Capiamoci, la bellezza salverà il mondo se saremo capaci di accoglierla per quello che è: uno strumento e non un fine, un linguaggio in grado di spaziare dal bianco al nero, attraversando ogni sfumatura cromatica.
La bellezza salverà il mondo, allora, perché Gesù Cristo ci viene incontro attraverso un corpo che, proprio perché visibile, può dare prontezza dello splendore dell’anima.
La Chiesa, se volesse riprendersi, dovrebbe prima cambiare i suoi canoni di bellezza e poi incominciare ad osare. È forse questo il segreto per un’azione rinnovata.
Non so se avete sentito, in queste ore, la notizia lanciata dalle principali testate giornalistiche (non ancora dai media cattolici) che papa Leone incontrerà, ad ottobre, l’associazione Noi siamo Chiesa, con esponenti della comunità LGBT e, soprattutto, ciò che mi ha colpito di più, le donne preti. Mi piace pensare che la notizia è stata lanciata in queste ore perché il mondo cattolico, con l’Assunta, celebra la dignità del corpo. Colpisce, infatti, che i promotori abbiano sottolineato che non si tratterà di un pride, ma del loro giubileo, invitando i partecipanti a curare il loro aspetto.
L’azione credente: cosa potremmo fare?
La proposta, allora, è quella di recuperare la bellezza del corpo come linguaggio condiviso. Se il mondo cattolico vuole farsi capire, potrebbe provare a modellare, in maniera strumentale, i canoni di bellezza del mondo contemporaneo, semplicemente per avere una possibilità in più di essere visto.
Pensate, ad esempio, alla moda, ormai esplosa a dismisura, dei tatuaggi. Nulla di nuovo sotto il sole, se ne parlava anche quando eravamo ragazzi e si rimandava alle Scritture la possibile bontà del segno. Sarebbe interessante approfondire perché molti tatuaggi richiamano una simbologia religiosa e comprendere come si percepiscono coloro che li portano.
Ma pensate, anche, alla mancanza di rispetto dei corpi straziati. Celebrare Maria assunta in cielo in anima e corpo significa anche ricordare che chi violenta un corpo commette un sacrilegio. Anche in questo caso, penso che non sia un caso che proprio in queste ore viene pubblicato il report sui crimini in Italia nei primi sette mesi dell’anno e ciò che si pone in evidenza sono i dati relativi alla violenza sulle donne e il femminicidio.
Noi siamo cattolici e se crediamo nell’assunzione in anima e corpo è perché prima Maria è stata concepita, nel grembo materno, senza peccato originale. Concepita, non solo venuta alla luce. Per poter morire e, nel caso di Maria, per poter essere assunta in cielo senza conoscere la morte, bisogna prima nascere … e questo, pur essendo un diritto, non è detto che venga sempre garantito.
Diversi anni fa ricordo che, proprio in occasione dell’Assunta, lanciammo una campagna sul trattamento dei feti abortiti. Vi siete mai chiesti come vengono trattati? Non come corpi, ma come materiale organico. In altre parole, rifiuto speciale, senza il diritto neanche di una dignitosa sepoltura.
Ancora, abbiamo sentito, sempre in queste ultime ore, del cardinale Zuppi che, in una celebrazione pubblica, si è fermato a leggere i nomi di migliaia di bambini assunti in cielo da Gaza. I numeri vanno verificati, ma certamente è un processo continuo, quotidiano, di anime che salgono al cielo perdendo violentemente i loro corpi.
Concludo citando Massimiliano Kolbe, che la Chiesa ricorda nella vigilia dell’Assunta. Santo frate francescano, morto nella camera a gas per essersi sostituito, volontariamente, ad un padre di famiglia. Se lo celebriamo il quattordici agosto forse è proprio perché ha lasciato degli scritti ricchi di amore per Maria, la bellezza attraverso la quale è arrivata la Salvezza nel mondo.



